È morto Duane Michals, il fotografo che ha trasformato l’immagine in racconto
Annoverato tra i più innovativi autori del Novecento, il fotografo statunitense è scomparso il 9 giugno 2026. A darne notizia è stata la DC Moore Gallery di New York che da anni lo rappresentava
Siamo grati di aver lavorato con Duane per molti anni e di aver imparato dalla sua creatività infinita, dalla sua percezione acuta e dall’umorismo unico”, così scrive il team di DC Moore Gallery di New York in un post Instagram annunciando la morte di Duane Michals (McKeesport, 1932 – New York, 2026).
Tra le figure più influenti e anticonvenzionali del Novecento, il fotografo statunitense è scomparso il 9 giugno 2026, all’età di 94 anni, lasciando in eredità le possibilità narrative della fotografia, trasformandola in uno spazio di riflessione poetica, filosofica e autobiografica.
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L’incontro tra Duane Michals e la fotografia
Nato a McKeesport, in Pennsylvania, Michals si avvicina alla fotografia quasi per caso durante un viaggio in Unione Sovietica nel 1958. Tornato a New York, lavora come fotografo freelance per riviste come Esquire, Mademoiselle e Vogue, sviluppando parallelamente una ricerca personale destinata a lasciare un segno profondo nella storia dell’immagine. In anni dominati dal fotogiornalismo e dall’estetica del “momento decisivo” teorizzata da Henri Cartier-Bresson, Michals sceglie di non documentare il mondo visibile, ma di dare forma alla sfera emotiva.
Le sequenze fotografiche, il testo e la ricerca sull’invisibile nella fotografia di Duane Michals
A partire dalla metà degli Anni Sessanta, l’artista sviluppa sequenze fotografiche costruite come brevi racconti visivi, sovrimpressioni, doppie esposizioni e lunghe esposizioni utilizzate per evocare stati mentali e dimensioni immateriali. Un linguaggio che diventerà la sua firma nel mondo dell’arte fotografica. Negli anni a seguire introduce anche testi manoscritti che dialogano con le immagini, ampliandone il significato e trasformando gli scatti in una forma ibrida tra racconto, poesia e riflessione filosofica. Celebri sono anche i suoi ritratti di figure come René Magritte e Balthus, realizzati spesso negli spazi quotidiani dei soggetti, in contrasto con l’approccio più formale adottato da molti fotografi della sua generazione.

L’eredità di un innovatore della fotografia contemporanea
Nel corso della sua carriera Michals ha continuato a sperimentare senza sosta, integrando pittura, collage, scultura e film nella propria pratica artistica. Le sue opere entrano nel 1970 nelle collezioni del Museum of Modern Art di New York, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Metropolitan Museum of Art, il National Museum of Modern Art, Kyoto e il Philadelphia Museum of Art, per citarne solo alcuni. Nel 1977, partecipa a Documenta 6, consacrandosi definitivamente sulla scena internazionale. Tra i lavori più noti in ambito commerciale figurano la documentazione fotografica dei Giochi Olimpici di Città del Messico del 1968 e la copertina dell’album Synchronicity dei Police del 1983. L’archivio di Michals è ospitato al Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.
Rimasto fedele fino alla fine a una ricerca guidata dalla curiosità e dal dubbio, Michals ha lasciato un’opera che continua a interrogare i limiti della rappresentazione e il mistero dell’esperienza umana. “Non mi interessa la stampa perfetta”, dichiarò l’artista. “Mi interessa un’idea perfetta. Idee perfette sopravvivono a stampe scadenti e a riproduzioni economiche. Possono cambiare le nostre vite”.

Duane Michals e il rapporto con l’Italia
Era il 2018 quando il Museo Ettore Fico (MEF) di Torino ha ospitato una grande mostra dedicata a Duane Michals, con circa 160 opere esposte e curata da Enrica Viganò nell’ambito della prima edizione di FO.TO – Fotografi a Torino. Realizzato in collaborazione con la Fundación MAPFRE di Madrid, il progetto espositivo ripercorreva l’intero arco della carriera dell’artista, dagli esordi in Unione Sovietica ai ritratti di alcune delle sue figure di riferimento, tra cui Magritte, de Chirico e Balthus, fino alle celebri sequenze fotografiche e ai lavori più tardivi, come i cortometraggi.
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