Era l’Ennio Flaiano dell’arte. Il ricordo di Pericle Guaglianone, critico flâneur d’altri tempi
A Guaglianone, scomparso lo scorso 12 luglio a Torvaianica, piaceva essere un po' demodé: era un dandy di fine secolo, un flâneur d’altri tempi, senza nessuna delle pose attuali tipiche del mondo dell’arte
Parlava poco, osservava molto, con uno sguardo felino, sardonico. Ammiccante ma mai ostile o sgradevole. Morbido ma consapevole, come quello di un marinaio di lungo corso sceso a terra per caso, curioso di quello che lo circondava perché lo vedeva per la prima volta. Un occhio preciso come un laser, appuntito come un bisturi, puntato sulle opere d’arte esposte nelle gallerie romane, che Pericle avrebbe poi descritto e interpretato con acume ed eleganza nei suoi articoli, che possiamo definire, usando un termine giornalistico un po’ desueto, degli “elzeviri”.
Guaglianone, un critico d’altri tempi
Ma a Pericle Guaglianone – una delle penne più raffinate della critica d’arte italiana – piaceva essere un po’ demodé: era un dandy di fine secolo, un flâneur d’altri tempi, senza nessuna delle pose attuali tipiche del mondo dell’arte. Mai indaffarato, egocentrico, verboso o logorroico: tutt’altro. Pericle aveva l’aplomb dei critici d’altri tempi, che oggi nessuno ricorda più: Francesco Vincitorio, firma de La Stampa e L’Espresso, Vito Apuleo, critico de Il Messaggero o Dario Micacchi de L’Unità. A loro spettava recensire le mostre sulle terze pagine dei quotidiani, quando non esistevano Internet né i social media. I loro elzeviri erano ricercati, equilibrati, precisi perché rappresentavano l’opinione dei loro giornali, in un sottile ma pungente confronto tra pagine culturali.
La critica secondo Pericle Guaglianone
Pericle apparteneva alla loro razza, non aveva bisogno di mostrarsi né di assumere i comportamenti dei curatori militanti: da osservatore partecipante lavorava con l’occhio e la parola, scritta e poco pronunciata. Per questo lo avevo definito, nelle nostre conversazioni alle inaugurazioni, il Flaiano dell’arte: come Ennio, Pericle non aveva timore di definirsi “pigro”, senza mai cedere all’iperattivismo esibito di alcuni suoi colleghi, e come Flaiano si esprimeva con scritti brevi. “Non sono nato per fare lo scrittore, né so scrivere. Scrivere è una fatica laboriosissima”, aveva confessato Ennio ad Ottavio Rosati in un’intervista: una frase che avrebbe potuto pronunciare Pericle.
Pericle, tra Ennio Flaiano e Sergio Atzeni
La sua scomparsa, avvolto dai flutti del mare di Torvaianica, mi ha ricordato quella dello scrittore sardo Sergio Atzeni (Capoterra, 1952- Carloforte,1995), morto nel mare dell’isola di San Pietro. Non so se Pericle lo conoscesse, ma credo che avessero molti punti in comune: entrambi irregolari, narratori schivi ma incisivi, lontani dai riti mondani e dai salotti.
Il tono dei romanzi di Atzeni – tutti ambientati in Sardegna – è lo stesso degli articoli di Guaglianone, con una scrittura chiara e diretta, attenta alla ricostruzione del contesto, come in Il figlio di Bakunin (1986) o L’apologo del giudice bandito (1991), entrambi pubblicati da Sellerio. Anche Sergio, come Pericle, era un grande talento nascosto ma significativo.
Ludovico Pratesi
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