“Voglio morire rotto”. Intervista all’artista Alessandro Bulgini
Cosa succede quando un artista smette di preoccuparsi di essere un artista? Intervista ad Alessandro Bulgini, artista e direttore artistico di Flashback Habitat, mentre a Torino è in corso una mostra sugli spaventapasseri fino al 27 settembre
Ho ascoltato questa intervista più volte di quanto faccia normalmente con qualsiasi registrazione. Non perché ci fossero citazioni da verificare o passaggi poco chiari, ma perché continuava a produrre nuove domande. Ogni volta che pensavo di avere capito Alessandro Bulgini (Taranto, 1962) emergeva un altro Bulgini: il pittore degli Eretici, il direttore artistico di Flashback Habitat, l’uomo che trasforma una stanza in un memoriale per Gaza, il costruttore di comunità, il provocatore, il cardiopatico che parla della morte con una naturalezza disarmante.

Chi è Alessandro Bulgini
Durante la nostra conversazione ripete più volte un concetto. Dice che non sa più se sia un artista, che usa il sistema dell’arte ma non vive per il suo riconoscimento e che passare dalla pittura alle persone non ha cambiato davvero il nucleo della sua ricerca. Sono affermazioni che possono sembrare provocazioni, ma ascoltandolo si comprende che non lo sono affatto. Sono il risultato coerente di un percorso che negli anni ha progressivamente spostato il centro della sua ricerca dall’opera alla relazione, dall’oggetto alla responsabilità, dall’immagine alla presenza. A un certo punto ho capito che il problema non era raccontare un artista. Il problema era capire se Alessandro Bulgini si considerasse ancora tale. E forse, alla fine, non sono nemmeno sicuro che questa domanda interessi davvero a lui.
Intervista ad Alessandro Bulgini
Ti definisci un’anomalia. In che senso?
Prima ancora che artista mi considero una persona libera. Ho avuto una vita complessa. Mio padre è morto quando avevo sedici anni, mia madre quando ne avevo venticinque e mio fratello nel 2011. La morte non ha mai smesso di accompagnarmi e questo mi ha costretto a interrogarmi continuamente sul significato dell’esistenza. Quando vivi con questa consapevolezza, tutto quello che viene prima dell’ultimo atto diventa un’opportunità. Per questo provo a consumare le mie energie e a metterle a disposizione degli altri. Se quello che faccio verrà riconosciuto come arte oppure no, sinceramente non è più il mio problema.
In molti artisti esiste una distanza tra vita e opera. Nel tuo caso sembra quasi impossibile distinguerle.
Perché per me non esiste una differenza reale. Prima dipingevo, oggi il mio campo d’azione sono le persone. In realtà non credo sia cambiato molto. Ho semplicemente sostituito un materiale con un altro. Quello che mi interessa continua a essere la vita, il modo in cui le persone si incontrano, si scontrano, si aiutano o si trasformano. Mi piace dire che voglio morire rotto. Non nel senso della distruzione, ma nel senso dell’utilizzo. Vorrei arrivare alla fine sapendo di avere consumato tutta l’energia che avevo a disposizione e di non averla conservata per prudenza o paura.

Questa visione nasce anche dal tuo rapporto con la malattia?
Probabilmente sì. Sono cardiopatico e sono stato operato più volte. Ogni volta che sono uscito da una sala operatoria mi sono fatto un tatuaggio. Quando convivi con la possibilità concreta della fine molte cose che normalmente sembrano importanti smettono di esserlo. Diventa più difficile accettare le ipocrisie, le convenzioni o le paure che impediscono alle persone di prendere posizione. A un certo punto capisci che il tempo è una risorsa limitata e che non vale la pena sprecarla.
La tua attenzione verso ciò che è marginale attraversa tutta la tua ricerca, anche quando eri principalmente pittore.
È sempre stato così. Negli Anni Novanta ero impegnato nel ciclo delle Le Déjeuner sur l’Herbe e mi interessava raccontare ciò che stava ai bordi della narrazione principale. Successivamente sono arrivati gli Eretici, che forse rappresentano il passaggio più chiaro verso tutto quello che sarebbe venuto dopo.
Gli Eretici sembrano una chiave di lettura fondamentale. Figure quasi invisibili immerse nel nero, che emergono soltanto in determinate condizioni di luce. Oggi ho l’impressione che tu continui a occuparti degli stessi soggetti, ma fuori dal quadro.
Credo che sia vero. Gli Eretici erano persone che esistevano ma che nessuno voleva guardare. Per dipingerli mi vestivo completamente di nero, utilizzavo protezioni laterali sugli occhiali e cercavo le minime differenze tonali tra il nero e il grigio. Una volta terminati, i quadri venivano lucidati fino a diventare quasi specchi. In apparenza sembravano monocromi, ma le figure emergevano soltanto in determinate condizioni. Gli eretici sono sempre esistiti. Sono gli esclusi, i reietti, quelli che mettono in crisi il sistema. Oggi quei soggetti possono essere le periferie, i migranti, Gaza o chiunque venga spinto ai margini della visibilità. In fondo sto ancora raccontando la stessa storia.

