Cerchiamo rifugio negli schermi. Intervista a Francesco Casetti sulle immagini di oggi e di ieri
Sterling Professor della Yale University, in questa intervista ci parla del ruolo sociale dello schermo. A partire dal suo ultimo saggio, racconta come sia diventato uno strumento di protezione della nostra esperienza del mondo (ma non è il primo nella storia)
Tra le accomodanti evoluzioni dell’epoca contemporanea, una certezza si impone su tutte: lo schermo è diventato uno spazio che abitiamo quotidianamente. A tracciare un illuminante percorso argomentativo è Francesco Casetti, Sterling Professor di Cinema e Media alla Yale University e tra i più autorevoli studiosi internazionali di cinema e media, autore di opere fondamentali come Dentro lo sguardo. Il film e il suo spettatore, L’occhio del Novecento. Cinema, esperienza, modernità e La Galassia Lumière. Sette parole chiave per il cinema che viene.

Il libro “Schermare le paure” di Francesco Casetti
Nel suo ultimo saggio, Schermare le paure, analizza il ruolo degli schermi come dispositivi di protezione dell’esperienza contemporanea. La sua riflessione si colloca in una prospettiva che si discosta dalle interpretazioni più diffuse dei media come semplici strumenti di comunicazione o intrattenimento. Dalle fantasmagorie alle piattaforme digitali, Casetti individua negli schermi una funzione più profonda: quella di mediare il rapporto con un mondo percepito come sempre più instabile e minaccioso. Ma cosa accade quando il bisogno di protezione diventa una forma di anestetizzazione dell’esperienza? E quali conseguenze comporta una società sempre più orientata alla sicurezza, all’assistenza e alla riduzione del rischio? In occasione del suo ritorno in Italia, lo abbiamo incontrato per approfondire una riflessione che attraversa la storia dei media, dalle fantasmagorie alla realtà immersiva, fino alle più recenti applicazioni dell’intelligenza artificiale.
Intervista a Francesco Casetti
In Schermare le paure, mette in relazione esperienze molto diverse, dalla fantasmagoria al cinema fino agli schermi digitali contemporanei. Quale elemento le accomuna?
In un’intervista su un giornale d’arte, vorrei cominciare da un parallelo azzardato. La modernità occidentale – ma, poi, ci sono anche altre modernità oltre a quella occidentale – è caratterizzata, sia nel caso dell’arte che nel caso dei media visivi, dalla rinuncia a illustrare e celebrare il mondo a favore di una ripresa degli aspetti più controversi e minacciosi della realtà. In entrambi i casi, questi aspetti sono fatti presenti a degli osservatori che da un lato diventano ancor più consapevoli delle minacce che li circondano, dall’altro sono messi in condizioni di sicurezza, grazie alla distanza che ogni rappresentazione comporta rispetto a ciò che è rappresentato. Sia l’arte che i media visivi sono stati, dunque, testimoni degli orrori del tempo, ma anche porti sicuri per dei soggetti sociali altrimenti in pericolo.
In che modo la fantasmagoria esemplifica questo meccanismo?
Prendiamo la fantasmagoria alla fine del XIX Secolo, uno spettacolo la cui prima fase a Parigi coincide con la stagione del Terrore. Molti dei fantasmi che apparivano sul suo schermo erano protagonisti della Rivoluzione Francese che avevano appena perso la testa sulla ghigliottina; quanto di più eccitante che vederli quasi in diretta, ma in un teatro al sicuro anziché dentro una folla in tumulto. Ho passato un periodo felice negli archivi parigini, a leggere quello che i contemporanei raccontavano di questo spettacolo, della paura che esso riproduceva e insieme del senso di sicurezza che trasmetteva. Non c’erano solo i fantasmi; c’erano anche effetti atmosferici che riproducevano lo scatenarsi delle forze naturali, dai lampi di un temporale al vento e alla pioggia. Lo spettatore aveva esperienza di qualcosa di spaventoso ma in una situazione di sicurezza. La Fantasmagoria gli diceva: “La realtà fuori può essere terribile, ma tu qui puoi essere protetto“.
E con il cinema cosa accade?
La stessa cosa succede con il cinema degli Anni Venti e Trenta del Novecento.Se si legge cosa gli esercenti del periodo scrivevano, si scopre che per loro il vero asset del cinema non era la qualità dei film proiettati, ma la possibilità per gli spettatori di godere di un ambiente climatizzato, di gabinetti puliti, di un pubblico tenuto sotto controllo, dell’acqua corrente. Quel che importava erano i comfort, in alternativa ad un’aria ormai inquinata, a un caldo esterno insopportabile, ad una vita urbana troppo tumultuosa e ad una povertà umiliante. Nella mia ricerca ho persino trovato un documento assolutamente sorprendente in cui un dottore di Chicago suggerisce ai pazienti di andare al cinema perché l’aria lì dentro è molto migliore di quella della città…
E oggi, con i media digitali, questa funzione si ripresenta?»
In piena pandemia, quando abbiamo cominciato a usare Zoom, la situazione si è di nuovo riproposta. Fuori era pericoloso, c’era un’emergenza sanitaria; ecco, allora, che abbiamo potuto incontrare qualcuno, andare allo stadio, assistere alla messa, stando protetti a casa nostra. Lo schermo ha fatto da filtro, da protezione di fronte al pericolo. Insomma, l’idea di fondo è che la modernità occidentale deve fare i conti con un mondo che è diventato pericoloso, e lo fa non con delle illustrazioni del mondo che omaggiano i potenti, ma con dei mezzi che proteggono.
