Una ventina di detenute attraversa il chiostro del carcere femminile della Giudecca indossando gli abiti che hanno realizzato con le proprie mani. È una sfilata che porta simbolicamente fuori dalle mura della casa di reclusione un progetto nato vent’anni fa proprio al suo interno. Pochi giorni prima, infatti, a pochi passi da Rialto, gli stessi capi erano approdati in un nuovo spazio commerciale progettato dall’architetto Alfredo Brillembourg di Urban-Think Tank. È qui che Banco Lotto N°10, il laboratorio sartoriale nato all’interno del carcere veneziano, compie un nuovo passaggio: trasformare due decenni di lavoro, formazione e produzione in un’esperienza capace di oltrepassare fisicamente e simbolicamente i confini della reclusione.
In questo quadro, per la prima volta la Casa di Reclusione Femminile della Giudecca ha aperto le sue porte a La Valigia Fantasma, la sfilata del 10 settembre 2026 dedicata a sostenere la sartoria e il percorso delle donne che vi lavorano. Per l’occasione, le detenute sono diventate non soltanto artigiane e creatrici, ma anche interpreti del proprio lavoro, mettendo in scena un percorso in cui la competenza acquisita si trasforma in uno strumento concreto di espressione, autonomia e possibilità.
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Il laboratorio sartoriale della Giudecca e la nascita di Banco Lotto N°10
Quando poi questa dinamica si applica a contesti di marginalità, entrano in gioco i sentimenti più profondi di libertà, indipendenza e futuro. Sull’emancipazione lavorativa delle detenute si regge, da oltre trent’anni, il laboratorio sartoriale della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca a Venezia — un antico convento che dal 1859 è casa di reclusione, dopo essere stato per secoli rifugio per “donne disonorate”.
Il laboratorio nel 2003 ha dato luogo al progetto Banco Lotto N°10 che nasce per volontà della Cooperativa Sociale Il Cerchio Onlus. Ma è il 6 settembre 2026 che, a due passi dal Ponte di Rialto, ha inaugurato il nuovo spazio di Banco Lotto N°10 Spaces of Dignity. Il progetto architettonico si dà il caso sia firmato da Alfredo Brillembourg e Alessandro Famiglietti di Urban Think Tank, lo studio che nel 2012 vinse il Leone d’Oro alla 13ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia. Ha costruito la propria pratica sull’idea che l’architettura debba rispondere a bisogni reali, da sempre impegnato a usare la progettazione come leva di cambiamento sociale, tra comunità informali, disuguaglianze abitative e infrastrutture destinate a chi solitamente ne resta escluso.
L’architettura, qui si pone come una dichiarazione sull‘importanza che il lavoro fatto dentro un carcere merita uno spazio disegnato con la stessa cura riservata a un’istituzione culturale.

Tutto su Il Cerchio Onlus
Il legame con il Cerchio appare ancora più naturale. Nasce a Venezia nel 1997 per costruire percorsi di inclusione lavorativa per persone detenute ed ex detenute, all’incrocio tra enti pubblici e imprese private: è la giustizia riparativa attraverso il lavoro, che qui trova nella moda il proprio impianto produttivo.
Sotto la direzione artistica di Margherita Uliana, il laboratorio sviluppa collezioni e collaborazioni che mettono in relazione il lavoro realizzato all’interno dell’Istituto con il sistema produttivo, culturale e creativo esterno.
Dentro il carcere femminile, una coordinatrice della sartoria insegna alle detenute le tecniche dell’arte sartoriale. Gli abiti, disegnati e pensati nel laboratorio, vengono tagliati a mano su cartamodelli originali che guardano agli Anni Cinquanta. Gonne a ruota, corpini avvitati, vestiti lunghezza midi, giacche in figura, spolverini, soprabiti e scaldacuore vengono prodotti in serie limitata, stagione per stagione, oltre alla produzione su misura. Tra cinture coordinate in vita, allacciature regolabili, nastri e tasche a scomparsa i pezzi sono dotato di dettagli che li rendono versatili nella vestibilità e regolabili nelle misure.
I tessuti e il lavoro artigianale dietro ogni capo
Le materie prime naturali, selezionate di stagione in stagione, vengono in parte recuperate da eccedenze di produzionedonate dalle aziende che sostengono il progetto e in parte acquistate, come shantung di seta, cotoni e lini pregiati.
Un processo che nella maggior parte della filiera moda resta invisibile, quello della mano che apprende un gesto per necessità prima ancora che per vocazione — e che in quell’apprendimento trova, letteralmente prima che simbolicamente, un piacere che si converte in cambiamento. Il cucito è una pratica che condivide con la vita la stessa grammatica: si taglia, si cuce, si sbaglia, si torna indietro per ricominciare, giorno dopo giorno. Come scrive la cooperativa “il lavoro sartoriale è qui strumento di riabilitazione e speranza, ponte tra dentro e fuori”.

Una riflessione
Resta, sullo sfondo, la domanda più scomoda e meno risolta di ogni narrazione sul riscatto: cosa succede quando una seconda occasione diventa anche un prodotto da vendere, con un prezzo, una vetrina e un pubblico che sceglie di indossarlo? Banco Lotto N°10 sostiene che “la moda trasforma chi la indossa e chi la crea“. Qui chi crea e chi indossa non condividono lo stesso punto di partenza, e proprio in quella distanza — tra chi ha imparato a cucire per necessità e chi sceglie un abito per piacere — si crea un ponte e si gioca il senso reale del progetto.
Margherita Cuccia
Banco Lotto N°10, laboratorio sartoriale
Rio Terà S.Aponal, 1160, 30125 Venezia VE
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