Pompei, il Canone-Doriforo Colbert. Una controversa ricostruzione in bronzo per la statua di Policleto

La recente presentazione della nuova ricostruzione del Canone di Policleto, avvenuta all’interno del Parco Archeologico di Pompei ha sollevato un polverone di polemiche che va ben oltre l’accademismo, toccando le corde vive della gestione dei beni culturali in Italia

C’è un limite sottile che separa la divulgazione scientifica dalla pura scenografia ed è esattamente su questo confine che si consuma l’ultimo scontro culturale all’ombra del Vesuvio. La recente presentazione della nuova ricostruzione del Canone di Policleto, comunemente identificato per oltre un secolo con il Doriforo, avvenuta all’interno del Parco Archeologico di Pompei alla presenza del Ministro della Cultura, ha sollevato un polverone di polemiche che va ben oltre il merito accademico, toccando le corde vive della gestione dei beni culturali in Italia.

Pompei, il Canone-Doriforo Colbert. Una controversa ricostruzione in bronzo per la statua di Policleto
Il Canone-Doriforo Colbert presentato a Pompei nel 2026

Doriforo o Canone?

Non è un caso, va detto, che il Parco abbia scelto di battezzare l’opera Canone e non più Doriforo: è la stessa revisione filologica proposta dal progetto (un giavellotto al posto della lancia lunga) a mettere in discussione, secondo gli studiosi, che le due statue siano davvero la stessa cosa. Una cautela nominalistica che rende ancora più stridente il modo in cui l’operazione è stata comunicata al grande pubblico: un’ipotesi aperta, di fatto, trasformata in evento mediatico definitivo.

Il Canone di Policleto a Pompei

L’opera in questione non è un reperto emerso dagli scavi, ma una fusione in bronzo a cera persa realizzata nel 2026. Un ibrido digitale e materico, nato unendo il corpo della celebre copia in marmo pompeiana con i dettagli della testa dell’erma di Ercolano, il tutto rivestito di una policromia iperrealistica, occhi vividi, labbra rosse, metallo lucidato, e armato di un corto giavellotto in legno a correggere la secolare e consolidata iconografia della lancia lunga. La scelta filologica è audace, ma presentarla come verità storica definitiva, e non come ipotesi aperta al dibattito, è già in sé una deriva ideologica che scivola pericolosamente nel feticismo del verosimile, spacciando una congettura tridimensionale per un dato di fatto inoppugnabile.

Una ricostruzione per scardinare il mito del classicismo

Se per la direzione del Parco si tratta di un traguardo d’avanguardia, un esperimento di filologia tridimensionale volto a scardinare il falso mito del classicismo monocromatico, per una parte consistente di storici dell’arte, puristi e visitatori l’operazione assume i contorni di una forzatura commerciale. Va detto, peraltro, che l'”avanguardia” ha già un secolo: fra il 1910 e il 1912, a Stettin, nello Städtisches Museum, fu realizzata la prima ricostruzione filologica in bronzo dello stesso Canone, con la medesima tecnica a cera persa e lo stesso principio di assemblaggio da copie diverse. Cambia, oggi, non il metodo ma la sua messa in scena: allora un esperimento da laboratorio, oggi un evento di Stato. L’immagine della statua colorata ha fatto il giro del mondo, e forse qualche ragazzo si è avvicinato per la prima volta alla policromia antica. Peccato che la divulgazione non abbia bisogno di un evento di Stato con taglio del nastro per esistere.

