Quando un monumento cambia significato? Tre casi tra occultamento, restituzione e abbattimento
Un monumento nasce per occupare uno spazio pubblico e trasmettere un significato. Nel tempo, però, quel significato può diventare controverso, parziale o non più condiviso. Ecco perché: le opinioni dell’artista Cosimo Veneziano e della curatrice e studiosa Lisa Parola
Nel precedente articolo, dedicato al Teatro Continuo di Alberto Burri, mi sono interrogato sul destino delle opere d’arte nello spazio pubblico dopo la loro inaugurazione. Il caso di Burri mostra una questione più ampia: un’opera pubblica non si esaurisce nel momento in cui viene collocata in un luogo, può essere modificata, smantellata o ricostruita a distanza di anni.
Arte pubblica: che cos’è un monumento
Ma cosa accade quando a cambiare non è solo la sua condizione materiale, ma il modo in cui viene interpretata? Un monumento nasce per occupare uno spazio pubblico e trasmettere un significato. Nel tempo, però, quel significato può diventare controverso, parziale o non più condiviso. Possono essere messi in discussione i valori che rappresenta oppure emergere aspetti della sua storia originaria, della sua provenienza o della sua funzione che cambiano la sua prospettiva. Il problema non riguarda quindi soltanto la conservazione o rimozione, ma anche gli strumenti attraverso cui un’opera viene resa comprensibile. Una statua o un monumento nello spazio pubblico possono essere fruiti senza informazioni sul contesto della loro realizzazione, sulle ragioni della loro collocazione o sulle trasformazioni che hanno subito. In assenza di questi elementi, la loro lettura resta affidata alla conoscenza individuale.
Monumenti che hanno mutato significato
Tre casi molto diversi aiutano a osservare questo problema: l’Apoteosi del fascismo di Luigi Montanarini a Roma, la Stele di Axum e il monumento a Edward Colston a Bristol. Tre modalità di intervento sulla presenza di un monumento nello spazio pubblico: occultamento, restituzione, abbattimento e ricontestualizzazione museale. Non episodi isolati, ma variazioni di un unico nodo: cosa accade quando una società interviene sulla permanenza — e quindi sul significato — di un monumento. L’occultamento Nel complesso del Foro Italico di Roma, all’interno di Palazzo H, si trova l’Apoteosi del fascismo, un grande affresco di circa 12 x 13 metri realizzato da Luigi Montanarini a partire dal 1936 e venne realizzato dopo l’entrata in guerra dell’Italia. L’opera raffigura Mussolini al centro della composizione, circondato da gerarchi fascisti, militi e popolo, tra tricolori, bandiere nere e trofei guerreschi. Fu concepita come un’allegoria del Fascismo e della guerra. Dopo la fine del regime, l’affresco non venne distrutto. Nel 1944 fu coperto da una tenda blu, sostituita nel 1951 da un panno verde quando il complesso passò al CONI. Rimase nascosto per cinquantatré anni, fino al 1997, quando ne fu avviato il recupero e la nuova esposizione su sollecitazione di Francesco Zurli, sovraintendente allora dei Beni Architettonici.

Opere d’arte e propaganda
Questo caso mostra una strategia precisa: non eliminare, ma nascondere. L’opera resta fisicamente presente, ma sottratta alla vista. L’occultamento non cancella il monumento, ne sospende la leggibilità. La sua riemersione pone però un’altra questione: come viene oggi interpretata un’opera nata come propaganda? Senza strumenti di lettura che possono essere dati agli spettatori, l’affresco può essere percepito come immagine monumentale: la sua funzione originaria, la lunga invisibilità e le ragioni della sua riapparizione possono restare spesso implicite. Se l’occultamento agisce sulla visibilità, la restituzione interviene sul luogo.
Restituzioni: la controversa storia della Stele di Axum
La Stele di Axum, realizzata tra il I e il IV secolo d.C. nel Regno di Axum, è uno dei simboli dell’Etiopia. Alta 23,40 metri e del peso di circa 150 tonnellate, fu portata in Italia durante il regime fascista, smontata e trasferita dall’Eritrea fino a Napoli, per essere poi collocata a Roma nel 1937, in piazza di Porta Capena. Rimase in Italia fino al 2003, quando venne restituita all’Etiopia dopo una lunga trattativa. Smontata nuovamente in tre parti, fu trasportata e ricollocata nel suo contesto originario, accanto alla stele gemella. Qui il cambiamento non riguarda la visibilità ma la collocazione. Tuttavia, lo spostamento non chiude la storia: la riapre. La restituzione non cancella la presenza del monumento in Italia, ma la integra nella sua biografia. Anche in questo caso emerge un punto decisivo: la storia della stele non è solo quella di un manufatto antico, ma anche quella della sua sottrazione coloniale, del suo trasferimento, della lunga permanenza a Roma e del suo ritorno. Quanto di questa storia viene effettivamente raccontato? La restituzione materiale non coincide necessariamente con una piena restituzione narrativa.

