Isaac Julien alla Galleria Borghese di Roma: cyberfemminismo, ibridazioni, rapporto uomo macchina e mondo animale. La recensione
Mentre la mostra Metamorfosi. Ovidio e le arti, nata grazie alla collaborazione tra Rijksmuseum di Amsterdam e Galleria Borghese a Roma si appresta a chiudere il prossimo 11 ottobre, fino al 25 ottobre il Museo ospita l’installazione All That Changes You. Metamorphosis di Sir Isaac Julien, a cura di Lorenzo Giusti. Una lettura critica dell’opera che cambia pelle rispetto al progetto presentato a Palazzo Te a Mantova
Non poteva concludersi meglio che con questo film filosofico di Isaac Julien, la riflessione sulla Metamorfosi. Ovidio e le arti della Galleria Borghese (curata dalla direttrice Francesca Cappelletti con Frits Scholten e prorogata per l’occasione fino all’11 ottobre). Non solo perché Isaac Julien è un artista filmaker colto, innovativo, capace di tenere insieme pensiero e immagine, forma e politica, arte e cinema. Non solo perché dopo una formazione nel cinema indipendente inglese Anni Ottanta, una militanza nella black film culture e un approdo consapevole e originale alle immagini in movimento in tutte le sue forme installative, ormai cresciuto è ora Distinguished Professor of Arts all’università di Santa Cruz (California). Lo stesso Istituto dove Donna Haraway, in qualità di docente emerita, tiene ancora lezioni sulle sue teorie ecofemministe e sulle, metamorfosi biologiche e tecnologiche dei nostri promiscui tempi.

Il cyberfemminismo nel film di Isaac Julien
Ed ecco che questo film dal titolo All That Changes You. Metamorphosis inizia proprio con lei: la filosofa del cyberfemminismo che legge il suo fondamentale testo Staying with the trouble enunciando verità sulla specie, sul cosmo, sulle ibridazioni uomo/macchina e sulla interdipendenza di regni animali, vegetali, minerali. Sono i temi tanto futuristici quanto antichi che ci parlano di universo, dove nulla si crea e nulla si distrugge e dove “ogni cosa che tocchi la trasformi e tutto quello che trasformi ti trasforma”.
E parte così un testo che viaggia insieme a fantasmagoriche immagini governate da due altissime divinità femminili, una bianca e una nera, che ne scandiscono come profetesse le parole. Le dee sono le attrici Sheila Atim e Gwendoline Christie (l’indimenticabile Brienne di Tarth del “Trono di Spade”). Lo script invece, firmato da Mark Nash compagno dell’artista e anche lui professore d’arte e di estetica a Santa Cruz, è un abile montaggio di citazioni tratte da testi che includono tanto i presocratici quanto la afro-fantascienza di Octavia Butler e l’astrofisica di Carlo Rovelli. Il risultato è un messaggio che avvolge e si avvolge su sé stesso, insieme al moltiplicarsi di visioni in un congegno ottico fatto di specchi che allarga e restringe al tempo stesso gli spazi appena restaurati dell’Uccelliera di Villa Borghese.
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Isaac Julien tra Roma e Mantova
Non avrà la forza sconvolgente della versione originale per il Palazzo Te a Mantova per cui il film fu concepito su proposta del curatore Lorenzo Giusti, dove erano ben 10 schermi più superfici riflettenti, a creare una macchina caleidoscopica che faceva rimbalzare le immagini dai particolari dei potenti affreschi di Giulio Romano all’esoterica Cosmic House dell’architetto postmoderno Charles Jencks a Londra (dove Julien ha allestito un’ulteriore variante della sua opera) per raggiungere poi creature fluorescenti delle profondità degli oceani e risalire a volo d’angelo su foreste secolari, boschi di sequoie e vapori acquei.
Qui, il canale unico che ci propone la Galleria Borghese, ha da una parte l’onore di abitare lo storico padiglione destinato nel Seicento a ospitare uccelli esotici, dall’altra il pregio di una concentrazione che ben risponde all’esplosione di Mantova con l’implosione dovuta a un gioco di specchi che avvolge completamente il visitatore.

La storia dell’arte nel film di Julien
Una frammentazione e ricucitura continua del film che grazie ai suoi slittamenti temporali; alle assonanze e coincidenze impreviste; al ritmo scandito dagli elementi primigeni aria-acqua-terra-fuoco, aiutano a comprendere anche la mostra che come ogni mostra allestita in quel luogo perfetto voluto dal cardinal Scipione, sembra sempre un corpo estraneo. Lo è, forse. Qui in particolare: una intelligenza aliena che sposta avanti e indietro le lancette dell’orologio. Rodin, Brancusi, Bourgeois, Gérôme… fughe verso un’arte lontana dalla seicentesca perfezione della casa. Ma anche il film di Isaac Julien gioca continuamente con lo slittamento temporale e la distorsione del punto di vista canonico, tanto da trasformare la visione estremamente ravvicinata della Caduta dei giganti di Giulio Romano in un’apocalisse contemporanea che solo l’accettazione della comunione cellulare con ogni altra forma animale, vegetale, minerale del pianeta può evitarci. O perlomeno questa sembra la strada indicata dalla calda e profonda voce delle due profetiche dee.
Il caos è alle porte. Nel film di Julien, nel libro primo delle Metamorfosi di Ovidio e anche all’ingresso della mostra nella prima sala della Galleria, dominata dal potente, sia pur non eccelso, dipinto seicentesco di Louis Finson, dove i quattro elementi (aria-acqua-terra-fuoco) resi umani, nudi, spaventati e in lotta fra loro, si intrecciano in un groviglio di membra un attimo prima di precipitare nel nulla.
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La metamorfosi in Isaac Julien
È una vertigine che punteggia anche nel film ma sorretta da un messaggio di speranza sulla reale possibilità di costruire un nuovo patto tra gli uomini e tutto ciò di non umano che ci circonda. Un sistema di relazioni che abbraccia anche il più che umano cyborg, con la comprensione verso l’altro che ha la nera divinità nell’accarezzare una stella marina ibridata con un congegno luminoso. Ma la metamorfosi di cui Julien parla dovrebbe essere diretta soprattutto all’interno di ognuno di noi verso la consapevolezza che il nostro stesso corpo è un prodotto ibrido, connesso e contaminato. Spostare il punto di vista dall’io al noi, frammentare il pensiero, seguire nel ragionamento un movimento a spirale ellittico come le mistiche scale a chiocciola di casa Jencks.
La stanza di specchi, dove nell’Uccelliera esplode il film, è soprattutto un invito a trovare un nuovo punto di vista. Come quello catturato dal Tintoretto nello strepitoso dipinto al secondo piano della mostra che riprende il mito di Atena e Aracne, con la ninfa tessitrice ritratta dal basso, sotto i meccanismi del telaio. Una inedita soluzione visiva per consentire al nostro sguardo di attraversare, senza soluzione di continuità, il congegno della macchina, oltrepassare i gesti di Aracne e lanciarsi verso il cielo.
Ed ecco che il cerchio qui si chiude: Ovidio ci narra che rosa dall’invidia per l’abilità della ninfa, Atena trasformerà Aracne in ragno condannandola a tessere a vita. Tintoretto la rende già tutt’uno con l’Universo. Isaac Julien, artista e studioso, abbraccia la Metamorfosi come l’unica via di uscita da un mondo infetto.
Alessandra Mammì
Roma//fino al 25 ottobre 2026
All That Changes You. Metamorphosis, Isaac Julien
Galleria Borghese, Piazzale Scipione Borghese, 5
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