Zig zag estivo a Venezia. Diario di bordo di un artista tra la Biennale 2026 e le calli
La sensazione che la visita a Venezia nei mesi della 61° Biennale lascia è quella di un imprevedibile percorso a zig zag nelle sensazioni e nelle immagini. Tra mostra internazionale, padiglioni e progetti in città
“Non esiste un Mar Nero singolare, ma un campo di forze interdipendenti che si plasmano reciprocamente. Esploriamo come creare un contesto in cui il mare possa affermare la propria voce”. La frase di Anca Benera e Arnold Estefán funziona come chiave d’accesso non solo al Padiglione Romania, ma a una parte decisiva della 61° Biennale Arte di Venezia. Leggere la Biennale più antica del mondo come dispositivo di montaggio, iconologia e rivendicazione, come alchimia e sconfinamento, è ancora possibile?
Le domande per decrittare un display chiassoso
Torneremo acqua e voce? Torneremo a voler danzare per la Nuova Luna senza colonizzarla con macchine roboanti e guerrafondaie? All’interno di In Minor Keys l’acqua e il sussurro sono più di un tema: è una materia politica delle mille voci silenziate, un teatro di forze, una memoria liquida che lega vita, estrazione, diaspora e controllo. La 61° Biennale, aperta dal 9 maggio al 22 novembre 2026, è stata concepita da Koyo Kouoh e realizzata postuma dal suo team dopo la morte della curatrice, scomparsa il 10 maggio 2025. Il percorso riunisce “solo” centodieci partecipanti e restituisce, fin dalla soglia, un’impressione doppia: da un lato la volontà di ascoltare tonalità minori, voci decentrate, cosmologie laterali; dall’altro una sensazione di eccesso, di accumulo, di mostra continuamente sul punto di traboccare in display spesso mal curati o assenti.

Com’è iniziata la 61° Biennale di Venezia
Attraverso Venezia, ormai la mia casa dal 2015, in barca e a piedi, conoscendo ogni rio e calle. Ogni taxista e ogni limbo. Il mio diario lagunare comincia, però, fuori dalle sale. Dopo intense visite, anche dietro le quinte il 5, 6 e 7 maggio, l’8 maggio la performance di vita più degna: durante i giorni di preview, il corteo di Art Not Genocide Alliance ha circondato l’Arsenale e costretto diversi padiglioni a chiusure totali o parziali con uno sciopero storico, volto a far chiudere il Padiglione di Israele. Al di là delle letture opposte che subito si sono sovrapposte al gesto, resta un dato: la Biennale continua a essere, insieme, spettacolo e luogo di pressione reale, parlamento simbolico del Mediterraneo e cassa di risonanza delle sue fratture. In tempi di ipertecnologia, guerre delegate e saturazione informativa, non è poco. La testa aperta di un giovane studente medio, dopo cariche di alleggerimento, si staglia dinanzi ai Leoni del Settecento. Goccioline di sangue della violenza d’apparato.
I rischi in cui incorre “In Minor Keys”
Il limite di In Minor Keys sta forse proprio qui: nell’idea, generosa ma non sempre governata esteticamente (“kibernes”), che la visibilizzazione delle marginalità possa bastare da sola a produrre forma sensata. Dal 1884 al 2026 i movimenti antiimperialisti e gli artisti engagé si sono susseguiti. Eppure, la violenza, estesa dai social, aumenta. La forma va studiata, il passato e le opere “prima” di noi anche; non sempre accade. In alcuni passaggi, specie all’Arsenale, la proposta del team di Kouoh sganghera il flusso, lo decorativizza, lo rende opaco, quasi “addobba” le sale colonnate delle immense navate.

Il meglio della Biennale di Venezia 2026 tra padiglioni e mostre in città
E tuttavia, dentro questa densità, emergono opere che restano. Il Padiglione Romania, Black Seas—Scores for the Sonic Eye, trasforma il Mar Nero in un archivio di fondali, boe, suoni, sedimenti e geopolitiche. La Spagna, con Los restos di Oriol Vilanova, costruisce un anti-museo di cartoline e memorie seriali. L’Austria, con Seaworld Venice di Florentina Holzinger, estremizza il corpo come macchina scenica. L’Argentina, con Monitor Yin Yang di Matías Duville, fa di sale e carbone una scultura espansa, insieme paesaggio e attraversamento, con terminale da Control Room che permette di rivedersi. Fuori dai padiglioni, a due passi dalla Chiesa della Salute, la mostra che più convince è A Necessary Fiction: Maps, Art, and Models of Our World, all’Abbazia di San Gregorio, curata da Sara Almutlaq e Aurora Fonda con Zaira Carrer e Amina Diab. Qui le mappe non sono semplici dispositivi di orientamento, ma macchine poetiche e ideologiche; il percorso, che mette in dialogo cartografie storiche e pratiche contemporanee, tiene insieme con rara precisione Trevor Paglen, Eva & Franco Mattes e Giorgio Andreotta Calò. Di nuovo in Biennale, SADDEXLEY’ (sa-DEH-ley), con il suo appartenersi non definito e pacifista del Padiglione Somalia, mi convince davvero.