Come è nata la ricerca che ha portato a Schermare le paure? E perché ha scelto proprio quell’immagine di copertina?
La copertina inglese è più rappresentativa di quella italiana. Illustra tutti e tre i media di cui ho parlato – fantasmagoria, cinema, digitale – e gioca su un viraggio notturno che rende le immagini un po’ inquietanti. Perché ho messo insieme tre esempi? Da studioso dei media ho cominciato a pensare, e sto tuttora pensando, che il modo migliore di studiare un medium non sia soltanto esaminarlo nella sua specificità, ma cominciare a vederne le risonanze. Ecco che il cinema improvvisamente si scopre più vicino alla radio che alla fotografia, e internet più vicino ai rotoli medievali che si esponevano nelle chiese che ai molti tentativi di computazione moderni.

Cosa c’entra il Medioevo?
Lei mi sta intervistando a Salerno, dove ci sono degli avori che sono meravigliosi: invece di andare sempre e soltanto in Costiera, le persone potrebbero anche andare a vedere quel patrimonio e cominciare a pensare che forse questi avori stanno parlando a noi più di quel che sembra. I media hanno delle radici e delle continuità strane. A questo punto della mia carriera, mi interessa fare proprio gli accostamenti meno prevedibili.
Se gli schermi nascono per proteggerci, come interpreta i fenomeni di violenza che oggi si consumano proprio attraverso gli schermi, dal cyberbullismo alla sovraesposizione mediatica?
Perché, prima di tutto, per prenderci cura di noi oggi abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti. I media sono penetrati così profondamente nella nostra società che non possiamo fare a meno di loro. Di qui il paradosso di cui lei parla: ci forniscono le paure per poterci poi fornire la protezione. Penso, ad esempio, all’esibizione di realtà estreme dentro le rassicuranti mure domestiche, ma anche ai dispositivi che tengono sotto controllo i nostri dati biometrici, che ci incitano a fare esercizio fisico oltre i nostri limiti e insieme ci tranquillizzano con schermate continue.
Ci dica di più…
I media sono costitutivi della nostra esperienza, questa è la prima considerazione.Un’altra questione si lega all’ultimo capitolo del libro di cui stiamo parlando: lì indago come l’eccesso di protezione sia profondamente nocivo. In primo luogo, perché sterilizza; se noi evitiamo ogni rischio, non ci attrezziamo ad affrontarne nessuno, poi perché l’iperprotezione è illusoria, possiamo difenderci dal reale, ma alla fine il reale vince su di noi. Possiamo chiudere la finestra, ma il vento alla fine la scardinerà.
Secondo lei la televisione riesce ancora a svolgere questa funzione protettiva?
Dipende. Sono ritornato da poco in Italia e ho cominciato a guardare la televisione italiana: è noiosissima. Non è che ci schermi dalle paure, ci rompe le scatole! La televisione italiana è anestetica e la protezione anestetica è la peggiore protezione a cui uno possa pensare.
La realtà aumentata e la realtà immersiva promettono un’esperienza più diretta del mondo. Come si inseriscono nella sua riflessione sugli schermi?
Penso che la realtà aumentata e la realtà immersiva siano la truffa del secolo. Ci illudono di essere in mezzo al mondo e, invece, ce ne tirano fuori. Consiglio vivamente alle persone, e lo faccio spesso con i miei studenti, di attraversare le strade, magari a Salerno, a Napoli. Questa è la vera immersione nella realtà del sociale, non credere di poter entrare nei quadri di Van Gogh…
Dopo la pubblicazione del libro, l’esplosione dell’intelligenza artificiale ha modificato alcuni aspetti della sua riflessione?
L’università mi ha chiesto di lavorare con i computer scientist sull’intelligenza artificiale e sto cercando di capirne a fondo le dinamiche. Mi accorgo che la maggior parte delle chatbot o delle applicazioni sono al servizio dell’utente, nate proprio per aiutarlo: alcune sono di ambito medico, altre assistono nella scrittura dei testi, altre aiutano a non deprimersi, o ancora costruiscono partner digitali che ti fanno compagnia, eccetera eccetera. Sto riflettendo molto su questa idea di cura, ovvero sull’ossessione contemporanea per l’assistenza attraverso l’AI, e su come tutto ciò si accompagni purtroppo a risvolti meno piacevoli, come per esempio la costante appropriazione dei tuoi dati personali.
Quale responsabilità hanno oggi coloro che producono le immagini che abitano i nostri schermi?
Chi crea le immagini ha moltissima responsabilità sociale. Una responsabilità che non consiste soltanto nel preservare dagli shock, ma nel far crescere la consapevolezza e insieme il callo degli spettatori. La protezione serve non quando semplicemente evita i pericoli, bensì quando insegna come far fronte alle inevitabili avversità. A partire dal libro, ho tenuto dei corsi su media e protezione, e il mio tormentone con gli studenti di Yale, che sono iperprotetti, è sempre lo stesso: rafforzate le vostre difese, ma prendetevi anche i vostri rischi. Non c’è vita senza rischi, e i rischi possono far crescere. Bisognerebbe ricordarlo più spesso.
Annette Cantalupi
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