L’elitismo dell’arte è una scelta, non un destino (e in ogni caso no, non è colpa del capitalismo)
In risposta a un recente articolo di Christian Caliandro su Artribune, Angelo Argento traccia una via alternativa. Certe colpe del “sistema arte” sarebbero da ricercare nell’arte stessa e non nel capitale che la alimenta
C’è una comodità antica nel dare la colpa al capitalismo. È l’imputato perfetto: astratto, onnipresente, incapace di difendersi e, soprattutto, esterno a noi. Quando il pianeta separato dell’arte contemporanea si guarda allo specchio e non ama ciò che vede – biennali stanche, musei intimiditi, un mercato che ha perso la propria narrazione – la tentazione è nominare un colpevole che stia altrove. È un’autoassoluzione travestita da denuncia. La diagnosi di Christian Caliandro sulla chiusura del sistema è acuta e, in buona parte, condivisibile. Il “muro di gomma dell’elitismo” esiste: respinge, seleziona, disinnesca. Ma sul mandante la lettura non convince.
Il capitalismo non vuole essere ermetico
Il capitale, per sua natura, cerca spazi nei quali espandersi. Contamina, segue il rendimento ovunque intraveda valore. È opportunista e sostanzialmente indifferente al contenuto. Non possiede una politica culturale: possiede interessi. Per questo attribuirgli la responsabilità dell’autoreferenzialità dell’arte contemporanea presenta una contraddizione. Se fosse davvero il mercato a determinarne integralmente linguaggi e comportamenti, avrebbe semmai interesse ad ampliare la platea dei possibili acquirenti, non a restringerla. Lo dimostra, involontariamente, proprio lo “scherzo amaro” evocato da Caliandro. Il capitalismo più cinico investe anche nelle nicchie culturalmente e politicamente più impegnate: postcolonialismo, questioni di genere, critica delle disuguaglianze, ambientalismo. Ma questo non dimostra che il capitale abbia chiuso il sistema. Dimostra semmai la sua capacità di entrare in qualsiasi sistema gli venga aperto.
Ridistribuire le colpe tra capitalisti ed élite culturale
Il mercato può vendere indifferentemente la provocazione e la tradizione, l’opera antisistema e quella decorativa, la contestazione e il conformismo. È una macchina di valorizzazione economica, non un’accademia incaricata di stabilire un’estetica. Chi ha trasformato, in alcuni casi, la ricerca linguistica in didascalia, chi ha sostituito la complessità dell’opera con quella dello statement, chi ha deciso quali linguaggi fossero degni di biennali, musei e grandi manifestazioni non è stato un algoritmo finanziario. Sono state istituzioni, curatori, direzioni artistiche, commissioni, giurie. In una parola: la classe culturale che presidia gli accessi. Una scelta di campo, dunque, non un’imposizione contabile.
L’elitismo dell’arte contemporanea
Qui sta il punto che vorrei restituire al dibattito. L’elitismo dell’arte non è una legge di natura e neppure un destino strutturale. È il risultato di decisioni. Definirlo semplicemente “strutturale e sistemico” rischia persino di consegnarlo alla fatalità: trasformare una responsabilità in una condanna e, dunque, renderlo paradossalmente più intoccabile. Ma le strutture le costruiscono gli uomini. E ciò che gli uomini costruiscono, gli uomini possono cambiare. La crisi non va soltanto conosciuta, descritta e riconosciuta. Occorre domandarsi chi disponga concretamente delle leve per affrontarla. E quelle leve non abitano soltanto nei quartieri della finanza. Sono nelle sale dei consigli di amministrazione dei musei, nei comitati scientifici, nelle commissioni, nelle giurie, nelle direzioni delle fondazioni, nelle accademie, nelle politiche pubbliche. È lì che si decide chi entra e chi rimane fuori. Quale ricerca sostenere. Quale linguaggio legittimare. Quali territori raggiungere.
La cultura come infrastruttura
Perché la cultura è un’infrastruttura invisibile della competizione umana. E un’infrastruttura ha senso soltanto se distribuisce: se porta, collega, raggiunge. Una strada costruita per escludere i propri viaggiatori non sarebbe un esempio di raffinatezza ingegneristica. Sarebbe un guasto. Allo stesso modo, un’arte che trasforma l’ermetismo in un blasone non sta necessariamente obbedendo alla logica del capitale. Sta tradendo la propria funzione pubblica. Questo non significa chiedere all’arte di diventare facile, popolare o immediatamente comprensibile. L’arte ha tutto il diritto di essere difficile, scomoda, persino respingente. Ma c’è una differenza enorme tra la complessità e l’esclusione. La prima produce conoscenza. La seconda produce appartenenza. Ed è proprio quando l’appartenenza a una cerchia diventa condizione necessaria per comprendere l’opera che il sistema comincia a parlare prevalentemente a sé stesso.
La sperequazione ha nomi e indirizzi
Chi guarda alle periferie geografiche, prima ancora che simboliche, lo sa senza bisogno di grandi costruzioni teoriche: l’accesso alla cultura è sempre stato una questione politica e istituzionale.Quando un territorio resta escluso non è perché “il sistema” lo abbia deciso in astratto. È perché qualcuno non ha costruito il ponte, non ha aperto il museo, non ha finanziato la scuola, non ha sostenuto l’associazione, non ha creato le condizioni perché un ragazzo potesse incontrare un’opera, un libro, un teatro, un’orchestra. La sperequazione ha nomi, indirizzi, competenze e bilanci. Attribuirla genericamente al capitalismo rischia allora di produrre un effetto curioso: non doverla attribuire a nessuno in particolare.
Restituire le giuste responsabilità
La via d’uscita non consiste, quindi, nel descrivere la crisi come inevitabile. È esattamente l’opposto: bisogna restituire responsabilità. Ricostruire istituzioni capaci di distribuire gli accessi invece di sorvegliarli. Premiare la ricerca invece della didascalia. Riportare il rischio dentro musei e fondazioni. Giudicare le direzioni artistiche non soltanto dalla sofisticazione dei loro statement, ma anche dalla capacità di creare pubblici nuovi. E soprattutto smettere di confondere l’inaccessibilità con la qualità.
Noi, l’arte e il capitale
Non serve necessariamente un capitalismo diverso per ottenere tutto questo. Serve una classe culturale che smetta di descrivere il muro e cominci a smontarlo, mattone dopo mattone, assumendosi almeno il dubbio di aver contribuito a costruirlo. Il capitalismo, in fondo, è innocente della nostra pigrizia. Attribuirgli la crisi è facile. Significa collocare la responsabilità abbastanza lontano da non doverci interrogare sulle nostre scelte, sulle nostre istituzioni, sui nostri linguaggi. Riconoscere che quella responsabilità porta anche il nostro nome è molto più difficile. Ed è da lì che dovrebbe tornare la discussione. Non su quanto capitalismo ci sia nell’arte. Ma su quanta arte sia rimasta nel sistema dell’arte.
Angelo Argento
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