Trasformare un giardino in modello di coesistenza. Succede al festival Radicepura in Sicilia: l’intervista alla direttrice
Emanuela Rosa-Clot, nuova direttrice artistica del festival siciliano ci racconta come imposterà la manifestazione sulla base del tema scelto per questa edizione “Gardens of Hope: Coltivare la coesistenza"
La Fondazione Radicepura ha affidato la direzione artistica del Radicepura Garden Festival 2027 e 2029 – manifestazione che ogni due anni, dal 2017, si svolge a Giarre (in provincia di Catania) nell’omonimo parco botanico –, a Emanuela Rosa-Clot giornalista che ha dedicato gran parte della sua carriera al racconto del paesaggio, della natura e della cultura del giardino. Così, per scoprire come vuole impostare il festival anche alla luce del significativo titolo attribuito a questa edizione Gardens of Hope: Coltivare la coesistenza, abbiamo incontrato la neodirettrice, dal 2006 alla guida di Gardenia e, dal 2009, anche di Bell’Italia.

Intervista a Emanuela Rosa-Clot nuova direttrice artistica del Radicepura Garden Festival, in Sicilia
Partiamo proprio da questo luogo: ti ricordi le tue prime impressioni visitandolo?
Amo il Radicepura Horticultural Park e lo frequento da anni. Fin dalla prima volta che l’ho visitato, mi sono innamorata di questo luogo, particolarmente affascinante perché si trova tra l’Etna e il mare, perfetto per celebrare il giardino mediterraneo. Un’idea bellissima che è alla base del festival biennale, nato nel 2017, quando è stata creata la Fondazione Radicepura. Sono stata quindi molto contenta dellaproposta ricevuta daMario Faro, che presiede la fondazione, di seguire la direzione artistica per le prossime due edizioni.
Quali pensi che siano i punti di forza della biennale?
Mi piace molto che i giardini temporanei, che ogni due anni vengono costruiti, abbiano sei mesi di vita e quindi la possibilità di svilupparsi. Di conseguenza ciò che si chiede a chi li progetta è di immaginare qualcosa che non sia un mero allestimento, come sono i pur meravigliosi giardini del londinese Chelsea Flower Show, che vivono per pochi giorni. Qui si deve avere la capacità di concepire un progetto che possa durare nel tempo, che sappia evolversi: non a caso, come Gardenia, fin dalla prima edizione abbiamo deciso di dare il premio al giardino che aveva avuto la migliore evoluzione.
In Sicilia nel Radicepura Horticultural Park, tra giardini d’autore e opere d’arte contemporanea
E quelli del parco?
C’è da considerare che ci troviamo in un contesto paesaggistico unico: citavo prima l’Etna, che quest’estate si è fatto molto sentire. La sua presenza, così viva ed energetica, nel parco si percepisce sempre. La continua deposizione di materiali vulcanici, come cenere, lapilli e lave basaltiche fa sì che qui i terreni siano straordinariamente ricchi e fertili. Inoltre, la grande montagna agisce come una spugna naturale, trattenendo le piogge, il che fa sì che queste terre, a differenza di altre parti della Sicilia, siano ricche di acque. Un contesto ideale per favorire la creazione dei giardini. E poi c’è anche un altro tema.
Ovvero?
Siamo in un parco botanico vero e proprio, che ospita migliaia di specie e varietà di piante del Mediterraneo ma anche tropicali e subtropicali, voluto dal Cavaliere Venerando Faro, che è il fondatore dell’azienda Piante Faro. Qui valorizzare la cultura del giardino vuol dire considerarlo alla stregua di un’opera d’arte site specific. Per fare un paragone: come in Toscana c’è la Fattoria di Celle che ha la sua straordinaria collezione d’arte site specific, in Sicilia c’è il Parco Radicepura con la sua collezione di giardini e di installazioni artistiche. Si va da Il sogno di Empedocle di Emilio Isgrò a Compito #1, che è il grande mosaico di Adrian Paci (altro artista che interpretata racconta la cultura del Mediterraneo). Trattati esattamente alla stessa maniera, come opere d’arte, appunto, sono conservati e manutenuti i giardini permanenti di grandi paesaggisti italiani e internazionali.
