La preziosa mostra su Concetto Pozzati a Roma e il ricordo personale di Danilo Eccher sull’artista

Allo Studio SALES di Roma fino al 20 giugno 2026 c’è la mostra di Concetto Pozzati che torna nella Capitale dopo la grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di 50 anni fa. Qui il testo di Danilo Eccher che ricorda l’amico Pozzati in maniera personale

Figura centrale dell’arte italiana del secondo dopoguerra, e chiamato “il corsaro della pittura”, Concetto Pozzati (Vo’, 1935 – Bologna, 2017) è stato uno dei protagonisti della stagione della Pop Art italiana, sviluppando un linguaggio originale capace di mettere in dialogo suggestioni surrealiste, riferimenti alla tradizione pittorica e un immaginario legato alla quotidianità. Accanto all’attività artistica, Pozzati è stato anche un intellettuale attivo e influente: docente in diverse accademie italiane, tra cui Bologna, Firenze e Venezia, direttore dell’Accademia di Urbino, curatore e organizzatore di rassegne in Italia e all’estero, nonché figura impegnata nella vita culturale e politica. È questa eredità che oggi viene celebrata in una mostra a Roma, da Studio SALES di Norberto Ruggeri
 in collaborazione con Archivio Concetto Pozzati.

La mostra da Studio SALES a Roma

L’esposizione si inserisce nel cinquantesimo anniversario della storica antologica di Pozzati inaugurata il 4 maggio 1976 presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, offrendo l’occasione per rileggere un momento cruciale della sua produzione artistica. In occasione di quella mostra, il catalogo raccoglieva interventi di alcuni tra i più importanti critici del tempo (come Giulio Carlo Argan, Renato Barilli, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Giulio Briganti, Lea Vergine) restituendo la centralità della sua ricerca nel dibattito contemporaneo.

Una fase meno studiata di Concetto Pozzati

Le opere selezionate per Studio SALES di Norberto Ruggeri – quattro di grandi dimensioni (tutte presenti nella rassegna del 1976), più una di formato più contenuto, a cui si affianca una selezione di lavori su carta incorniciati in plexiglass secondo una soluzione espositiva ideata dallo stesso artista – testimoniano una fase meno indagata ma estremamente fertile della sua produzione: quella degli Anni Settanta. Caratterizzato da sperimentazioni tecniche e linguistiche che si discostano dalla sua cifra più riconoscibile, questo periodo apre a nuove possibilità: Pozzati introduce nel quadro reperti oggettuali, scritte e immagini serigrafate, mescolando tecniche diverse, come nell’uso della pittura a spruzzo nelle grandi tele. Tutte le opere in mostra provengono dall’Archivio Concetto Pozzati e includono nuclei di lavori che non sono più stati esposti al pubblico dopo la mostra romana del 1976.

Il ricordo del critico e curatore Danilo Eccher, già direttore della Galleria d’Arte Moderna di Bologna

“Ho sempre provato un grande affetto per Concetto Pozzati, sentimento credo ricambiato perché nato da stima, attenzione e, soprattutto, sincerità. In realtà all’inizio era solo ammirazione, studiavo all’università di Bologna e la città era Concetto Pozzati, lo trovavi alla galleria De Foscherari con Pasquale Ribuffo o alla G7 con Ginevra Grigolo, all’osteria del Sole, in via Zamboni tra Università, Accademia e il suo atelier. Studiare estetica a Bologna alla fine degli Anni Settanta significava misurarsi con giganti come Luciano Anceschi, Paolo Fabbri, Umberto Eco, Renato Barilli e, appunto, Concetto Pozzati. Ma in quel periodo era un rapporto distaccato di semplice ammirazione per un artista che anche fisicamente appariva prepotentemente presente. È però stato alcuni anni più tardi quando, verso la metà degli Anni Novanta, sono stato nominato direttore della Galleria d’Arte Moderna della città, il museo che avevo frequentato mille volte da studente, dove avevo visto la grande collezione di Panza di Biumo nel rapporto Europa-America, dove dieci anni prima della mia nomina Francesca Alinovi aveva presentato la mostra Arte di Frontiera con i “graffitisti newyorkesi” per la prima volta in Europa, è stato allora che il rapporto personale con Concetto Pozzati si è formato e consolidato.

