La tela come display, e viceversa. Intervista all’artista Federica Di Pietrantonio (in copertina sul nuovo magazine di Artribune)
Tra i nomi più rilevanti del panorama emergente italiano post-digitale c’è quello di Federica Di Pietrantonio. In questa intervista ci racconta il suo lavoro, e la copertina di Artribune Magazine 92
La pratica artistica di Federica Di Pietrantonio (Roma, 1996) è analogica e digitale allo stesso tempo. Tra video e pittura, mondo virtuale e mondo reale, Di Pietrantonio ha saputo negli anni emergere come una delle artiste di riferimento per chi in Italia si interessa di arte post-digitale. Nel 2025 è stata fra gli artisti selezionati da Alessandra Troncone per Fantastica, 18esima Quadriennale di Roma e, sempre nella Capitale, il suo lavoro è stato esposto al MACRO nella mostra curata da Cristiana Perrella e Luca Lo Pinto e dedicata alla scena contemporanea romana. Nel 2026 la sua mostra personale ha inaugurato la programmazione del nuovo spazio Circuit a Mestre, con la curatela di Laura Cocciolillo. Con lei parliamo del rapporto tra video e pittura, di obsolescenza e di archeologia digitale.

Intervista a Federica Di Pietrantonio
Partiamo dalla tua formazione. Da dove nasce il tuo percorso e come si è sviluppata, nel tempo, la tua ricerca?
La mia formazione accademica nasce in pittura: ho studiato a Roma, alla RUFA e ho svolto la ricerca per la tesi a Gent, che per me è stato un momento molto formativo e ha dato una prima svolta alla ricerca che ho poi proseguito. La parte della mia pratica più interessata alla tecnologia e agli aspetti digitali, invece, si è sviluppata in gran parte da autodidatta. È sempre stato un mio interesse personale. L’accademia, soprattutto grazie al mio professore di pittura, mi ha dato però gli strumenti per mettere in relazione i diversi filoni che mi interessavano e svilupparli all’interno del lavoro. Prima dell’accademia, infatti, non avevo avuto modo di confrontarmi realmente con l’arte contemporanea.
Quando hai capito che il digitale e la tecnologia avrebbero potuto diventare una componente centrale della tua ricerca?
Uno dei primi lavori pittorici in cui questo legame emerge chiaramente risale agli anni dell’accademia. Erano pitture ad olio che riprendevano alcune scene che avevo incontrato dentro Second Life. Era il 2016-2017 e, dopo il boom che la piattaforma aveva avuto intorno al 2008, entrando nel mondo virtuale mi sono trovata davanti a qualcosa di completamente diverso: luoghi quasi deserti, molto lontani dall’idea di unapiattaforma brulicante di utenti. Oggi è diventato quasi un trend andare alla ricerca di piattaforme online abbandonate, ma allora per me fu una scoperta molto emozionante. Avevo iniziato a studiare artisti chelavoravano con la net art e il digitale e avevo trovato diverse performance realizzate proprio dentro Second Life. Per me è stato quindi anche un modo per mettere in relazione l’interesse per la tecnologia con la pittura.
Che ruolo ha avuto la tua esperienza a Gent?
Quando ero lì ho iniziato a ragionare sul concetto di tempo libero. Erano gli anni in cui si discuteva molto di iperproduttività e, contemporaneamente, stavano esplodendo i social network. La mia tesi siconcentrava sulla relazione tra il tempo dedicato al piacere e quello dedicato alla produttività, una questione che mi interessava anche in rapporto alla figura dell’artista, dove il confine tra arte e vita, tra lavoro e vita, è sempre piuttosto ambiguo. Da lì ho iniziato a lavorare sempre di più con videogiochi di simulazione, per poi arrivare alla produzione video. In un primo momento, quindi, il rapporto con il digitale è nato quasi paradossalmente dall’analogico: attraverso la pittura affrontavo concetti e immagini provenienti da una ricerca digitale. Nel tempo i percorsi si sono poi differenziati: oggi lavoro sul video, anche in una direzionepiù vicina al cortometraggio, realizzo installazioni multimediali e porto avanti parallelamente diversi cicli pittorici.
I media digitali sembrano essere particolarmente esposti all’obsolescenza. Una tecnologia può diventare inutilizzabile nel giro di pochi anni, mentre la pittura sembra avere un rapporto molto diversocon il tempo. Quanto ti interessa questa dimensione dell’invecchiamento tecnologico?