Ne segnalaresti qualcuno?
Sicuramente quello di Paolo Pejrone, il più grande architetto del paesaggio italiano vivente, autore di Vento e Acqua, tentativi di resilienza. Poi quello di Antonio Perazzi, che è stato il direttore artistico nelle due edizioni precedenti e ha lasciato il suo bellissimo giardino. Poi ci sono i lavori dei progettisti francesi, come Michel Péna con Tour d’Y Voir, e degli inglesi, tra cui James Basson che ha fatto un piccolo giardino di tufo intitolato Alpheo e Arethusa. E, soprattutto, c’è la pluripremiata paesaggista inglese Sarah Eberle che due anni fa, in occasione dell’ultima edizione del festival, ha creato il suo giardino: A Postcard from Sicily, ovvero l’idea di Sicilia che si è fatta in tutti questi anni di frequentazione. Infatti è stata madrina della manifestazione fin dall’inizio.
“Gardens of Hope”: il tema del Radicepura Garden Festival 2027
Citavi Perazzi, dal quale erediti la direzione artistica del festival. Come ti piacerebbe contribuire alla storia della manifestazione, con il tuo peculiare approccio giornalistico?
Trovo molto bella la staffetta con Perazzi. Nella lingua italiana non esiste una parola esatta per tradurre plantsman, ma lui è esattamente quello: un uomo di piante. È un amico, uno scrittore, collaboratore di Gardenia da più di 15 anni, un bravissimo paesaggista ed è anche un giardiniere: le piante le conosce bene, con loro costruisce i suoi progetti. Una delle sue edizioni ha avuto infatti come tema proprio The Garden of Plants. Io, da giornalista, vorrei portare l’attualità nel festival, per questo il tema che ho scelto per il 2027 è Gardens of Hope: Coltivare la coesistenza.
Da dove nasce questa idea?
Stiamo vivendo in un mondo dove purtroppo vediamo tornare i confini, un mondo che si chiude. Vorrei quindi che parlassimo di coesistenza, di migrazioni e di scambi, imparando dalle piante, perché loro convivono. Indubbiamente lottano anche fra di loro, ma molto spesso trovano delle forme di alleanza per creare ambienti favorevoli alla vita futura. In questa epoca di incertezza globale, vorrei immaginare il giardino come un luogo di speranza. Mai però soltanto come un rifugio.
Cosa intendi?
Penso che il giardino debba essere uno spazio aperto, un modello di coesistenza. Non un luogo in cui rinchiudersi per fuggire al “brutto intorno”, ma un luogo nel quale coltivare un’etica della convivenza basata sul rispetto. Sono stata molto amica di Pia Pera, grande scrittrice di giardini e saggista, morta dieci anni fa di SLA, e ne coltivo l’eredità. Pia ha scritto un libro a quattro mani con Perazzi: Contro il giardino. Dalla parte delle piante. Quando parla di cosa ci conduce in giardino, lei afferma: “Chiamiamolo il nostro antico cercare, fra le piante, la vita.” Considero questa riflessione molto importante, perché supera il concetto di bellezza. Certo, io ritengo il giardino una sorta di risarcimento estetico della fatica di vivere, ma l’aspetto centrale è che sia aperto alla convivenza, alla coesistenza, alla vita.
A proposito di cambiamento climatico, verde e spazi pubblici urbani
In questa fase storica segnata dalle urgenze del cambiamento climatico e dopo la problematica estate che stiamo vivendo, estenderesti questa posizione anche agli spazi pubblici delle nostre città?
