I piccoli paesi hanno un gran bisogno di intellettuali scomodi. Ecco perché
L’intellettuale nei piccoli paesi viene tollerato fino a quando resta nel suo angolino, in una posizione rassicurante e che non metta in discussione la narrazione del luogo. Ma cosa succede in caso contrario? Cosa accade quando la sua voce diventa scomoda?
Nel suo libro I paesi invisibili, Anna Rizzo scrive una frase che mi è rimasta impressa: “Nei paesi, l’intellettuale è l’eremita ornamentale”. La scrittrice, in realtà, all’interno del saggio non si sofferma troppo su questo concetto, che rimane inserito in una riflessione più ampia sulle dinamiche sociali delle realtà di provincia. Eppure, dentro quella definizione, c’è qualcosa di molto preciso; soprattutto nella scelta dei termini.
L’eremita è qualcuno che vive ai margini, che guarda il mondo da una certa distanza, conservando una visione più lucida degli altri rispetto a ciò che gli accade intorno. Ma è anche una figura che la comunità può accettare, o addirittura esibire, purché resti dentro il ruolo che le è stato assegnato: quello dell’eccentrico, del diverso, di qualcuno che sta un po’ ai margini. Da qui l’aggettivo “ornamentale”, appunto: una presenza a cui raramente viene riconosciuta una vera funzione all’interno della comunità.
L’intellettuale come “straniero” nei piccoli paesi
La condizione dell’intellettuale come “corpo estraneo” nei piccoli paesi, come una figura difficile da collocare lavorativamente (soprattutto in contesti dove il valore del lavoro viene misurato in termini di produttività), è diventata ancora più evidente negli ultimi anni, anche come conseguenza di una politica nazionale che ha volutamente screditato e deriso questa figura: il “professorone” distante dalla realtà, l’esperto chiuso nella sua torre d’avorio, quello che complica le cose invece di semplificarle. Le sue attività sono spesso percepite come un passatempo più che come un mestiere, ed è già questo un aspetto che ne delegittima il ruolo all’interno della comunità.
“‘Non te lo ha chiesto nessuno’ è la frase più dolorosa ma anche illuminante che riceve (io l’ho ricevuta) chi vuole portare una riflessione, spezzare un’abitudine, in un territorio periferico”, dice l’artista Giacomo Giovannetti, che ha scelto di abitare a Roncitelli, piccola frazione di Senigallia. “Come artisti dobbiamo interrogarci e chiederci insieme con umiltà e coraggio a che cosa può servire ciò che si sta proponendo alla popolazione locale, e in che modo la cultura può dare nuove letture alla nostra quotidianità. L’intellettuale, con empatia, rispetto e sensibilità deve autolegittimarsi, e far sentire la propria presenza”.
L’intellettuale come voce scomoda
Proprio questa “estraneità” al contesto, e dunque questo punto di vista distaccato e più acuto rispetto agli altri, può infatti essere la funzione più importante dell’intellettuale. I piccoli paesi hanno bisogno di gente “pensante”, di figure di cultura che non si limitino a ripetere una filastrocca consolidata, ma che mettano alla prova la narrazione del luogo interrompendola quando diventa troppo comoda e rassicurante. L’intellettuale può chiedere, per esempio, perché una certa tradizione debba essere conservata o perché alcune persone abbiano voce e altre no; può fare emergere disuguaglianze e favoritismi; può persino mettere in discussione l’immagine romantica con cui un piccolo centro viene presentato all’esterno: il “borgo autentico”, la terra delle tradizioni, la comunità solidale (non c’è stereotipo più falso quando si parla di piccoli Comuni, luoghi dove spesso regnano invidia e lotte intestine tra famiglie). Non è necessariamente una posizione amata, anzi. Ma è proprio qui che risiede la sua utilità: nel guardare il paese da un punto di vista diverso e nel proporre altri modi di raccontarlo al di fuori del suo perimetro.
Il riconoscimento dopo la scomparsa
“Viviamo una fase politico-culturale che, ormai da decenni, ha marginalizzato i paesi e li ha portati a una condizione di svuotamento di servizi e di offerta culturale, costruendo su di essi una narrazione neoromantica e funzionale ai bisogni dei centri, al turismo e all’enogastronomia”, commenta ad Artribune Marco Trulli, operatore culturale e curatore. “Per questo il ruolo degli intellettuali nei paesi non può che essere trasformativo, generativo, corrosivo. Penso a Danilo Dolci e al suo appassionato e visionario impegno nella pedagogia pubblica, nella costruzione di lotte e scioperi che reagivano alla rassegnazione e alla mafia, coinvolgendo contadini e operai dell’entroterra siciliano. Penso a Maria Lai che risponde alla committenza istituzionale di un’opera pubblica con un appassionante lavoro comunitario come ‘Legarsi alla Montagna’: ‘L’arte che realizzo deve essere per i vivi, non per i morti, rispose al Comune di Ulassai’. L’intellettuale può costruire alleanze, aiutare gli abitanti a sfidare la trappola identitaria ed esclusivamente folkoristica in cui le politiche del ‘turismo delle radici’ hanno infilato le aree interne e interrogarsi, nonostante le difficoltà strutturali, su come l’identità e l’appartenenza ai paesi siano cornici di senso non monolitiche, ma che vanno rinegoziate e problematizzate di continuo”.
Il problema, però, è che nei piccoli paesi questa funzione critica viene riconosciuta spesso solo dopo la morte. L’intellettuale contemporaneo può essere ignorato, isolato, considerato un visionario, un matto, o semplicemente qualcuno che ha “tempo da perdere”. La sua immagine viene però molte volte rivalutata dopo la morte: arrivano allora le targhe, gli archivi da conservare, le mostre (da farlo rivoltare nella tomba). In altre parole, quello che durante la vita sembrava inutile, dopo la scomparsa diventa patrimonio da celebrare. È una contraddizione che racconta bene il rapporto che abbiamo con la cultura nei territori interni: siamo capaci di rendere omaggio agli artisti e agli intellettuali quando ormai non possono più mettere in discussione nulla. Ma molto meno capaci di ascoltarli quando sono ancora presenti e quando il loro sguardo può produrre conflitto.
Alex Urso
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