C’è una mostra dedicata al mare ma allestita in un palazzo sulla laguna di Venezia 

Tra ritualità, trauma e trasformazione, la mostra organizzata dalla Bangkok Art Biennale Foundation, fino al 2 agosto, a Palazzo Rocca Contarini Corfù, riflette attraverso opere di artisti internazionali sulle connessioni tra Venezia e il Sud-est asiatico

Riunisce artisti provenienti da Sud-est asiatico, Europa e oltre, The Spirits of Maritime Crossing 2026, mostra collettiva della Bangkok Art Biennale Foundation, curata da Apinan Poshyananda, che riflette sul mare come spazio di connessione, trasformazione e memoria condivisa. Il progetto, realizzato a Palazzo Rocca Contarini Corfù di Venezia, in collaborazione con Thai Beverage Public Company Limited e One Bangkok, intreccia temi legati a diaspora, ecologia, spiritualità e trauma collettivo

Il mare e la continuità culturale della Bangkok Art Biennale Foundation a Venezia

Palazzo Rocca Contarini Corfù, storica residenza veneziana affacciata sul Canal Grande e legata sin dalle origini alle rotte commerciali della Serenissima, è il contesto ideale per questa mostra in cui l’acqua non rappresenta una linea di separazione tra geografie distanti, ma come uno spazio di trasmissione e continuità culturale.

The Spirits of Maritime Crossing II, 2024. Single screening, stereo, 42 min. Still from video The Spirits of Maritime Crossing 2026. Bangkok Art Biennale Foundation Palazzo Rocca Contarini Corfù
The Spirits of Maritime Crossing II, 2024. Single screening, stereo, 42 min. Still from video

L’acqua come elemento di connessione nelle opere degli artisti a Palazzo Corfù la Rocca

Questa dimensione emerge con forza in Dharma Songs (2023) di Samboleap Tol (Phnom Penh, Cambogia, 1990), installazione che, composta da un gong in ferro, acqua, foglie di banana, fiori freschi, circuiti elettronici e voci registrate, si attiva semplicemente immergendo i petali nell’acqua nel gong, facendo emergere testimonianze sonore dedicate agli antenati e alla memoria familiare. Qui la natura partecipa fisicamente alla costruzione dell’opera stessa. L’acqua, i materiali organici e il suono diventano componenti attivi di un sistema relazionale che intreccia ritualità buddhista, tecnologia contemporanea e trasmissione affettiva.

Una riflessione simile attraversa anche Our Islands 11°16’58.4”N 123°45’07.0”E (2017) di Martha Atienza (Manila, Filippine, 1981). Nel video, l’artista filippino-olandese documenta una processione religiosa che attraversa il mare nelle isole Visayas, trasformando l’acqua in spazio comunitario e rituale. La dimensione spirituale si intreccia però a una riflessione sull’urgenza climatica che interessa le comunità insulari dell’arcipelago filippino, sempre più esposte all’innalzamento delle acque e agli eventi meteorologici estremi. Le figure che avanzano tra le onde restituiscono così il mare come superficie condivisa di vulnerabilità e continuità culturale, dove pratiche collettive, memoria diasporica e trasformazione ambientale coesistono all’interno dello stesso paesaggio.

Creature dell’attraversamento per la Bangkok Art Biennale Foundation a Venezia

Nel cuore di The Spirits of Maritime Crossing 2026, gli attraversamenti evocati dalla mostra iniziano a modificare i corpi. Creature anfibie, figure serpentine e organismi ibridi abitano gli spazi del palazzo, restituendo identità costruite attraverso contaminazioni, migrazioni e trasformazioni continue.

Ibridazione che non viene celebrata come semplice incontro tra culture, ma emerge come stato fragile prodotto dall’esposizione continua all’altro.

Ad accogliere il pubblico sono due creature ibride di Parada Wiratsawee (Bangkok, Thailandia, 1997), in cui elementi umani, animali e marini convivono all’interno dello stesso corpo. Il loro incontro sulla soglia della mostra trasforma immediatamente l’attraversamento in un’esperienza fisica, introducendo una dimensione in cui ecosistemi, culture e forme di vita differenti entrano in relazione e si modificano reciprocamente. In Invasive Species, elementi acquatici e anatomici si fondono in forme difficili da definire, evocando mondi generati dalla circolazione globale e dalla trasformazione continua degli ambienti naturali.

Una dimensione simile emerge nelle opere di Soe Yu Nwe (Yangon, Myanmar, 1989), dove il corpo assume forme serpentine che intrecciano dimensione umana, animale e spirituale. Le superfici smaltate e iridescenti accentuano la sensazione di trovarsi di fronte a identità porose, attraversate da memorie, miti e trasformazioni culturali. In entrambe le pratiche, il corpo diventa il luogo in cui connessione e vulnerabilità finiscono per coincidere.

Questa riflessione sulle identità mobili trova una diversa declinazione anche nel lavoro di Pinaree Sanpitak (Bangkok, Thailandia, 1961), da anni impegnata a esplorare il rapporto tra corpo, spiritualità e cura. Le sue forme morbide e organiche, riconducibili al celebre motivo del breast stupa che attraversa gran parte della sua ricerca, evocano contemporaneamente anatomie umane e architetture sacre. In mostra, queste presenze assumono il valore di luoghi di accoglienza e protezione, suggerendo come l’attraversamento non sia soltanto esperienza di dislocazione e cambiamento, ma anche possibilità di rigenerazione e riconnessione con una dimensione collettiva e spirituale.

Tracce del trauma e guarigione in “The Spirits of Maritime Crossing 2026”

Accanto ai temi della connessione e della trasformazione, la mostra lascia emergere anche le tracce del trauma che attraversano mari, corpi e memorie collettive. Guerre, disastri naturali, colonialismo e migrazione appaiono come presenze che continuano a riemergere nelle immagini e nei rituali della mostra.

In Sea Punishing, Marina Abramović (Belgrado, Serbia, 1946) colpisce ripetutamente la superficie del mare con una frusta, riprendendo il racconto di Serse che punisce le acque dopo la distruzione della propria flotta. Dopo lo tsunami dell’Oceano Indiano del 2004, questo gesto assume la forma di un rituale ossessivo e impotente, che mostra quanto le forze naturali sfuggano al controllo umano. Il mare non appare come qualcosa da dominare, ma come una presenza che continua a superare ogni tentativo di controllo.

Anche Me So Horny di Le Hien Minh (Ho Chi Minh, Vietnam, 1979) affronta il trauma attraverso immagini che intrecciano guerra, cultura pop e spiritualità. L’opera prende il titolo da una frase diventata celebre nella cultura americana dopo essere stata pronunciata da una prostituta vietnamita nel film Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, per poi essere trasformata in slogan pop e musicale negli anni Novanta. Minh riprende questa immagine stereotipata e la trasforma in una presenza rituale: un teschio di bufalo, animale carico di significato spirituale nella cultura vietnamita, viene unito al volto di una donna asiatica e a grandi grani simili a rosari o collane di preghiera. Il suono trasforma inoltre la frase originale in un canto quasi meditativo, svuotandola della sua aggressività iniziale e restituendola come memoria disturbante ma anche gesto di riappropriazione culturale.
In entrambe le opere, il trauma non viene raccontato come una ferita del passato, ma come qualcosa che continua ancora oggi ad attraversare culture, paesaggi e identità collettive.

Un ulteriore livello di trasformazione emerge nelle opere di Natee Utarit (Bangkok, Thailandia, 1970), che utilizza il linguaggio della pittura per interrogare i processi di costruzione dell’identità culturale. Le sue immagini, sospese tra riferimenti alla tradizione artistica occidentale e immaginari del Sud-est asiatico, mettono in scena figure e simboli che sembrano appartenere a tempi e geografie differenti. Attraverso accostamenti inattesi e narrazioni ambigue, l’artista evidenzia come ogni cultura sia il risultato di continue stratificazioni e attraversamenti, restituendo la storia come un territorio in costante ridefinizione.

Le identità mobili in mostra a Venezia

Questa riflessione sulle identità mobili trova una diversa declinazione anche nel lavoro di Pinaree Sanpitak (Bangkok, Thailandia, 1961), da anni impegnata a esplorare il rapporto tra corpo, spiritualità e cura. Le sue forme morbide e organiche, riconducibili al celebre motivo del breast stupa che attraversa gran parte della sua ricerca, evocano contemporaneamente anatomie umane e architetture sacre. In mostra, queste presenze assumono il valore di luoghi di accoglienza e protezione, suggerendo come l’attraversamento non sia soltanto esperienza di dislocazione e cambiamento, ma anche possibilità di rigenerazione e riconnessione con una dimensione collettiva e spirituale.

A completare il percorso espositivo, le opere di Mella Jaarsma (Nieuwerkerk aan den IJssel, Paesi Bassi, 1960), Kamin Lertchaiprasert (Lopburi, Thailandia, 1964), Jakkai Siributr (Bangkok, Thailandia, 1969), Mit Jai Inn (Chiang Mai, Thailandia, 1960), Rirkrit Tiravanija (Buenos Aires, Argentina, 1961), Nipan Oranniwesna (Bangkok, Thailandia, 1962), Krit Ngamsom (Bangkok, Thailandia, 1973), Araya Rasdjarmrearnsook (Trat, Thailandia, 1959), Chatchai Puipia (Bangkok, Thailandia, 1964), Prateep Suthathongthai (Nakhon Ratchasima, Thailandia, 1970), Kawita Vatanajyankur (Bangkok, Thailandia, 1987), Montien Boonma (Bangkok, Thailandia, 1953–2000), Thasnai Sethaseree (Chiang Rai, Thailandia, 1973) e Yeesookyung (Seoul, Corea del Sud, 1963) ampliano ulteriormente la riflessione proposta. Attraverso linguaggi che spaziano dall’installazione alla pittura, dal video alla performance e alla scultura, gli artisti affrontano temi quali spiritualità, memoria, migrazione, identità, ecologia e relazioni interculturali, costruendo una narrazione corale in cui il mare diventa metafora di attraversamenti continui e di un patrimonio culturale condiviso che supera confini geografici e temporali.

Valeria Radkevych

Venezia //Fino al 2 agosto 2026
The Spirits of Maritime Crossing 2026. Bangkok Art Biennale Foundation
PALAZZO ROCCA CONTARINI CORFÙ, Sestiere Dorsoduro, 1057/D
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Valeria Radkevych

Valeria Radkevych

Valeria Radkevych (1995, Lugansk, Ucraina) è una curatrice e ricercatrice indipendente. Ha conseguito una laurea magistrale in arti visive con doppio titolo, condiviso tra l'Università di Bologna e la Paris 1 – Panthéon Sorbonne. La sua ricerca, avviata con la…

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