Sicuramente. Anzi, penso proprio agli spazi pubblici condivisi, che oggi hanno bisogno di essere progettati con l’attenzione al cambiamento climatico e che possono contribuire a modificare le nostre città. Osserviamo Parigi: lì si stanno veramente realizzando giardini ovunque, anche davanti al municipio. Noi stiamo ancora faticando; per esempio, a Milano abbiamo aree in cui si lavora per depavimentare, ma anche tante situazioni con enormi distese di materiali minerali. E poi, in questo mondo in cui tutti hanno la testa nel loro telefono, c’è bisogno di ritrovare spazi dove stare insieme: un giardino progettato per le persone, con i suoi arredi, l’ombra, il verde, il suo punto d’acqua, può essere un luogo dove la gente torna a sedersi, a parlare, a incontrarsi la sera per prendere il fresco. Perché avere un giardino (magari anche bello) è un diritto di tutti, non soltanto di chi se lo può permettere.
Da vent’anni sei alla direzione di Gardenia; dal 2009 anche di Bell’Italia. Dal punto di osservazione che ti fornisce il tuo lavoro giornalistico, rilevi qualche cambiamento in fatto di consapevolezza rispetto ai temi ambientali?
La consapevolezza sta aumentando, così come la cultura del giardino e del verde ornamentale, nelle amministrazioni pubbliche, tra i cittadini e anche tra i proprietari di giardini privati. Tuttavia, come accennavo, da noi rispetto a quanto accade all’estero c’è stata poca lungimiranza da parte del settore pubblico nel commissionare giardini a paesaggisti esperti. Per esempio, Paolo Pejrone non ha mai avuto l’incarico per un giardino pubblico in Italia a eccezione dei Giardini Reali, a ridosso di Piazza di San Marco, a Venezia. Si tratta di un’area che il Comune ha affidato a Venice Garden Foundation e che è stata riaperta anche con il supporto di Generali Assicurazioni. Il risultato è un giardino stupendo, pulito, in cui si entra gratuitamente, con un sistema di gestione che prevede la continua presenza di giardinieri. Bisogna sempre considerare che i giardini bisogno di manutenzione continua e cure specializzate.
Qualche altro progetto virtuoso che vorresti segnalare?
Senza dubbio il Parco 8 Marzo, a Milano, progettato dall’agronoma paesaggista Laura Gatti, che ha collaborato al Bosco Verticale per la componente vegetale. Come sfondo, avrà la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (BEIC) che attualmente è in costruzione. Siamo nell’ex scalo ferroviario di Porta Vittoria, per cui il progetto di Gatti riprende dal punto di vista architettonico l’idea dei binari. Ed è anche un rain garden, ossia può assorbire l’eccesso di acqua dovuta a fenomeni estremi di precipitazione. Perché il cambiamento climatico non vuol dire solo caldo e siccità, ma anche volumi d’acqua che possono creare problemi.

Radicepura Garden Festival: è aperta la call per i progettisti under 36
Tornando al festival. Fino al 30 ottobre è attiva la call for ideas riservata agli under 36 per partecipare alla prossima edizione. Quale tipo di invito ti senti di rivolgere ai giovani progettisti che stanno valutando se partecipare?
Vorrei invitare tutti a confrontarsi sul tema della coesistenza: è un’occasione bellissima per mettere a terra un’idea e vederla concretizzare. Infatti, se il progetto viene scelto, e i suoi costi sono entro i 10.000 euro, la sua realizzazione è completamente coperta dalla Fondazione Radicepura (in caso contrario si avvia la ricerca di uno sponsor per la cifra eccedente). Mi piacerebbe che le proposte non fossero esercizi di architettura, puramente concettuali. Al contrario lo immagino proprio come un’esperienza pratica, in cui si mettono le mani in terra e si capisce quali piante adottare, quali possibilità di evoluzione avranno.
Qualche aspettativa?
Mi aspetto che i giovani progettisti diano davvero concretezza all’idea di coesistenza tra piante diverse (mediterranee, tropicali, perché no, perfino invasive), ma anche alla loro coesistenza con gli animali e, non da ultimo, con l’uomo. Sogno non un giardino da guardare, come fosse un bello scenario, ma in cui si è invitati a entrare, a sedersi, a restare.
Valentina Silvestrini
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