I padiglioni nazionali, nonostante tutto
Eppure, anche se da decenni si annuncia il tramonto del formato-padiglione, Venezia racconta il contrario, contestazioni di Pussy Riot e Anga comprese. Le Partecipazioni Nazionali della Biennale Arte 2026 sono cento, e proprio questa architettura, continuamente data per esaurita, continua invece a generare conflitti (ergo corpus sociale e visivo sano) come spazio di attrito tra economia, lingua, arte e rappresentazione dei poteri. I padiglioni non sono innocenti, ma hanno ancora presa perché rendono visibili le forme della sovranità culturale proprio mentre il mondo dell’arte si pretende ovunque deterritorializzato. Per questo la contestazione non li spegne: semmai ne aumenta il riverbero. Vale allora tornare ad Adriana Cavarero, quando in Inclinazioni descrive la pretesa geometrica del maschile come “un io in posizione dritta e verticale, […] un soggetto che si attiene alla verticalità dell’asse rettilineo che funge da principio e da norma nella sua postura etica”. In laguna, tra flussi, riflussi e identità catturate dagli Stati, il padiglione resta una figura di questa verticalità, ma anche il luogo in cui quella postura può incrinarsi.
Credibilità artistica e immagini che restano
La vera questione, allora, è la credibilità. Quante opere assumono davvero il rischio del mondo che evocano? Quante si spingono oltre il display discorsivo, oltre la pedagogia ben impaginata della “community”? Le eccezioni, per fortuna, esistono. Oltre al gesto politico di ANGA, che ha mostrato una possibilità di incidenza concreta, resta la forza di opere e progetti che prendono sul serio infrastrutture, materia e suono. Black Seas—Scores for the Sonic Eye lo fa in pieno: nel solco dei Blue Studies e di quella critica, ricordata da Françoise Vergès, che legge la militarizzazione del mare come estensione al liquido delle logiche di dominio inventate per la terra. Nella stessa costellazione metterei il primo Padiglione della Somalia, dove Warsan Shire, Asmaa Jama e Ayan Farah trasformano poesia, voce e tessuto in un’architettura sensibile della diaspora, e Canicula della Fondazione In Between Art Film all’Ospedaletto, dove tra gli altri, Janis Rafa apre una fenditura cupa tra sacrificio, allevamento industriale e vulnerabilità del vivente. In entrambi i casi l’immagine non illustra un tema: lo ferisce, lo complica, lo trattiene. Obbliga ad un gesto vivo, ad un sussurro per reimparare i propri umani e non umani limiti: piangendo e sussurrando.
Le immagini che rimangono impresse nella Venezia del 2026
Per il resto, molto scivola in una melassa di allestimenti (ciarpame senza respiro), materialacci finto “etnici” e buone intenzioni. Non perché manchino i temi, ma perché manca troppo spesso il montaggio: la selezione, il ritmo, il silenzio che lasci riverberare l’opera. Eppure, alcune immagini restano accese. Il video diasporico, di appartenenza viva di Asmaa Jama, le cartoline di Oriol Vilanova. Le mappe eretiche di Trevor Paglen. I flutti sonori di Benera e Estefán. Le carcasse violacee e il controcanto animale che Janis Rafa porta in Canicula, la mostra di videoarte al Complesso dell’Ospedaletto. Kiss me di Tino Seghal alla Fondazione Ama, o ancora il film, perla nascosta, dedicato ad Annina Nosei di No Text Azienda in screening serale a Palazzo Diedo. In controluce riaffiora, allora, anche il poeta Ngũgĩ wa Thiong’o: “They have to speak the united language of struggle contained in each of their languages. They must discover their various tongues to sing the song: ‘A people united can never be defeated’”.
Procedere a zig zag nelle calli di Venezia
Forse il punto più vivo di In Minor Keys non sta nella somma delle opere, ma nei passaggi: tra padiglione e guglie bizantine di Venezia, tra archivio e mare, tra protesta e display parabolici, tra voce e fondale. È lì che la Biennale smette di essere soltanto vetrina e torna a farsi campo di forze. Per il resto delle banali catastrofi, resta ancora valida la coda di Louis Ferdinad Céline in Guerre: “s’en allai e zigzaag murmurer ces choses là-bas…”. A Venezia, oggi, si procede ancora così: a zig zag, tra acqua, rumore e ricucitura della memoria.
G. Olmo Stuppia
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