Quindi gli Eretici e Gaza appartengono allo stesso racconto?
Sì. Mi interessano le persone e le realtà che rischiano di sparire dal campo visivo. Quando qualcosa viene reso invisibile, il mio istinto è guardare proprio lì. È sempre stato così e credo che continuerà a essere così.
Ti faccio una domanda brutale. Se domani il sistema dell’arte sparisse completamente, continueresti a fare quello che fai?
Sì. Continuerei. Perché non faccio queste cose per il sistema dell’arte. Uso il sistema dell’arte, ma non è il motivo per cui faccio ciò che faccio. La questione per me è la vita. L’arte è uno degli strumenti che utilizzo, non il fine ultimo.
Anche il tuo rapporto con Caravaggio sembra entrare in questa riflessione.
Assolutamente. Caravaggio è uno degli artisti che più mi hanno insegnato. Penso che spesso non si sia compreso fino in fondo il rapporto tra le sue opere e la luce reale. In alcune chiese i quadri erano stati concepiti tenendo conto della luce naturale proveniente dalle finestre. Quando li illumini artificialmente alteri il senso stesso dell’opera. Mi interessa molto questa idea. Mi interessa quell’idea perché le cose importanti spesso non si vedono subito.
Nel 2008 ti trasferisci in Barriera di Milano. Quanto è stato importante quel passaggio?
Moltissimo. Molti consideravano quel quartiere un problema. Io lo trovavo straordinario. Lì convivono differenze, tensioni, fragilità, storie migranti e possibilità. A un certo punto mi sono chiesto se fossi ancora capace di agire come artista senza dipingere. Ho smesso di stare chiuso nello studio e ho iniziato a confrontarmi direttamente con la realtà. Da allora la relazione è diventata il centro della mia ricerca.
Oggi sei direttore artistico di Flashback Habitat. Che responsabilità comporta?
Una responsabilità enorme. Qui convivono decine di realtà differenti, dagli studi d’artista alle associazioni, dagli editori ai musicisti. Essere direttore artistico significa assumersi pubblicamente la responsabilità delle proprie posizioni e delle proprie scelte. Non puoi nasconderti dietro il ruolo. Devi rispondere alla comunità che vive questo luogo ogni giorno.

La mostra Scarecrow a Torino
Con il curatore Christian Caliandro hai recentemente costruito il progetto Scarecrow. Come nasce?
Scarecrow è un dispositivo più che una mostra. Lo spaventapasseri è una figura che non attacca nessuno, non è armata e non esercita violenza. Eppure, prende posizione, protegge qualcosa e, proprio attraverso la sua apparente fragilità, genera uno spostamento simbolico. Mi interessava questa immagine perché credo descriva bene il ruolo che oggi può avere l’arte.
Negli ultimi anni Gaza è diventata una presenza costante nelle tue riflessioni. Quando hai capito che non potevi più restare in silenzio?
Quando ho iniziato a sentire che il silenzio stava diventando complicità. Le cose stanno peggiorando ovunque: nei diritti, nel linguaggio, nella capacità di distinguere il vero dal falso. A un certo punto ho capito che non riuscivo più a fare finta di niente. Ho iniziato con i manifesti, poi ho chiesto direttamente ai palestinesi di Gaza di inviarmi fotografie della loro vita quotidiana. Non propaganda, ma vita reale. Famiglie, tende, macerie, persone che continuavano a vivere nonostante tutto. Mi sembrava necessario costruire una connessione diretta.
A Flashback Habitat hai realizzato anche un memoriale dedicato alle vittime di Gaza.
Mi aveva colpito vedere come, tra le macerie, molte famiglie recuperassero i tappeti prima di ogni altra cosa. Da lì ricominciavano a vivere. Ho raccolto tappeti donati dalle persone e li ho trasformati in un luogo di incontro. Al centro ho collocato una grande parabola recuperata dall’edificio e ogni settimana preparo il tè palestinese per chi viene a visitarlo. Non mi interessa costruire monumenti. Mi interessa creare luoghi di memoria, relazione e confronto.
Hai ricevuto critiche e persino minacce per queste posizioni?
Sì, ma quando una performance produce reazioni significa che è riuscita a toccare qualcosa. Sono andato ad Art Basel e in altre fiere semplicemente indossando una maglietta con scritto “Gaza”. Una sola parola. Un’indicazione geografica. Eppure, bastava a creare disagio. Questo dice molto più di quanto possa dire io.
Che responsabilità hanno oggi gli artisti e gli intellettuali?
Enorme. La differenza è che un artista passa gran parte della propria vita a interrogarsi sull’esistenza. Questa è una responsabilità prima ancora che un privilegio. Viviamo in un’epoca in cui diventa sempre più difficile distinguere la verità dalla menzogna. In una situazione del genere l’arte non può limitarsi alla decorazione. Deve continuare a creare spazi di pensiero e possibilità di confronto.

Hai detto che vuoi “morire rotto”. Cosa significa davvero?
Significa che non voglio arrivare alla fine preservandomi. Voglio sapere di avere usato tutto quello che avevo a disposizione. Poi se ciò che faccio verrà ricordato come arte, attivismo, relazione umana o qualunque altra cosa, sinceramente non spetta a me deciderlo. A me interessa partecipare. Il resto verrà dopo.
Antonino La Vela
Torino//fino al 27 settembre 2026
Scarecrow- Artisti a presidio della vita
Flashback Habitat
Corso Giovanni Lanza, 75
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