“A Milano Fondazione Elpis sarà luogo di sorpresa e di comunità”. Intervista alla nuova direttrice Marcella Ferrari 

Sei anni dopo la sua nascita, Fondazione Elpis si prepara a una nuova stagione di attività portando in città l’expertise internazionale di Ferrai, nominata direttrice ad aprile. Ci siamo fatti raccontare da lei novità, programmi e desideri

Al suo sesto anno di attività, dopo la nascita per volere di Marina Nissim nel 2020, la milanese Fondazione Elpis entra in una nuova fase grazie alla nomina di Marcella Ferrari a direttrice – nomina avvenuta nell’aprile 2026. In primis, c’è l’apertura di nuovi spazi nel quartier generale di Porta Romana: Villa e Atelier Elpis affiancheranno, infatti, la già attiva Lavanderia, creando una costellazione di ambienti dedicati a residenze, produzioni, formazioni e restituzioni pubbliche. Tra le attività cardine della Fondazione c’è e rimane Una Boccata d’Arte, la cui esperienza di condivisione e partecipazione sul territorio verrà seguita come un faro per aumentare il l’apertura e il dialogo dell’istituzione con la città che la ospita. Per sapere cosa aspettarci, abbiamo intervistato Marcella Ferrai che ci ha spiegato come il suo background potrà influenzare il percorso di Fondazione Elpis e cosa spera per il futuro dell’istituzione.

Fondazione Elpis, Oliviero Fiorenzi, Ph Sarah Indriolo
Fondazione Elpis, Oliviero Fiorenzi, Ph Sarah Indriolo

Intervista a Marcella Ferrari, nuova direttrice di Fondazione Elpis

La sua nomina arriva in un momento di evoluzione e ridefinizione per Fondazione Elpis: quali saranno le prime azioni con cui intende guidare questa nuova fase?
Partire dall’ascolto delle persone che lavorano in Elpis, degli artisti, dei curatori, delle realtà territoriali e del pubblico. La Fondazione ha costruito negli anni un’identità riconoscibile e dinamica, il mio obiettivo ora è valorizzare questa energia aprendola ancora di più al dialogo e alla sperimentazione. Le prime azioni saranno orientate a consolidare le attività esistenti, rafforzare le relazioni internazionali e sviluppare nuovi progetti capaci di mettere in relazione produzione artistica, spazio pubblico e ricerca contemporanea. Oltre a questo: sviluppare una programmazione continuativa e riconoscibile, capace di rafforzare Fondazione Elpis come istituzione milanese di riferimento, mantenendo al tempo stesso uno spazio aperto alle pratiche emergenti e all’emersione di nuovi linguaggi.

Ha una consolidata esperienza internazionale, in particolare nella produzione di arte pubblica. Questo background, come influenzerà le attività di Fondazione Elpis?
L’arte pubblica mi ha insegnato che i progetti più significativi nascono quando un’opera riesce a entrare in relazione reale con un luogo e con le persone che lo vivono. È un approccio che vorrei portare all’interno di tutte le attività della Fondazione: pensare ai progetti non come eventi isolati, ma come occasioni di scambio, di relazione e di trasformazione temporanea o duratura. Ho anche imparato che le azioni più ambiziose e complesse si realizzano sempre attraverso la condivisione e la collaborazione di molteplici voci tra artisti, curatori, istituzioni, tecnici, comunità e professionisti diversi e che proprio questa dimensione collettiva è ciò che rende un progetto davvero vivo e incisivo. L’esperienza internazionale mi ha anche permesso di confrontarmi con modelli molto diversi, spesso interdisciplinari e collaborativi, e credo che questa apertura possa contribuire a rendere Fondazione Elpis un interlocutore sempre più attivo, pur mantenendo una forte attenzione al contesto italiano e, in particolare, milanese.

