Il 4 agosto Electronic Arts (EA), una delle principali aziende statunitensi di videogiochi, ha annunciato il completamento della sua acquisizione da parte di una cordata composta dal Public Investment Fund (PIF), uno dei fondi sovrani dell’Arabia Saudita, da Silver Lake e da Affinity Partners di Jared Kushner, il genero di Donald Trump. Un accordo da 55 miliardi di dollari, di cui 20 presi in prestito. È solo l’ultimo grande investimento saudita nel settore videoludico sotto la guida del principe Mohammed bin Salman, identificato dalla CIA come mandante dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018.

Gli investimenti dell’Arabia Saudita nel settore dei videogiochi
Come raccontato da Rob Copeland e Vivian Nereim su The New York Times a fine 2025, è stato proprio Mohammed bin Salman a trasformare il PIF, un tempo dedito a finanziare compagnie locali, in una delle colonne portanti della politica saudita. Per riempirne le casse furono usati tra l’altro anche i beni requisiti agli oppositori politici arrestati durante una controversa campagna “anticorruzione”. Il fondo, sempre secondo The New York Times, si troverebbe però ora a corto di denaro a causa dei suoi ambiziosi investimenti, tra cui quelli nel mondo videoludico, motivati dalla passione di bin Salman per i videogiochi. Oltre che di EA, che produce pure la serie calcistica EA Sports FC (quella che prima era FIFA), PIF possiede azioni di Take-Two Interactive (Grand Theft Auto), Capcom e Nintendo, ha un ruolo rilevante nella multinazionale videoludica europea Embracer Group e ha acquistato negli anni le organizzazioni di esport (il videogioco competitivo) ESL e FACEIT e gli studi specializzati in videogiochi per dispositivi mobili Scopely (Monopoly Go!) e Niantic (Pokémon Go). Ha anche creato una sua divisione videoludica, Savvy Games Group. Inoltre, la Misk Foundation di bin Salman possiede il 96% della storica compagnia videoludica giapponese SNK, quella di Metal Slug.
Le proteste del mondo dei videogiochi contro l’Arabia Saudita
La campagna di acquisizioni non ha attirato le simpatie delle comunità videoludiche, che accusano l’Arabia Saudita di fare “gameswashing”, cioè di star usando i videogiochi per ripulire la sua immagine internazionale e far dimenticare le diffuse violazioni dei diritti umani di cui è responsabile la sua monarchia. A luglio, l’organizzazione di beneficenza Games Done Quick (GDQ, di cui abbiamo già parlato su Artribune) ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK dopo un’ondata di proteste. Altre polemiche hanno colpito la multinazionale francese Ubisoft, che ha ambientato un’espansione gratuita del suo Assassin’s Creed: Mirage (2023) a Al-Ula, che l’Arabia Saudita sta promuovendo come meta turistica. Ubisoft non ha mai chiaramente confermato o negato che l’Arabia Saudita abbia finanziato l’espansione, come riportato nel 2025 da Les Echos, ma secondo quanto scritto dalla newsletter Game File pure lo staff della compagnia ha espresso scontento per la situazione.
L’acquisizione di EA da parte dell’Arabia Saudita
L’acquisizione di EA è stata accolta con una particolare ostilità nel mondo videoludico, perché finora la multinazionale si era distinta per serie particolarmente inclusive nei confronti delle comunità LGBTQIA+ come la fantascientifica Mass Effect, la fantasy Dragon Age e l’ormai classica The Sims. Il suo Dragon Age: The Veilguard (2024) è stato (per quello che possiamo ricordare e sapere) il primo grande videogioco di una grande azienda a essere diretto da una donna trans, Corinne Busche. Possiamo dare all’evento (e al gioco stesso) un valore anche simbolico, ma il punto è che in EA c’era almeno una possibile carriera per una donna trans, cioè per il membro di una minoranza che fino a dieci anni fa era di fatto esclusa da simili percorsi, pur avendo fatto parte dell’industria videoludica più o meno sin dai suoi inizi. Mentre l’Arabia Saudita ha la pena di morte per chi compie atti sessuali con persone dello stesso sesso, nonostante le aperture che sono arrivate proprio con il governo di Mohammed bin Salman. C’è inoltre preoccupazione per i tagli che probabilmente arriveranno in EA per ripagare il debito contratto nell’acquisizione, in un momento di crisi complessiva del settore videoludico.
Il gamewashing dell’Arabia Saudita visto dall’Occidente
Bisognerebbe, comunque, problematizzare un po’ le accuse di whitewashing, gameswashing e sportswashing (nel caso degli investimenti sportivi) fatte verso l’Arabia Saudita soprattutto da certi ambienti liberal occidentali. Come a ottobre 2025 scriveva su New Lines Magazine Kareem Shaheen, l’Occidente tende a vedere tutte queste operazioni come se fossero comunque indirizzate alla sua popolazione, come se fossero rivolte a noi. Ma quando un paese uccide e fa a pezzi un giornalista dentro un’ambasciata senza subire alcuna conseguenza, come ha fatto l’Arabia Saudita, non è chiaro che bisogno abbia di aumentare ulteriormente la sua influenza internazionale. Negli investimenti sauditi c’è certo il desiderio di non far più vedere l’Arabia Saudita come il paese del clero e della polizia morale che era prima delle riforme di bin Salman. Ma c’è anche il desiderio di creare intrattenimento per la sua giovane popolazione, e di investire in un’industria che il governo pensa possa ancora crescere. Il petrolio prima o poi finirà, o sarà abbandonato nella transizione ecologica. Dietro agli investimenti dell’Arabia Saudita nei videogiochi, o nello sport, o nello spettacolo, non ci sono insomma motivazioni diverse da quelle che troviamo negli investimenti di tanti governi anche occidentali in questi settori. Solo se lo fa un paese non occidentale, però, lo chiamiamo gameswashing.
Matteo Lupetti
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