Machina Sacra: il video della processione dove il santo è uno schermo
I tradizionali riti religiosi nostrani incontrano l’intelligenza artificiale e i nuovi idoli del presente: Machina Sacra è una performance di Max Magaldi e Matteo Mandelli che ha così ripensato il tema della collettività, del sacro e del profano
Una comunità si stringe attorno ad una effige sacra, che la segue percorrendo le vie principali di un paese, intonando canti sacri e tenendo in mano lumini votivi: sono gli elementi che accomunano le processioni, riti ancestrali che caratterizzano la tradizione della nostra penisola.
A questa pratica religiosa si rifà il progetto artistico Machina Sacra di Max Magaldi e Matteo Mandelli, andato in scena dall’8 al 12 luglio a San Giovanni a Piro (SA), in Cilento, nell’ambito del festival MicroCosmi.
Machina Sacra: dall’enciclica di Papa Leone XIV alla performance
“Incoraggio tutti, in modo particolare i fedeli laici, a non aver paura di lasciarsi provocare dalla realtà, di mettersi in ascolto reciproco e di assumere con fermezza la propria responsabilità nella costruzione di una società più umana e fraterna”, ha scritto Papa Leone XIV nell’Enciclica Magnifica Humanitas, dedicata alla “custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.
A tale invito sembra proprio rispondere Machina Sacra, in tre momenti fondamentali: dopo la residenza a Casa Ortega e gli incontri con la comunità di San Giovanni a Piro sui temi del digitale, Magaldi e Mandelli hanno messo in scena insieme ai residenti la processione digitale. Al posto del Santo, i “fedeli” hanno seguito uno schermo inciso per celebrare l’incontro tra realtà virtuale e atto reale, portando con sé i propri smartphone – al posto dei consueti lumini – connessi a litanie realizzate per l’occasione. L’opera è stata infine deposta nella Cappella del Carmine di Bosco, per la visione pubblica durante le giornate del festival MicroCosmi.
Il digitale nuovo “idolo” contemporaneo?
Matteo Mandelli (1988) non è nuovo all’accostamento tra religione e nuove tecnologie: nella sua ricerca ha spesso indagato questi due aspetti dell’umano, inducendo riflessioni profonde nel pubblico.
Machina Sacra si inserisce nel solco della tua ricerca tra sacro e digitale: qual è stavolta il messaggio centrale del progetto?
Il rapporto tra sacro e digitale attraversa la mia ricerca da diversi anni. Con The Contact ho iniziato a indagare il digitale come nuovo spazio di relazione, quasi come una soglia spirituale, mentre in Machina Sacra quella riflessione esce dallo schermo e diventa esperienza collettiva. Non mi interessa stabilire se la tecnologia sia un bene o un male. Mi interessa osservare come stia modificando il nostro modo di credere, di relazionarci e di costruire nuovi simboli. L’arte, per me, non ha il compito di dare risposte, ma di creare le condizioni per porsi domande più consapevoli. Machina Sacra nasce proprio da questo: invitare le persone a riflettere sul rapporto che abbiamo con il digitale, senza viverlo né con entusiasmo acritico né con paura, ma con coscienza. Forse non abbiamo smesso di credere. Abbiamo solo cambiato ciò che illumina il nostro cammino.

Le nuove tecnologie che irrompono nella quotidianità e nelle tradizioni secolari
Ci si chiede che effetto abbia un simile esperimento su una comunità radicata e forte delle sue tradizioni. Curiosità o scetticismo? Lo abbiamo chiesto a Max Magaldi, musicista e artista, ideatore e direttore artistico di MEMISSIMA, il Festival della cultura memetica, che di cultura di massa se ne intende.
Come è stata accolta la performance dalla comunità di San Giovanni a Piro? Nessuna critica?
La performance è stata accolta molto bene ma soprattutto è stata sostenuta, come dimostra la partecipazione che è stata incredibile. La settimana di residenza, con gli incontri sia di gruppo sia attraverso delle chiacchierate randomiche, sulle panchine del paese o durante le cene di quartiere, servivano proprio per creare questo scambio: ascoltare e ragionare. Credo che intimamente ognuno di loro abbia compreso buona parte delle motivazioni e, in qualche modo, le abbia fatte proprie. Diverso invece sarà capire come verranno assorbite le migliaia di commenti sotto i video e i post che hanno riempito il web dopo che la performance è andata virale. Dal mio punto di vista tutte queste reazioni, con la loro superficialità, violenza, maleducazione, ecc., sono parte integrante dell’opera e non fanno altro che confermare tutto il discorso sulla “liturgia collettiva” che ci separa sempre di più alla base di Machina Sacra, ma mi rendo conto che, per chi non è abituato a stare sotto i riflettori social, è molto complesso affrontare il “tribunale” virtuale. Penso che tornerò a Bosco già la settimana prossima per parlare proprio di questo. D’altra parte, il lavoro che faccio da qualche anno è proprio quello di ibridare ambienti reali e digitali, e quindi è interessante osservare e parlare tanto con la piazza del paese quanto con quella dei social.
Qual è il vostro rapporto con le tecnologie al di fuori dell’attività artistica?
Mandelli: Il mio rapporto con la tecnologia è consapevole. La utilizzo quotidianamente, soprattutto l’intelligenza artificiale, ma la considero uno strumento, non un co-autore. È un acceleratore del mio processo creativo, mai un sostituto del pensiero, dell’intuizione o della ricerca. Proprio perché occupa una parte importante del mio lavoro, sento il bisogno di mantenere un equilibrio. Al di fuori dello studio cerco il contatto con la natura, con gli animali e con le persone: sono loro che mi riportano a una dimensione autentica, fatta di relazioni, empatia e presenza. È lì che continuo ad alimentare il mio sguardo. La tecnologia mi aiuta a sviluppare le idee, ma è la vita vissuta a generarle.
Magaldi: Per me la tecnologia è sperimentazione. Soprattutto quando ne intravedo una che mi sembra avere un forte impatto sociale e antropologico provo ad utilizzarla, scoprirla, quasi come se fosse una sostanza. Per realizzare Vainglory, uno dei miei lavori precedenti, feci un paio di mesi di scrolling compulsivo abusando soprattutto di TikTok: è stato un viaggio! Fare esperienza del brainrot ti aiuta a capirlo e, forse, anche a difendertene. Poi c’è tutto il tema dell’AI che adesso è inevitabilmente centrale. Oltre ad essere stata usata per vibecodare tutto il software di Machina Sacra, è qualcosa che uso (e a cui penso) quotidianamente. La trovo una potentissima fonte d’ispirazione, perché apre così tante possibilità potenziali che espande le tue capacità di immaginare futuri possibili, ed è una cosa bellissima. Che poi i futuri che vengono in mente sono spesso anche distopici… Beh quello è un altro discorso.
Roberta Pisa
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