Giulio Paolini a Milano: immersione nello studio immaginario del grande artista. La recensione
La Galleria Christian Stein ospita fino al 24 ottobre una sintesi del lavoro dell’artista italiano, invitando il pubblico a conoscere uno dei suoi alter ego principali: il valletto-artista tratto dai quadri settecenteschi francesi di Watteau. In mostra anche numerose opere inedite realizzate per l’occasione
Nella nuova mostra milanese, Giulio Paolini (Genova, 1940) invita il pubblico a entrare in punta di piedi nel suo studio, esplorando alcuni dei temi cardine del suo pensiero. Una mostra ricca di stimoli, opere enigmatiche e artifici teatrali, che mette in scena – nel vero senso della parola – personaggi e oggetti cari all’artista. Elementi che ne riflettono gusti e poetica, in un ambiente sospeso tra teatro e atelier, tra il palcoscenico su cui si muovono maschere senza tempo e gli strumenti pratici della creazione quotidiana.
La galleria milanese di Christian Stein è la cornice ideale per accogliere tutto questo: la grande sala neutra si presta a essere “arredata” dai pensieri e dalle visioni di Paolini, lasciandoli liberi di fluire, conquistare lo spazio e staccarsi dalle pareti. Ne deriva un labirinto di installazioni enigmatiche, in attesa che qualcuno le interroghi e ne raccolga il significato.

Giulio Paolini a Milano: il dialogo con Antoine Watteau
Tra le parole più ricorrenti nell’universo artistico di Giulio Paolini compaiono teatro e rappresentazione. Il mondo delle maschere, dell’esistenza trascorsa sul palcoscenico della vita: un immaginario ricco di fascino e significati, in cui realtà e finzione, gioco e serietà estrema si intrecciano continuamente.
Si comprendono così i molti riferimenti a una pittura elegante e ricca di connotati teatrali come quella francese a cavallo tra Seicento e Settecento, spesso associata al linguaggio rocaille. Protagonista di quell’epoca artistica è Antoine Watteau, pittore capace di assorbire la lezione di Rubens e dei veneziani, sviluppando una tecnica di altissima qualità con cui illustra scene di corte, tra lusso, feste e paesaggi naturali che dominano sugli sfondi.
In più occasioni Paolini si è avvicinato a questo pittore, raccogliendone e reinterpretandone l’eredità in chiave concettuale e contemporanea. Watteau diventa per lui un riferimento e, insieme, un alter ego, il cui anello di congiunzione ruota soprattutto attorno alla figura del valletto di corte.
Il valletto-artista di Giulio Paolini in mostra da Christian Stein a Milano
È proprio il valletto – un giovane vestito di tutto punto alla moda settecentesca – a essere protagonista o comparsa di diverse opere in mostra. La scelta non è casuale. Da un lato, si tratta di un soggetto cardine della poetica di Paolini per il suo ruolo di fedele servitore e intrattenitore dei padroni: è una maschera, una figura teatrale, che recita, obbedisce e si fa rappresentante di colui che la invia.
Questo lo rende un alter ego ideale per l’artista, che si pone al servizio del pensiero, cercando di esprimerlo attraverso il gesto creativo e, al contempo, impegnandosi a intrattenere il pubblico con spunti su cui riflettere. Il carattere chiave che li unisce è l’umiltà: l’umiltà di presentare il proprio operato inchinandosi con eleganza e rispetto.
In questo senso va interpretata l’opera Riservato, composta da un cuscino dorato con sopra una busta di carta, un dettaglio ingrandito de L’Indifférent di Watteau, un fermaglio dorato e un biglietto autografo con la scritta “riservato”. Il posto pare dunque assegnato al soggetto raffigurato nella fotografia – un valletto – che indica al contempo l’artista stesso. Tuttavia, questa figura ha anche un altro significato, più profondo e meno immediato. Lo si intuisce guardando le fotografie sparse sulla parete della galleria, pensate per testimoniare il processo creativo che precede le opere finite: dai disegni preparatori alle immagini di allestimento e lavoro pratico. Tra queste, una risulta particolarmente eloquente. È uno di quegli scatti veloci e involontari, tra i tanti realizzati in fase di montaggio, che assume però un significato importante. L’artista compare in primo piano, sfocato, come se non fosse lui il protagonista della scena. Il fuoco è infatti puntato su un gruppo di giovani in lontananza, intenti a montare le installazioni in galleria. Senza di loro, la mostra non si sarebbe mai concretizzata. Il loro ruolo di “valletti” al servizio dell’artista è essenziale per la riuscita dell’insieme; l’immagine si fa così omaggio al lavoro di chi opera in silenzio dietro le quinte.
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Le opere e l’atelier di Giulio Paolini in mostra da Christian Stein a Milano
La mostra non si limita al tema del valletto, ma invita il pubblico a fare davvero un tuffo nell’atelier e nella mente creativa di Paolini attraverso le sue opere. Eloquente in questo senso è l’installazione miniaturistica al centro della sala, In studio (ora come allora). Un omaggio alla propria creatività, espresso attraverso un cavalletto di cui ogni faccia si fa teatro dell’operatività artistica.
Vari oggetti gli fanno da contorno: dal modellino di sedia Thonet alla lente di ingrandimento, fino alla clessidra. Simboli del tempo che scorre lento nel fluire creativo dei pensieri: le idee corrono, le migliori si fermano sulla carta, si approfondiscono, ingrandendo gli spunti che custodiscono al loro interno. A completare la composizione, un paio di occhiali suggerisce la presenza-assenza dell’artista in quel piccolo palcoscenico-atelier.
A concludere questa rassegna non esaustiva di opere, va citata anche Sottosopra: una tela e due leggii musicali inseriti con orientamenti opposti, accompagnati da due scritti autografi che hanno per oggetto l’autonomia dell’arte rispetto al proprio autore. Un ulteriore omaggio alla creatività indomabile, capace di prendere strade e direzioni indipendenti dall’iniziale volontà umana.
Emma Sedini
Milano // fino al 24 ottobre 2026
Giulio Paolini. In studio (ora come allora)
GALLERIA CHRISTIAN STEIN – Corso Monforte, 23
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