Siamo in pieno boom di “cammini” e l’Italia ne è piena. Ma fanno davvero bene ai territori?

Aumenta, in Italia, il numero di percorsi attrezzati da fare a piedi alla ricerca di un’esperienza intima e a contatto con i luoghi. Ma qual è il loro impatto sui territori? Il turismo lento è sempre sinonimo di autenticità? L’intervista a Marco Fioroni, ideatore del Cammino dei Borghi Silenti

Oltre 90 chilometri di percorso, 13 borghi medievali coinvolti come tappe, e circa 20mila camminatori ogni anno. Sono alcuni dei numeri del Cammino dei Borghi Silenti, uno dei più recenti itinerari italiani dedicati al turismo lento, nato per offrire un’esperienza intima nel cuore dell’Umbria.
Con partenza e arrivo nella piccola frazione di Tenaglie, in provincia di Terni, il Cammino ha generato già nei primi anni di attività un significativo volume d’affari, favorendo la nascita di piccole strutture ricettive e attività locali pensate per accogliere pellegrini, escursionisti e sportivi. Ne abbiamo parlato con il suo ideatore, Marco Fioroni, per riflettere sui limiti e sulle possibilità del turismo lento, partendo da una domanda tutt’altro che marginale: quanto può crescere un cammino senza snaturare i territori che attraversa?

Lungo il Cammino dei Borghi Silenti
Lungo il Cammino dei Borghi Silenti

Intervista a Marco Fioroni sui cammini in Italia

Che cos’è il Cammino dei Borghi Silenti? Quali territori attraversa e quando è nata l’idea di creare un percorso nella natura umbra?
Il Cammino dei Borghi Silenti è un anello di 91 chilometri – solitamente diviso in cinque tappe – che gira attorno ai Monti Amerini e tocca 13 piccoli borghi medievali, in un’Umbria poco conosciuta ma straordinaria, con panorami davvero mozzafiato. Com’è nato tutto? Nel 2014, dopo una vita passata tra calcio e trail running, mi sono appassionato al trekking e ho fondato Amerini Trekking, il primo gruppo escursionistico della nostra zona. Con loro ho iniziato ad accompagnare decine di gruppi, soprattutto alla scoperta del nostro territorio. Poi, nel 2016, c’è stata la svolta: il mio primo vero grande cammino, la Via Francigena, oltre mille chilometri a piedi. È stata proprio quell’esperienza a farmi innamorare del mondo dei cammini e a darmi la spinta per creare, nel 2019, il Cammino dei Borghi Silenti.

C’è un modello che ha ispirato il progetto?
L’idea mi girava in testa già dal 2012, ma ha preso forma concreta solo nel 2019; a gennaio 2020 siamo poi partiti ufficialmente, proprio a ridosso del Covid. Per realizzare il progetto ho raccolto spunti dai vari percorsi fatti in Europa, compreso il Cammino Francese di Santiago, con un unico grande obiettivo: valorizzare il turismo della nostra terra. È stato un impegno enorme, tantissimo tempo investito, sforzo fisico e zero fondi pubblici.

Si tratta di un percorso tra luoghi disabitati, o comunque poco frequentati, dell’entroterra umbro, che tocca località di poche decine di abitanti come Melezzole, Guardea, Toscolano e Baschi. Di che realtà parliamo e come sono cambiate negli ultimi anni anche grazie all’impatto del Cammino?
Prima del progetto, i turisti da queste parti si contavano sulle dita di una mano; oggi accogliamo circa 20mila camminatori all’anno, un dato incredibile, che ci ha portato a diventare uno dei cammini più frequentati d’Italia. Se me l’avessero detto qualche anno fa, non ci avrei creduto nemmeno io.
Parliamo di paesi che contano anche meno di dieci abitanti, eppure in sette anni sono nati oltre duecento alloggi, sono stati aperti nuovi bar e le botteghe alimentari di paese, che stavano ormai per chiudere, oggi lavorano a pieno ritmo. E poi sono nati tantissimi piccoli punti di ristoro spontanei, animati proprio dai personaggi del posto: ci trovi dai bambini agli anziani, tutti pronti a scambiare una battuta, offrirti qualcosa e metterti il timbro sulla credenziale. La cosa che ci emoziona di più, però, è proprio l’impatto sociale.

Cioè?
Vedere la gente del paese seduta sulle panchine in piazza che ferma i camminatori per sapere da dove vengono, o per offrirgli un bicchiere d’acqua o un caffè… Ecco, questo ha restituito alla comunità un orgoglio e un senso di appartenenza che si erano persi da decenni.