Quali sono le istituzioni a livello internazionale alle quali “si ispira” e a cui vuole guardare?
Più che a un unico modello, guardo a istituzioni che hanno saputo creare un equilibrio tra ricerca artistica, impatto culturale e rapporto con il territorio. Penso, ad esempio, a Dia Art Foundation, Skulptur Projekte Münster o alcune istituzioni nordiche come Louisiana Museum of Modern Art, che lavorano sul dialogo tra arte, paesaggio e comunità. Mi interessa soprattutto la capacità di costruire programmi coerenti nel tempo, sostenere concretamente i giovani artisti nella produzione e creare esperienze accessibili ma non semplificate. Per l’Italia mi piace citare esempi virtuosi come Pirelli HangarBicocca e l’importanza di Fondazione Prada. Sono convinta che oggi una fondazione debba essere insieme un luogo di pensiero, di produzione e di incontro.

Dopo tante collaborazioni e progetti condivisi, cosa la stimola di più del passaggio a un ruolo così “in vista” come quello di direttrice?
La possibilità di creare le condizioni affinché le idee possano prendere forma e crescere. Ho sempre vissuto il lavoro curatoriale e produttivo come un processo collettivo, realizzato per tappe e costruzione di fiducia. In questo nuovo ruolo mi interessa poter immaginare visioni a lungo termine, accompagnare artisti e progetti nel loro sviluppo e contribuire a creare una piattaforma aperta, capace di generare nuove connessioni e facendo crescere quanto realizzato fino ad oggi. Allo stesso tempo, considero fondamentale lavorare sulla crescita del team, costruendo un ambiente collaborativo in cui competenze, sensibilità e prospettive possano dialogare e svilupparsi nel tempo. Più che interessarmi della mia possibile visibilità, sento la responsabilità e l’opportunità di dare continuità a un progetto culturale che può e deve avere un impatto reale.

La Fondazione vuole sviluppare una rete articolata di attività a Milano tra residenze, produzioni e restituzioni. Come può essere approfondito il legame con la città? In che modo l’esperienza diffusa e consolidata di Una boccata d’arte plasmerà questa nuova direzione?
Milano è una città attraversata da energie molto diverse, mi piacerebbe che la Fondazione diventasse sempre più un luogo di connessione tra queste, pratiche artistiche, quartieri, realtà indipendenti e comunità, oltre a aspirare a fare rete con istituzioni storiche che si impegnano da anni e con successo. L’esperienza di Una Boccata d’Arte, progetto che dal 2020 porta 20 artisti in 20 borghi di 20 regioni d’Italia, ha dimostrato quanto sia importante impegnarsi in modo diffuso, entrando in relazione con contesti specifici e costruendo progetti che nascono dall’ascolto dei territori. Questo approccio è già al centro del lavoro che Elpis sta sviluppando attraverso le residenze e le produzioni a Milano: progetti pensati per attivare relazioni reali con il tessuto urbano e sociale della città, creando occasioni di incontro, partecipazione e scambio tra artisti, comunità e contesti diversi.

Se dovesse immaginare la Fondazione tra qualche anno, c’è qualcosa di nuovo o inaspettato che le piacerebbe vedere accadere/realizzare?
Una Fondazione capace di essere un punto di riferimento nazionale e internazionale con una forte dimensione sperimentale. Vorrei che fosse riconosciuta come un luogo dove gli artisti possono sviluppare progetti ambiziosi e lavorare con tempi adeguati alla ricerca. Mi piacerebbe anche ampliare il dialogo con discipline diverse, dall’architettura alla musica, dalla scienza alla performance e insieme immaginare progetti che escano dai formati convenzionali. Per ultimo il desiderio più importante: consolidare una comunità attorno ad Elpis, un pubblico curioso, partecipe e disposto a lasciarsi sorprendere.

Vittoria Caprotti

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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da giugno 2024 lavora a Casa Testori occupandosi della comunicazione; dell'organizzazione di mostre, eventi e laboratori; dello spazio espositivo La Collezione -…

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