È uno degli aspetti con cui mi scontro più spesso nel mio lavoro. In realtà, però, l’idea di obsolescenza per me è sempre stata relativa. La parte della tecnologia che mi interessa maggiormente non è necessariamente l’uscita del nuovo software o l’ultima novità, quanto piuttosto la sua dimensione infrastrutturale: lavorare con i dati, con le estensioni, con i formati. Anche utilizzare estensioni ormai superatepuò diventare il racconto attivo di qualcosa. Non lo vivo semplicemente come un elemento obsoleto, ma come un frammento di passato che può continuare ad agire nel presente. A questo proposito avrei un aneddoto piuttosto simbolico da raccontarti.
Sono tutto orecchi.
Sto lavorando al quarto pezzo della serie Edge of Collapse, presentata anche in Quadriennale, e uno degli strumenti che utilizzo è una versione clonata della mia voce. La prima clonazione l’avevo realizzata nel 2021, appoggiandomi a un servizio esterno. Pochi giorni fa ho riaperto quella pagina e ho scoperto che la mia voce risultava deprecated. Da un lato è stato un fatto quasi divertente, dall’altro mi ha spinto a recuperare i file di quella prima versione della voce e a trasformare questa situazione in una sorta di digitalizzazione del mio stesso passato. Ho poi realizzato una nuova clonazione, questa volta in maniera autonoma e locale. Quello che trovo interessante nell’obsolescenza è proprio questo: da una parte è un limite, dall’altra può diventare uno strumento per recuperare dati e trasformarli. Mi interessano molto anchei lost media, cioè quei frammenti di artefatti digitali che, per ragioni diverse, diventano progressivamente irraggiungibili. In alcuni lavori più legati all’archivio c’è proprio il tentativo di andare contro il naturaleandamento dei media e recuperare elementi che considero ancora significativi.
In questo senso il tuo lavoro sembra assumere quasi una dimensione archeologica: non guardare soltanto al nuovo, ma anche a ciò che la tecnologia lascia dietro di sé.
Sì, è una dimensione che mi interessa molto. Diventa una forma di studio archeologico: osservare ciò che rimane e capire anche come è cambiato il nostro rapporto con la tecnologia. Mi interessa guardare alla tecnologia non soltanto come qualcosa che corre continuamente verso il futuro, ma anche come qualcosa che produce dei resti, degli strati e delle forme di memoria.

Courtesy l’artista, photo Massimo Pistore
Federica Di Pietrantonio e la pittura
Anche in pittura emerge una sensibilità post-digitale. Non soltanto per i soggetti, ma anche per il modo in cui lavori: la ricerca e la costruzione delle immagini avvengono digitalmente, mentre il risultato torna a essere un oggetto pittorico. Come si articola questo passaggio?
Il mio rapporto con la pittura è abbastanza diverso da quello che ho con i lavori installativi o con il video. È vero che le fonti, la ricerca e una parte importante del processo iniziale delle pitture sono digitali, ma poi la pittura richiede la presenza del corpo: stare davanti a un’immagine che rimane lì per settimane e che cambia soltanto in maniera molto graduale. Per me questa è quasi una sensazione fondante della pratica pittorica. La presenza fisica davanti alla tela fa sì che ciò che dipingo venga inevitabilmente attraversato anche dalla mia esperienza personale. Nei lavori installativi sento maggiormente l’esigenza di raccogliere esperienze vissute da altri utenti o da altre comunità e di restituirle attraverso l’opera. Nella pittura, invece, percepisco un rapporto più personale e analitico. Molte delle scene che ho rappresentato derivano, per esempio, dalla ricostruzione di stanze di YouTuber: ambienti che appartengono alla loro sfera privata, come il bagno o la camera da letto, e che vengono però messi pubblicamente a disposizione attraverso le immagini. Il mio processo consiste nel sintetizzare questi ambienti, viverli digitalmente attraverso avatar che utilizzo anche da diversi anni e poi restituire pittoricamente una scena che nasce da questa esperienza.
Quello che descrivi sembra avere a che fare anche con una pratica di remix. Recuperi immagini, ambienti e materiali prodotti da altri e li trasformi attraverso strumenti digitali e pittorici. In questo senso il digitale rende forse ancora più evidente qualcosa che la pittura ha sempre fatto: appropriarsi della realtà, ricombinarla e restituirla sotto un’altra forma.