L’abbattimento e la ricontestualizzazione museale
Il caso di Edward Colston introduce una terza possibilità: l’interruzione della presenza del monumento nello spazio pubblico da parte dei cittadini. La statua, realizzata da John Cassidy, si trovava nel porto di Bristol. Nel 2020, durante le proteste del movimento Black Lives Matter, venne abbattuta dai manifestanti. La vicenda non si concluse con la rimozione. La statua fu recuperata e nel 2021 esposta al M Shed, il museo di Bristol, in un percorso che includeva anche una consultazione pubblica sul suo destino. Nel 2024 è entrata nella collezione permanente dei Bristol Museums ed è oggi esposta nello stesso museo. Qui il cambiamento è più radicale: non si modifica solo la collocazione, ma la funzione dell’oggetto. Dalla piazza al museo, il monumento passa da dispositivo celebrativo a oggetto di interpretazione critica, inserito nel racconto della figura di Colston e della storia della tratta atlantica degli schiavi. A differenza dei casi precedenti, non si tratta né di nascondere né di spostare, ma di rielaborare il suo significato. La sua funzione cambia, ma la sua storia continua.

Opere d’arte e loro significato nella storia
Non soltanto conservare, ma interpretare I tre casi mostrano tre modalità di intervento: occultare, restituire, abbattere e ricontestualizzare. Ma il punto non riguarda solo il destino materiale dei monumenti. Ogni intervento modifica anche il loro significato. Un monumento nascosto, uno restituito o uno musealizzato non producono lo stesso effetto sul pubblico: cambiano il contesto, la funzione e le possibilità di lettura. Per questo il problema non è solo cosa conservare, ma anche quali strumenti di interpretazione accompagnano ciò che viene conservato: testi, apparati informativi, archivi, percorsi didattici. Un monumento può restare intatto e risultare comunque incomprensibile se la sua storia non risulta liberamente accessibile. È qui che si apre una delle questioni centrali dell’arte nello spazio pubblico: non solo quali opere conservare, ma come renderle leggibili. E allora la domanda per Lisa Parola, curatrice, che da anni si occupa proprio del ruolo del monumento nello spazio pubblico, diventa fondamentale in questo contesto: che cosa significa, oggi, decidere di lasciare un monumento nello spazio pubblico senza fornire gli strumenti per interpretarlo?
L’opinione di Lisa Parola
“Credo sia una questione di spiegazioni, certo, ma anche di modi di guardare. È interessante chiedersi che cosa un monumento possa dire di una comunità e come questa comunicazione possa cambiare nel tempo. Quando un monumento viene collocato nello spazio pubblico, a chi si rivolge? Chi prende la parola? Quale narrazione rappresenta e quale memoria contribuisce a costruire? È da queste domande che è necessario partire”, spiega la curatrice e autrice del saggio “Giù i monumenti”, edito da Einaudi nel 2022. “Un monumento parla a una sola comunità? E per quanto tempo può continuare a farlo nello stesso modo? La sua interpretazione, infatti, non è mai definitiva: cambia insieme alla società, alle conoscenze e alla consapevolezza del passato. Per questo, gli esempi che hai proposto acquistano particolare rilievo, soprattutto nel caso della statua di Edward Colston e della sua successiva museificazione. Quando era collocata nello spazio pubblico, la statua era accompagnata da poche informazioni: una targa con il nome e le date, elementi sufficienti a identificare il personaggio, ma incapaci di restituire la complessità della sua vicenda storica e del ruolo che aveva avuto nella tratta”.
L’opera di Bristol, da verticale a “distesa” e il tema del basamento
Il monumento, continua Parola, “produceva così un’unica narrazione, fondata soprattutto sulla celebrazione pubblica della figura rappresentata. Oggi, all’interno del museo di Bristol, la statua è inserita in un dispositivo narrativo molto diverso. Dal 2024 la città ha deciso di conservarla non più nella sua posizione verticale, ma distesa, accompagnata da testi e materiali che ne mettono in evidenza le contraddizioni e le diverse interpretazioni che aprono un nuovo processo di lettura. Ed è anche significativo che questa nuova narrazione parta da ciò che per lungo tempo ha definito la posizione di autorità del monumento: il basamento. Privata della sua collocazione originaria, il pubblico la osserva da un altro punto di vista. Il basamento non è più soltanto un elemento tecnico che la sostiene, ma diventa parte della storia dell’opera e del modo in cui una società ha scelto di rappresentare e legittimare una figura pubblica. Quando si guarda la statuaria tradizionale è quindi importante considerare l’intero sistema di narrazione: le diverse storie, i silenzi, le omissioni e le contraddizioni che la costituiscono. Oggi più che mai”.
Cosimo Veneziano
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