È stato in quell’occasione che l’ammirazione dello studente si è trasformata in stima professionale e complicità intellettuale attraverso un confronto basato dall’inizio sulla schiettezza e sulla sincerità. La GAM di Bologna all’epoca era un’istituzione autonoma del Comune ed era gestita da un solido e prestigioso Consiglio di Amministrazione alla cui presidenza era stato chiamato Lorenzo Sassoli de Bianchi, Concetto Pozzati era l’Assessore alla Cultura della città, e io, per dovere e garbo istituzionale decisi, come mio primo incontro ufficiale, di andarlo a trovare in assessorato. Lui conosceva benissimo il mio lavoro alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Trento e io avevo avuto altre occasioni di incontro nelle sue attività espositive. Senza preamboli e con voce potente mi disse subito che io non ero il “suo” candidato alla direzione, che lui, pur riconoscendo le mie capacità, avrebbe preferito un altro candidato e per questo si era anche esposto pubblicamente. Ovviamente lo sapevo ma questo essere diretto, franco, semplice aveva spostato l’asse del confronto da Assessore-Direttore a quello di Artista-Curatore, un piano di confronto che entrambi sentivamo più consono, più corretto fra noi. Sono convinto che quella conversazione, solo tra noi due nel suo studio, sia stata la vera origine di un’amicizia che ha segnato i nostri rapporti futuri e ha plasmato la stima professionale. Forse è proprio sulla base di questa intesa che, riorganizzando la collezione permanente del museo, ho dedicato la prima sala alla ricostruzione della presenza di Concetto Pozzati alla Biennale di Venezia del 1964, quella che divenne famosa per la presenza della Pop Art Americana e del leone d’oro assegnato a Robert Rauschenberg. Una mostra storica alla quale Pozzati partecipava con una sala personale, presentando alcune opere che sapevano cogliere lo “spirito del tempo”, con gli accenni alle dinamiche narrative della società dei consumi, e, allo stesso tempo, non potevano tradire la tradizione pittorica europea, liberando una colta e sofisticata gestualità. Credo che a suggerire la capacità di Pozzati nell’afferrare i segnali di un immaginario frenetico sia stata anche l’eredità dello zio Severo Pozzati, Sepo, attentissimo, visionario artista e pubblicitario degli Anni Trenta. Più complesso mi sembra invece l’analisi del confronto strettamente pittorico, dove penso abbia svolto un ruolo importante l’insegnamento di Francesco Arcangeli che dall’università ha sostenuto le ricerche più avanzate dell’arte italiana: “Lo amavamo molto ma dovevamo combatterlo criticamente” scrive Pozzati. Così, l’oggetto quotidiano che per gli americani si plastifica in immagine, e Pozzati, come molti artisti europei, non riesce a rinunciare al proprio abito pittorico, al suo sapore di manualità, di materia e colore. Allo stesso modo, il passo interpretativo di un’ironia concettuale detta la costruzione narrativa, conferisce agli oggetti un proprio, autonomo, ruolo recitativo. Forse in questi lavori si scorgono i profili di Marcel Duchamp più che di Andy Warhol, quelli di René Magritte più che di Jasper Johns, più le colline europee che le distese americane.

Più come artista che come Assessore, Concetto Pozzati mi ha aiutato ad aprire molte porte della Bologna colta e intellettuale: ha contribuito all’amicizia con Pier Giovanni Castagnoli con cui avevo già collaborato negli anni precedenti, mi ha sostenuto con Eugenio Riccomini, allora direttore dei Musei Civici d’Arte Antica, e con Andrea Emiliani, storico e prestigioso Sovrintendente dei Beni Artistici. E poi la comune simpatia con Vittorio Boarini capace come pochi a coniugare l’acuta ironia dell’Emilia con il rigore dello studioso e la cultura cinematografica. Ecco, Concetto Pozzati per me era Bologna ma non la città medievale chiusa nei propri portici ma la città colta, coraggiosamente imprenditoriale, curiosa delle sperimentazioni scientifiche, quella un po’ folle della musica sulla via Emilia, della velocità, quella aperta al mondo. È questa l’arte di Pozzati, quella che dalla Biennale del 1964 ha saputo arrampicarsi sui più prestigiosi palcoscenici artistici nazionali e internazionale, è bello, oggi, ricordare a cinquant’anni di distanza la sua grande mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, un ulteriore segnale della sua importanza allora come oggi quando, guardare al suo lavoro significa guardare al futuro”.

Danilo Eccher

Concetto Pozzati. 50 anni dopo // Dal 4 maggio al 20 giugno 2026
Studio SALES di Norberto Ruggeri

Piazza Dante 2, Roma

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