Pompei e l’effetto parco a tema

La critica più dura investe il modo e il luogo dell’iniziativa. Trasformare un’ipotesi scientifica, per sua natura provvisoria e aperta al dibattito, in un evento di Stato con tanto di taglio del nastro ministeriale, tradisce la necessità della politica e del marketing territoriale di produrre costantemente contenuti pop e condivisibili sui social media. Il rischio, denunciano i detrattori, è l’effetto parco a tema (o, se preferite, archeologia da selfie): l’introduzione di un surrogato moderno e chiassoso che rompe il genius loci della rovina autentica, anche se Pompei tra anastilosi, calchi in gesso e impalcature permanenti è da tempo un palcoscenico di interventi moderni, dove l’autenticità archeologica convive storicamente con la finzione drammatica della sua stessa ricostruzione, imponendo un’estetica da museo delle cere laddove il pubblico cerca il silenzio e la sacralità della storia.

C’è, in questa vicenda, un contrasto che nessuno ha ancora avuto il coraggio di mettere a fuoco fino in fondo: mentre lo Stato organizza un evento mediatico di prima grandezza attorno a una statua nuova di zecca, il vero Doriforo di Stabia, un originale autentico trafugato negli anni Settanta e tuttora custodito al Minneapolis Institute of Art, resta ai margini della cronaca, evocato en passant nei comunicati ufficiali come una nota a piè di pagina. Se la priorità fosse davvero la tutela e non lo spettacolo, sarebbe forse più urgente riportare a casa l’originale rubato che inaugurare la replica.

Un'opera di Philip Colbert a Pompei
Un’opera di Philip Colbert a Pompei

Arte contemporanea a Pompei

Un’operazione che non sembra estranea alle recenti incursioni dell’arte contemporanea nei medesimi spazi archeologici. In entrambi i casi, il meccanismo comunicativo appare simile: utilizzare l’antico come un fondale scenografico di forte impatto per generare un corto circuito visivo, utile a mantenere il sito al centro del flusso mediatico globale (il caso più eloquente arriva a pochi giorni dalla presentazione: domenica 9 agosto Alberto Angela dedica un servizio al Canone-Doriforo nella puntata di Noos su Rai1). Dalla conferenza stampa ministeriale al varietà scientifico di prima serata in meno di una settimana: la prova, documentata e non solo supposta, di una macchina mediatica pensata per la massima cassa di risonanza. Una strategia che accompagna, peraltro, investimenti pubblici importanti e in sé tutt’altro che discutibili, come quello che ha consentito allo Stato di recuperare i calchi storici della ex Fonderia Chiurazzi e di restituire così alla disponibilità pubblica un patrimonio di straordinario valore.

Philip Colbert al Parco Archeologico di Pompei

Questa logica flirta apertamente con il brandismo culturale che ha recentemente sdoganato le monumentali invasioni pop di Philip Colbert nel Parco Archeologico e nei siti della Grande Pompei (trenta sculture-astice firmate dall’artista britannico, in mostra dal 27 luglio al 30 novembre 2026 a cura di Cesare Biasini Selvaggi). L’approccio con cui è stato confezionato il Canone-Doriforo risponde alla stessa identica grammatica estetica delle installazioni dell’artista: l’uso del colore ultra-saturo, lo shock retinico, l’iperrealismo plastico e la ricerca ossessiva del wow-effect instagrammabile. Che si tratti delle aragoste pop in resina di Colbert o del bronzo lucidato a specchio della Chiurazzi, il modus operandi non cambia. L’antico cessa di essere oggetto di silenziosa tutela e si trasforma nel set ideale per una performance contemporanea a consumo immediato, dove l’impatto mediatico del progetto finisce per sovrastare il dibattito storico-filologico che lo dovrebbe sorreggere.

Il Canone-Doriforo del 2026 diventa così il simbolo di una scelta di campo netta nella gestione museale moderna: una visione in cui l’intrattenimento culturale e l’impatto visivo di massa rivendicano la priorità sul rigore della pura conservazione silenziosa. Resta da capire se il turismo del futuro esiga davvero questo shock artificiale o se, sotto la vernice lucida del nuovo bronzo, non si stia sacrificando l’onestà intellettuale del frammento autentico, a partire da quello che ancora manca all’appello.

Andrea Bruciati

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati