Una delle residenze d’artista più longeve d’Italia si trova in Abruzzo. Tutta la storia di Ramo
“Ideata dagli artisti per gli artisti”, questo il cuore della residenza che da undici anni si svolge in Abruzzo coinvolgendo come tutor alcuni tra i maggiori artisti italiani. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Pietroniro, uno degli ideatori, che ce ne ha rivelato genesi e prospettive
È nato come un movimento spontaneo, ideato da artisti per altri artisti il progetto Ramo, Ritratto a Mano che, in bilico tra workshop e residenza, quest’anno giunge alla sua XI Edizione. Era il 2014 quando Giuseppe Pietroniro e Angelo Bucciacchio riunirono per la prima volta, in un convento abbandonato a Caramanico Terme in Abruzzo, una decina di ragazzi che per 12 giorni, con la supervisione di Stefano Arienti, hanno vissuto fianco a fianco in una dimensione di condivisione totale per indagare il contesto, l’idea della comunità, sperimentare confrontandosi e, naturalmente, acquisire una maggiore e più piena consapevolezza verso loro stessi. Uno dei workshop residenza più longevi d’Italia e forse, tra quelli indipendenti, il più longevo in assoluto che, avvalendosi anche della collaborazione di Giuliana Benassi come curatrice supervisor dal 2015, ha visto la partecipazione, come tutor, di artisti del calibro di Gianni Caravaggio, Simone Berti, Valentina Vetturi, Jorge Peris, Jose Angelino, Daniele Puppi, Monica Lundy, Francesco Arena, Stefania Galegati, Alesandro Sciaraffa, Luigi Presicce, Elena Bellantoni, oltre naturalmente ai fondatori. Per approfondire ne abbiamo parlato con Giuseppe Pietroniro…

Intervista a Giuseppe Pietroniro, uno dei fondatori di “Ramo. Ritratto a Mano”
Puoi raccontarci meglio la genesi di “Ramo. Ritratto a Mano”?
Tutto è iniziato nel 2014 quando, in occasione di una lezione in Abruzzo, a cui ero stato invitato da Teresa Macrì, ho conosciuto Angelo Bucciacchio che mi propose subito di organizzare con un progetto di residenza per artisti a Caramanico Terme in provincia di Pescara. Senza un attimo di esitazione accettai e così ci siamo lanciati nel progetto. Per la prima edizione siamo partiti con un’open call, ricevendo così tante candidature, da capire di dover indirizzare il progetto, dall’edizione successiva in poi, solo agli studenti delle Accademie.
Come avete strutturato la residenza?
I principi chiave sono disciplina, autogestione, rispetto e libertà. Apparentemente possono sembrare concetti contrapposti ma in realtà non ci può essere vera autogestione senza disciplina. Per il periodo della residenza che, in teoria dura una settimana ma in più occasioni abbiamo prolungato su richiesta dei ragazzi, si vive in una dimensione di totale condivisione e prossimità. Il tutor dà una direzione, indicando una linea, suggerendo un tema di riferimento, ma poi ognuno è libero di esprimersi secondo il suo sentire. Può addirittura non fare nulla, purché motivi il suo agire con una valida ragione creativa.
Effettivamente cosa succede in questi giorni?
Una vera e propria magia. L’idea è quella di rallentare focalizzando l’attenzione sullo scorrere lento del tempo. Anche perché, vivendo in questa dimensione isolata, parzialmente disconnessa dal solito “tram tram” quotidiano, ci si ritrova inevitabilmente in una sorta di “bolla” in cui le categorie di tempo e spazio comunemente percepite deflagrano. Quindi si compie un autentico lavoro di ri-orientamento dove si concepisce l’opera non in funzione espositiva ma costruttiva. E qui si spiega il sottotitolo Ritratto a mano che rivela come il progetto nasca proprio per conoscersi attraverso ciò che si fa.

Interessante, anche perché si tratta di un workshop concreto, in cui comunque gli artisti sono chiamati a creare a misurarsi poi anche con la dimensione espositiva…
Esattamente, ogni edizione si conclude con una mostra finale che solitamente si protrae per tutta l’estate, e qui si crea un cortocircuito. Perché, se da una parte è vero che si stacca la spina, dall’altra è altrettanto vero che durante il workshop ognuno elabora un proprio lavoro. Quindi, dato il breve tempo a disposizione, la pressione cresce con l’affiatamento e il trascorrere dei giorni. I sentimenti sono tutti all’acme, la tensione è palpabile ma anche l’eccitazione, la gioia, la voglia di stare insieme. Devo ammettere che gli esiti sono strabilianti. Non c’è edizione in cui non sia rimasto colpito dalla profondità, dall’efficacia, dalla forza dei lavori presentati. Opere di una pienezza rara, realizzate da studenti che riescono a farsi interpreti di tematiche dal valore universale con una semplicità e spontaneità disarmanti, che mi portano a riscoprire ogni anno la ricchezza del nostro tessuto artistico, formativo ma soprattutto umano.

Una parola sull’edizione in corso?
Con Luigi Presicce come tutor e Iginio De Luca come ospite a talk, Ramo 2026 è iniziata benissimo; il lavoro si sta svolgendo all’insegna del silenzio e della pittura e sono pronto a lasciarmi stupire. Quest’anno,come nelle ultime tre edizioni, grazie al sostegno della Fondazione Itaca siamo in palazzo Mayer, un bellissimo edificio storico al centro di Fossacesia, in provincia di Chieti, a pochi chilometri dal mare. Poter organizzare la residenza in questo periodo è una grande opportunità perché è il migliore per i ragazzi, liberi dagli esami e dagli impegni contingenti.
Quali sono i prossimi passi?
Stiamo lavorando affinché il progetto, ad oggi indipendente e autofinanziato possa compiere un salto di qualità, finalizzando una partnership con le accademie italiane, come quella già in corso con le istituzioni de L’Aquila e Carrara. Dato il valore ormai comprovato di Ramo, che dopo 11 anni si distingue davvero per la coerenza, il rigore e il l’alto tenore degli artisti tutor con cui sta andando avanti, ci auguriamo che le Accademie possano includerlo nella loro offerta formativa e, a fronte di CFU conferiti per la partecipazione, possano sostenere gli studenti coprendo le spese, per dare davvero a tutti la possibilità di partecipare.
E noi non possiamo che auspicare la crescita di questo progetto che è una prova tangibile di come il mondo dell’arte non sia composto solo da monadi isolate, intente a coltivare individualmente la propria pratica ma, al contrario, da un sistema capace di farsi comunità, popolato da artisti, di origine, provenienze ed età diverse, che hanno voglia di confrontarsi e condividere, per crescere ed evolversi insieme.
Ludovica Palmieri
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