Le mostre servono ancora? Ecco perché continuiamo a farne dopo 350 anni 

L’idea moderna di mostra comincia a prendere forma sul finire del Seicento romano, rendendo manifesta una parte essenziale della sua portata sociale e culturale. Valida ancora oggi

La storia ci racconta che tra coloro che hanno inventato, o quantomeno contribuito a inventare, l’idea moderna di mostra pubblica c’è un certo Giuseppe Ghezzi (1634–1721): pittore, letterato, accademico e organizzatore di esposizioni nella Roma di fine Seicento. Ed è proprio dalla sua storia che prende le mosse Expositio Mundi, mostra d’arte contemporanea allestita a Macerata nel settecentesco Palazzo Buonaccorsi, con due incursioni in altrettanti spazi storici della città — lo Sferisterio e la Biblioteca Mozzi Borgetti — giusto per dare al visitatore l’opportunità di conoscere altri due luoghi che, in effetti, valgono il viaggio.

Ed è qui che si produce un curioso cortocircuito con la domanda posta qualche giorno fa da Artribune: ha ancora senso, oggi, fare mostre? Nel 1676 Ghezzi organizzò nel chiostro di San Salvatore in Lauro, a Roma, un’esposizione di dipinti provenienti da collezioni private. Quindi opere normalmente chiuse nei palazzi di principi e cardinali, grazie a questa forma di “protocuratela”, venivano scelte e messe davanti agli occhi di un pubblico molto più ampio. 

Veduta del cortile di Palazzo Buonaccorsi, Macerata
Veduta del cortile di Palazzo Buonaccorsi, Macerata

La storia delle mostre

L’idea moderna di mostra comincia a prendere forma lì, sul finire del Seicento romano, rendendo manifesta una parte essenziale della sua portata sociale e culturale. Un assessore con cui ho lavorato in passato utilizzava spesso un’espressione: «aumentare il patrimonio cognitivo della comunità». Ci saranno certamente perifrasi più raffinate per dire la stessa cosa, ma questa per me rimane la più sintetica e chiara e, confesso, ci sono anche affezionata.

Il punto, in fondo, era già quello: consentire a più persone di conoscere quelle opere, guardarle, ammirarle, magari non capirle immediatamente ma cominciare a interrogarle; e così aggiungere qualcosa al proprio bagaglio di conoscenze, immagini, associazioni. Accrescere, appunto, il proprio patrimonio cognitivo. In questo senso la mostra nasce come uno strumento democratico di diffusione della bellezza e del sapere. E forse è proprio questo il suo peccato originale — o, se si preferisce, la sua grazia originaria. Ovviamente, le mostre sono cambiate nei secoli. Molti altri scopi, obiettivi e ambizioni si sono intrecciati e continuano a intrecciarsi con quella missione iniziale: quelli dei curatori e degli artisti, dei galleristi e dei direttori di museo, degli assessori e dei ministri; senza dimenticare sponsor, produttori, uffici marketing, addetti stampa e algoritmi dei social. Ma l’idea di mettere qualcosa davanti agli occhi di qualcuno perché, uscendo, sappia o senta qualcosa che prima non sapeva o non sentiva rimane, almeno per me, il punto. 

Che cosa significa fare una mostra

A Macerata, per esempio, viene utilizzato uno degli strumenti espositivi oggi più frequentati: il cosiddetto “dialogo”. Termine ormai un po’ frusto, in verità, perché è inevitabile che contenuto e contenitore in qualche modo si parlino. Il contemporaneo entra nelle architetture antiche; l’antico e il moderno possono comparire nei ruderi dell’archeologia industriale o dentro un cantiere. Ma in Expositio Mundi, nonostante la commistione di stili, tempi e spazi, quell’intento originario è salvo. Anzi, forse diventa particolarmente evidente. Perché tutto ciò che incontri funziona come una soglia. Il palazzo è una soglia. Le opere nate con lui e quelle che nel tempo ha conservato sono soglie. Le opere contemporanee disseminate nel percorso, alcune installazioni sonore comprese, sono soglie. E al di là di quelle soglie ci sono le storie e la Storia. C’è la storia dei Buonaccorsi. Ci sono secoli di storia dell’arte lontanissimi tra loro. C’è la scoperta di un bellissimo Crivelli — che i milanesi hanno potuto ammirare nella scorsa mostra di Natale a Milano — appeso a una parete dell’ex camera da letto dei nobili marchigiani. Una stanza nella quale sopravvive ancora buona parte del baldacchino lavorato e dorato dagli artigiani del tempo, accompagnato da una didascalia così dettagliata sulla vita che si svolgeva lì dentro da farti sentire, per qualche secondo, quasi un voyeur. E poi succede che la storia dell’arte ti porti fuori dalla storia dell’arte. Cominci ad allargare lo sguardo e quella mostra diventa una specie di macchina per produrre connessioni. Arrivi alla storia delle Marche e inevitabilmente a quella del papato.

Mostre come storie da raccontare

Poi, però, arriva anche una storia infinitamente più piccola. “i?” ”Sì, certo. È questo davanti a voi.” Noti che il prete porta al collo una croce quadrata, e allora chiedi: “Scusi, don, ma perché?” Soltanto dopo scopri che non era “don” ma il vescovo, al quale tutti davano dell’Eccellenza, pure al bar. E scopri anche che quella croce era un dono legato a un incontro ecumenico di molti anni fa, a uno dei tanti tentativi di riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse andati falliti. Ed ecco che da una mostra sei passata a un palazzo, dal palazzo alle Marche, dalle Marche al papato, dal papato all’ecumenismo. Senza averlo programmato.

Poi esci e trovi l’Osteria dei Fiori, unico ristorante aperto la sera di Ferragosto a Macerata, sulla cui soglia si staglia il cartonato, in scala 1:1 e un po’ inquietante a dire il vero, di un sorridentissimo Stanley Tucci. Perché il New York Times aveva inserito i loro vincisgrassi tra i piatti di pasta da assaggiare in Italia e, qualche tempo dopo, Tucci è arrivato proprio lì con una troupe per raccontare Macerata e le Marche nel suo programma sul cibo italiano. E così un’altra soglia si apre. A fine giornata sei seduta a un tavolo, affondi la forchetta in un uovo poché al tartufo scorzone e ascolti i proprietari raccontare di quei giorni di riprese. E di quando quelli della produzione BBC li avevano rassicurati più o meno così: “non preoccupatevi se il programma avrà molta più eco fuori dall’Italia, se questo successo non vi consentirà di allargarvi. Restate così: piccoli, ma con tanta, tantissima storia da raccontare.”

Opere, musei e connessioni

E allora pensi che forse la risposta alla domanda iniziale sta proprio lì: una buona mostra non finisce davanti all’ultima opera e neppure all’uscita del museo. Se funziona davvero, produce associazioni, apre porte, ti fa fare domande che prima non avevi, mette in relazione un dipinto con una camera da letto, un palazzo con un vescovo, una croce con un concilio, i vincisgrassi con il New York Times, Macerata con Stanley Tucci e un uovo al tartufo con una riflessione sulla funzione sociale delle esposizioni. Insomma: aumenta il patrimonio cognitivo. E magari è proprio per questo che, dopo trecentocinquant’anni, continuiamo ostinatamente a fare mostre. Tutto si tiene.

Elena Conenna

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