Sì, e soprattutto tutti questi remix avvengono attraverso gli strumenti di visualizzazione che emergono di epoca in epoca. È interessante osservare questa associazione e capire quanto cambi, nel tempo, l’idea di ciò che può e deve essere rappresentato e di come possa esserlo.

La copertina di Federica Di Pietrantonio per Artribune Magazine
Per la copertina abbiamo scelto un’immagine tratta da Solo, il tuo ultimo cortometraggio. Puoi raccontarcelo?
Solo è un cortometraggio che ho prodotto nel 2025, ed è interamente girato all’interno di The Sims 4, un videogioco di simulazione di vita reale che utilizzo da molti anni e che è entrato in diverse mie opere. Per realizzare questi video preparo inizialmente una sorta di starter kit tecnico. Molti degli elementi che ne fanno parte coincidono con modifiche concettuali che considero necessarie per il lavoro, a partire dallamodifica del gioco stesso, attraverso il modding, sulla base di alcune scene che ho immaginato o di determinate intenzionalità. Il video ha poi un impianto visivo poetico, non documentaristico. È una sorta di routine di un avatar che è contemporaneamente anche una scultura. C’è inoltre un riferimento molto forte all’idea di poser, al posing: essere costantemente pronti a essere ripresi, sia da se stessi sia dagli altri. Considero quasi due i protagonisti del video: l’avatar e l’audio. La narrazione si costruisce proprio sulla relazione tra questi due elementi. L’audio è composto da alcune tracce di Computer Data che ho campionato e remixato insieme a suoni estratti dal videogioco, originariamente associati ad altre azioni.
Chi è l’avatar che compare in Solo?
Si tratta di un avatar che ho utilizzato anche in altri video, in particolare in una trilogia precedente costruita intorno ai flussi dell’acqua. È lo stesso personaggio che abita anche gli ambienti delle mie pitture: unafigura che attraversa diversi lavori e diversi linguaggi. L’idea di Solo nasce da una riflessione sulla scultura, che mi ha permesso di affrontare anche il concetto di tempo e quello di immaterialità. Mi interessava farloattraverso un avatar, che per sua stessa natura può essere replicato e rivissuto potenzialmente all’infinito, almeno all’interno dell’ambiente isolato che ho costruito.
Nelle tue opere video anche il setting gioca un ruolo importante. In che modo?
La prima volta che ho installato e presentato Solo non era all’interno di una sala screening, ma in un luogo site-specific: una vetrina della galleria Materia di Roma, in un progetto curato da Daniela Cotimbo. Avevo la necessità di creare un dispositivo specifico per la visione. Ho insonorizzato completamente la vetrina, mentre l’audio usciva da una cassa collocata all’interno della galleria. In questo modo l’esperienza del personaggio del video, che percepisce continuamente un audio proveniente da un altro luogo e che sembra voler partecipare a quell’audio senza poterlo raggiungere, veniva trasferita anche sul fruitore. Mi interessa molto questa possibilità di far coincidere l’esperienza del personaggio con quella di chi guarda. È una necessità che sento ogni volta che devo immaginare come portare un lavoro video all’interno di uno spazio espositivo. Nei video come Solo, ma anche nella trilogia precedente, cerco di accentuare caratteristiche che percepiamo come prettamente umane per creare una forma di empatia tra l’osservatore e l’avatar.
Dopo alcune importanti esposizioni recenti – dalla Quadriennale al MACRO fino all’inaugurazione del nuovo spazio Circuit a Mestre – quali sono i prossimi passaggi della tua ricerca?
Ho appena portato un lavoro per una collettiva a Milano, da French Place. È la prima volta che collaboro con Marta Orsola Sironi [fondatrice di French Place, ndr] e sono molto felice anche perché, alla fine, ho avuto poche occasioni di esporre e presentare in maniera più approfondita la mia ricerca nel Nord Italia. Sto inoltre lavorando a una nuova serie pittorica. Per la pittura mi prendo sempre molta calma e dedizione, quindi sarà pronta tra un po’ di tempo. L’ultima cosa di cui sono particolarmente felice riguarda invece il Museo Nazionale di Fotografia, che mi ha incluso nella sua proposta per il bando Strategia Fotografia della Direzione Generale Creatività Contemporanea del MIC.
Alberto Villa
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