È morto Umberto Pizzi, il fotografo che ha raccontato l’Italia attraverso i suoi eccessi
Da Zagarolo ai teatri di guerra, dai divi di Hollywood ai salotti di Roma, il paparazzo della “Dolce Vita” che ha immortalato i vizi e i costumi degli Anni Settanta e Ottanta, muore a 89 anni
Ci sono fotografi che raccontano un’epoca e altri che, fotografandola, finiscono per diventarne parte. Umberto Pizzi apparteneva a entrambe le categorie. Nato a Zagarolo, in provincia di Roma, nel 1937, ha attraversato più di sessant’anni di storia italiana con una macchina fotografica in mano, passando dai reportage internazionali alla cronaca, dalla Dolce Vita alla mondanità romana, fino al fenomeno del Cafonal, lasciando in eredità un archivio di eccessi, gesti e feste.
Chi era Umberto Pizzi?
La storia professionale di Umberto Pizzi comincia lontano da quella Roma mondana con cui il suo nome sarebbe poi diventato indissolubilmente legato. Nel 1963 inizia infatti a lavorare come fotoreporter per la FAO, viaggiando in Iran, Iraq, Turchia, Siria e Giordania.
Poi arriva Roma. Negli Anni Settanta e Ottanta Pizzi è ormai uno dei fotografi che documentano la vita mondana della Capitale, tra divi di Hollywood, politici, attori e registi. Le sue immagini arrivano sulle pagine di Time, People Magazine,Sunday Express Magazine e delle principali testate italiane e internazionali. Nel frattempo cambia anche il modo di fare fotografia, e Pizzi comincia a sviluppare le proprie immagini, passando alle diapositive e, infine, al digitale. Quello che non cambia è il suo modo di lavorare: libero, autonomo, spesso senza filtri. Una posizione che conserverà anche quando, negli Anni Duemila, inizierà la collaborazione con Roberto D’Agostino e con Dagospia, dando vita ai due volumi Cafonal e Ultracafonal.
Cafonal: fotografare l’Italia mentre si mette in scena
Se nella Dolce Vita Pizzi aveva inseguito divi e celebrità tra ristoranti, feste e strade di Roma, nel nuovo millennio entra nelle sale dei palazzi, nei ricevimenti, nelle cene, nelle inaugurazioni e nelle feste dove si ritrova una particolare rappresentazione dell’Italia contemporanea.
Il progetto nasce dalla collaborazione con Roberto D’Agostino, che attraverso la rubrica “Cafonal” su Dagospia mette in scena il rito quotidiano dell’Italia mondana: aristocratici e imprenditori, politici e giornalisti, uomini dello spettacolo e rappresentanti delle istituzioni, tutti riuniti nello stesso grande teatro sociale. Pizzi ne diventa l’occhio: fotografa il tavolo imbandito, il brindisi, il ballo, il saluto, la posa studiata e soprattutto quella che arriva subito dopo, quando la posa inevitabilmente si rompe.
È una fotografia che può essere ironica, impietosa, persino grottesca, ma che non ha bisogno di commenti. Il Cafonal di Pizzi è, in questo senso, molto più di una galleria di personaggi famosi: è un archivio della rappresentazione sociale dell’Italia del nuovo millennio.
La collaborazione con D’Agostino porta così dentro un libro quello che per anni era rimasto disperso nella cronaca quotidiana del giorno dopo giorno. Cafonal diventa una sorta di fotografia collettiva di una società che Pizzi osserva senza mettersi al riparo dall’eccesso. Anzi, avvicinandosi ancora di più.
Un archivio per raccontare un Paese
Oggi il valore del lavoro di Umberto Pizzi sta anche nella dimensione monumentale del suo archivio. Circa due milioni di fotografie, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano (con il quale collaborava) attraversano decenni di storia italiana e internazionale. Il Ministero della Cultura ha deciso di conservare l’archivio, riconoscendone il valore documentario. Oltre alla mondanità, Pizzi ha raccontato anche una delle parti più drammatiche della storia italiana, ovvero il rapimento di Aldo Moro il 16 marzo 1978, in Via Fani, a Roma.
Tra le fotografie a cui Pizzi era più affezionato, Il Fatto Quotidiano ricorda quella di Enrico Berlinguer insieme agli operai durante una pausa pranzo. Un’immagine lontanissima dal glamour e dal grottesco, ma forse proprio per questo rivelatrice del suo modo di intendere la fotografia: non soltanto inseguire il personaggio, ma aspettare il momento nel quale il personaggio lascia intravedere qualcosa di sé.
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