L’Odissea è il film più politico di Nolan
Non è l’Ulisse di Omero quello che vediamo nell’Odissea di Nolan: è un Ulisse che ha molto più a che fare con Batman o con Oppenheimer. E con tutti noi
Mentre le pagine di giornali e riviste sono piene delle polemiche sull’esattezza o non esattezza dell’Odissea di Christopher Nolan, sulla sua corrispondenza e fedeltà o infedeltà a Omero, sulla capacità del regista di leggere o non leggere il testo, è utile soffermarsi su un aspetto non secondario del film: come esso si inserisce nella sequenza personale del regista, e nel rapporto di questa sequenza con l’evoluzione della realtà attorno.
Il protagonista dell’Odissea di Nolan è un Ulisse dark
Infatti, come ha scritto Marco Giusti, “cupo, disperato, è un altro Oppenheimer macerato da memorie che non vorrebbe ricordare, un altro Cavaliere Oscuro in lotta con un male che non può non trascinarsi dietro”. Matt Damon (che era stato il perfido dottor Mann in Interstellar, e il generale Leslie Groves in Oppenheimer) è perciò molto meno l’Ulisse a cui eravamo abituati e molto più un Ulisse nolaniano dark e tribolato, in linea con i protagonisti che l’autore ha messo sullo schermo finora, di cui il Batman interpretato da Christian Bale è evidentemente il prototipo e la matrice (ma ancora prima, per dire, il sottovalutato detective Will Dormer interpretato da Al Pacino in Insomnia). Era quello un Cavaliere Oscuro sempre ingrugnito, costantemente in lotta con i propri demoni e soprattutto con il senso di colpa, tentato spesso e volentieri (a causa e grazie al suo privilegio) dalla carta del controllo sociale e del fascismo, per lottare contro gli agenti della disgregazione e del caos/caso (lo Spaventapasseri, Joker, Bane). La paura è in fondo la molla fondamentale che permette a Bruce Wayne di superare gli ostacoli e di vincere: la paura dei nemici, ma anche la paura del passato, e soprattutto la paura di vivere e di superare quel passato.
Nolan e la minaccia all’Occidente
A partire proprio dall’ultimo capitolo della trilogia del Cavaliere Oscuro, si affaccia nella filmografia di Nolan questa minaccia oscura che si avvicina e che mette in pericolo la nostra civiltà, vale a dire l’ordine dell’Occidente. È una minaccia che si concretizza nelle tempeste di sabbia che spazzano il midwest in Interstellar (2014) e che spingono l’apparentemente disincantato Cooper al suo viaggio interstellare (che lo porterà, ancora una volta, al passato intimo e personale come soluzione del problema collettivo, e a comunicare con Murphy bambina nella sua cameretta); nelle unità corazzate tedesche che assediano le truppe britanniche sulla spiaggia di Dunkirk-Dunkerque nel 1940 (2017); mentre in Tenet (2020) diventa chiaro che la minaccia non solo proviene dal futuro ma che essa è il futuro, ed è qui rappresentata dalle diaboliche macchinazioni dell’oligarca Sator-Kenneth Branagh, disinnescate dalla manovra a ‘tenaglia’ orchestrata da un altro Protagonista (così nominato nel film) tormentato anche se in modo un po’ algido come John David Washington. Fino al portatore di senso di colpa per eccellenza, universale per così dire, il J. Robert Oppenheimer di Cillian Murphy, sorta di scienziato-supereroe (con tanto di costume d’ordinanza), che a metà film circa sgancia la sua personale bomba, e anche in questo caso la colpa intima, esistenziale, corre parallela e si sovrappone a quella pubblica, sociale: a divorarlo sono sia il rimorso per aver causato il suicidio dell’amante sia quello per aver scatenato l’irresistibile energia atomica. L’immagine più potente, che fa corrucciare l’anziano Albert Einstein e sulla quale non a caso il film si chiude, è quella di una reazione a catena incontrollata che distrugge il mondo intero, vista dallo spazio: ed è anche quella che concretizza, allora e oggi, il senso di questa minaccia incombente che come vediamo via via, anno dopo anno, decennio dopo decennio, nei film di Nolan tende ad assumere aspetti sempre diversi, e al tempo stesso a farsi sempre più precisa.
L’Ulisse di Nolan e il senso di colpa
Dunque, questo Ulisse-Batman-Cooper-Protagonista-Oppenheimer di Matt Damon, per quanto sia certamente diverso e lontano rispetto all’Ulisse di Omero, a quello di Dante e a quello dei nostri nebulosi ricordi liceali: è un Ulisse tutto del regista e dell’attore, e tutto contemporaneo. Paradossalmente, ma neanche troppo, il film più politico di Nolan è anche quello che narra la vicenda più lontana nel tempo. Questo Cavaliere Oscuro di 3200 anni fa, senza molti guizzi ma estremamente giudiziosi, è mosso di continuo infatti dal rimorso e dal senso di colpa per quello stesso inganno – il cavallo di Troia – che ha permesso ai Greci di vincere la guerra: un inganno percepito come violazione di una legge sacra fondamentale (una legge che peraltro, oltre che con gli Dei, ha a che fare proprio con la capacità di mettersi nella posizione dell’altro, di comprendere l’altro), violazione che segna la fine di una civiltà, di un mondo e l’inizio di un altro molto più insicuro e brutale. Se tutto ciò suona abbastanza familiare, non è un caso. È per questo che l’improbabile Calipso di Charlize Theron (è vero, sembra appena uscita da una spa o da un centro di bellezza…) gli fa notare che, in fondo, lui per sette anni non ha voluto realmente tornare a casa: perché di fatto sente di aver messo in crisi tutta la struttura che reggeva anche quella casa, e che, come risultato, la casa stessa non esiste più. La minaccia, che per tanto tempo sembrava esterna, sembrava provenire da fuori (“i popoli del mare”, “la Setta delle Ombre”…) si rivela invece quasi tutta interna: la minaccia che incombe siamo noi.
Christian Caliandro
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