Lungo il Cammino dei Borghi Silenti
Lungo il Cammino dei Borghi Silenti

L’impatto sul territorio del Cammino dei Borghi Silenti

Nei suoi primi anni di attività, dunque, il Cammino ha già avuto un impatto economico importante sulla valle Amerina, portando turismo e, di conseguenza, favorendo la nascita di strutture ricettive e nuovi posti di lavoro. Ci sono delle controindicazioni in questo meccanismo? Vista la crescita esponenziale – il Cammino è diventato il terzo in Italia per numero di visitatori – non c’è il rischio di sovraesporre proprio quei luoghi incontaminati che ne costituiscono il punto di forza? In altre parole: quando il turismo smette di essere una risorsa e diventa una minaccia?
Il rischio c’è solo se lasci tutto al caso. Da noi le cose funzionano diversamente perché dietro al Cammino non c’è alcuna improvvisazione: ho strutturato una vera e propria azienda, studiata ad hoc, fatta di professionisti del settore che curano ogni singolo dettaglio. Io sono il titolare e verifico tutto in prima persona, giorno dopo giorno, con la massima attenzione.
Parliamo di migliaia di escursionisti, certo, ma si tratta di un turismo pulito, per niente impattante e di altissima qualità. La maggior parte dei camminatori arriva dall’arco alpino – gente abituata alla montagna, che sa già perfettamente come ci si comporta nei boschi e nei piccoli paesi.
Avendo fatto più di venti cammini e macinato migliaia di chilometri in tutta Europa, so benissimo quanto sia facile rovinare un posto se la pressione turistica diventa troppa. Per questo spalmiamo le presenze su tutti e dodici i mesi dell’anno, lavorando sulla reale capienza dei borghi, che arrivano a saturazione soltanto durante i ponti primaverili.
Sull’onda del nostro cammino sono nate decine di altre realtà in tutta Italia. Io stesso ho creato anche la Via dei Tusci nell’Alto Lazio: un percorso bellissimo e molto interessante che sta facendo riscoprire la Tuscia Teverina. Ormai tantissimi camminatori scelgono di unire i Borghi Silenti e la Via dei Tusci in un unico grande itinerario, oppure tornano l’anno successivo proprio per percorrerla.

E a livello di impatto ambientale? Il Cammino sfrutta principalmente percorsi e sentieri già esistenti oppure, nel tempo, sono stati creati o modificati nuovi tratti, con un conseguente intervento umano sul paesaggio? Come viene gestito il rapporto tra fruizione del territorio e tutela dell’ambiente?
Il 90% del percorso sfrutta strade sterrate, vecchie mulattiere e sentieri che esistevano già da secoli. Il paesaggio non è stato minimamente toccato: ci siamo limitati a riaprire e liberare dalla vegetazione vecchie vie che si erano ormai chiuse tra i rovi. La manutenzione la facciamo tutta noi, a mano e con interventi leggeri, pulendo il tracciato e posizionando la segnaletica in maniera precisa e rispettosa. In più, chi cammina da noi sa benissimo di dover rispettare il posto e portarsi via ogni singolo rifiuto, anche perché nella guida che forniamo è spiegato tutto nei minimi dettagli.

Il turismo lento tra autenticità e massificazione

Usciamo dall’Umbria e proviamo a tracciare un quadro più generale sul cosiddetto “turismo lento”. Chi è il turista medio che decide di intraprendere un’esperienza di cammino? Che cosa cerca e quali sono, secondo te, le motivazioni principali che lo spingono a partire?
Il nostro camminatore “tipo” è il classico appassionato di trekking: parliamo per lo più di un pubblico over 50, ma c’è una presenza fortissima di donne che viaggiano da sole, anche molto giovani. Ed è un dato bellissimo. Riescono a farlo in totale serenità perché il tracciato è segnalato in modo impeccabile ed è estremamente sicuro: non ci sono cani randagi né pericoli di alcun genere.
In generale, chi decide di mettersi lo zaino in spalla e partire lo fa fondamentalmente per tre motivi. Il primo è il bisogno disperato di staccare la spina. Il secondo è la ricerca di semplicità: ritrovare posti autentici e scambiare due chiacchiere senza fretta con chi si incontra lungo la strada o al bar del paese, qualcosa che nelle grandi città è ormai quasi scomparso. E infine, camminare per giorni ti fa rallentare e ti mette davvero a tu per tu con te stesso. Non è soltanto un andare da un punto A a un punto B, ma una vera e propria terapia per riordinare i pensieri e tornare a casa un po’ diversi.

Ci sono altri casi positivi in Italia? Quanti cammini esistono, indicativamente, nel Paese e quali pensi abbiano avuto l’impatto più positivo sui territori che attraversano?
In Italia ci sono più di cento cammini ufficiali e, se contiamo tutte le realtà territoriali, superiamo facilmente i duecento percorsi. Tra le esperienze di maggior successo penso subito alla Via degli Dei, al Cammino dei Briganti o ai vari cammini della Puglia, che hanno fatto un lavoro straordinario sui propri territori. Quando un itinerario è gestito bene, con serietà, il concetto è semplice: regala un grande benessere interiore a chi lo percorre e porta vita, lavoro e valore a posti bellissimi che, altrimenti, verrebbero dimenticati.

La “deriva” in stile Cammino di Santiago è una possibilità? Prendo questo esempio perché è il più lampante: un’esperienza di viaggio lento che si è gradualmente trasformata in un fenomeno di turismo di massa, con ricadute anche negative sui territori, dalla speculazione ai rincari, fino a un impatto ambientale sempre più preoccupante. È un destino inevitabile quando un cammino raggiunge una certa popolarità, oppure esistono strumenti per evitare che accada?
No, non è un destino segnato, è solo la conseguenza di scelte sbagliate. Santiago è una risorsa straordinaria per la Spagna, ma è innegabile che in alcuni tratti abbia sofferto per la troppa massificazione e per una corsa al profitto che ne ha un po’ annacquato lo spirito originario. Ma questo accade solo se chi gestisce il percorso si limita a contare i numeri senza curarsi della qualità. Se chi sta alla guida di un cammino sa mettere dei limiti, mantiene il controllo sulla governance, tutela i prezzi dell’accoglienza e difende con le unghie il valore del silenzio e dell’autenticità, la deriva non avviene. Il viaggio lento deve rimanere un’esperienza profonda e intima per chi lo percorre, e una risorsa pulita, duratura e rispettosa per chi in quei posti ci vive tutti i giorni.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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