Il cortocircuito dell’arte a Venezia. Le tensioni alla Biennale non sono solo geopolitica 

Riflessioni a bocce ferme sulla Biennale di Venezia, dalla famosa intervista a Buttafuoco su La Repubblica fino alla manifestazione delle maestranze. Tornando alle proteste del 1968, quando un certo Gastone Novelli girava i suoi quadri…

Nell’arco delle ultime settimane, come si è visto, si sono sparsi fiumi di inchiostro a proposito della Biennale di Venezia e soprattutto delle polemiche scatenate da quello che possiamo intanto definire come un cortocircuito – o, piuttosto, una serie di cortocircuiti – tra arte, politica, comunicazione e geopolitica. Adesso che la polvere si è posata sui padiglioni, per così dire, possiamo dedicarci per un istante ad osservare con attenzione il contesto.

Biennale di Venezia 2026: una breve storia

Il cortocircuito, o i cortocircuiti, quindi. Tutto è iniziato con l’intervista del Presidente Pietrangelo Buttafuoco a “la Repubblica” di inizio marzo, in cui si annunciava l’‘apertura’ al Padiglione della Russia, presentandola come una scelta di “politica estera”: “tutti i Paesi in questo momento in guerra saranno qui a Venezia. Io apro a tutti, non chiudo a nessuno. Ci saranno Russia, Iran, Israele. Ci saranno Ucraina e Bielorussia” (Dario Olivero, Pietrangelo Buttafuoco: la mia Biennale sarà la vera treguaLa Repubblica”, 5 marzo 2026.
Apriti cielo. Da quel momento informazione e comunicazione hanno polarizzato immediatamente, come sempre oggi avviene, i termini della questione.

La lettera di artisti e curatori alla Biennale di Venezia

Ora, occorre almeno osservare che lo stesso schema è stato poi applicato alle altre questioni scottanti che hanno caratterizzato la Biennale prima e durante la sua inaugurazione. Per sintetizzare: metà degli artisti invitati alla mostra centrale e a rappresentare i rispettivi Paesi nei padiglioni, così come metà del team curatoriale, hanno inoltrato non una ma ben due lettere aperte alla Presidenza chiedendo la ‘chiusura’ e la non partecipazione di Russia, Israele e Stati Uniti, a cui però non risulta abbia fatto seguito il gesto più consequenziale, vale a dire il ritiro delle opere esposte; la giuria si è dimessa una settimana prima dell’opening, a causa della decisione che aveva preso di escludere dalla competizione per i Leoni i Paesi i cui governi hanno incriminazioni da parte della Corte Penale Internazionale, cioè Russia e Israele; nella giornata dell’8 maggio si è verificato uno (storico) sciopero delle maestranze con conseguente chiusura di molti padiglioni, che ha saldato la protesta contro il genocidio con quella contro le condizioni ultra-precarie e lo sfruttamento…

Politica e cultura alla Biennale di Venezia

E dunque, il cortocircuito? La Biennale di quest’anno è divenuta, forse non del tutto suo malgrado, il punto di convergenza e di implosione di tutta una serie di percorsi e di discorsi che hanno caratterizzato la storia politica e culturale dell’ultimo trentennio. L’illusione di un’arte, per esempio, che confina alla dimensione di ‘tema-da-trattare’ le questioni più urgenti e attuali, vale a dire di un’arte che si percepisce automaticamente come un dentro al sicuro e comodo da cui osservare, analizzare, decifrare il fuori magmatico e problematico (la realtà, il mondo) si rivela in fondo per quello che è e che è sempre stata: un’illusione, appunto.

Quando infatti la realtà smette di bussare educatamente, il gioco cambia abbastanza all’improvviso. Anche la “riparazione simbolica” che sembra attraversare per esempio gran parte di In Minor Keys, la mostra concepita da Koyo Kouoh, così come molta arte internazionale degli ultimi anni, rivela tutte le sue insufficienze e fragilità a livello di risposta e di tensione.

E allora, come di solito viene posta la questione, qual è la (una) possibile soluzione, l’artivismo, con la sua retorica e il suo didascalismo e il suo letteralismo? Ovviamente no. Perché un’opera sia politica non c’è bisogno che dichiari e sbandieri e urli ai quattro venti di essere tale. Corre infatti un’enorme differenza tra essere attraversati dal proprio tempo (e cioè essere il proprio tempo) e parlare del proprio tempo come se si trattasse del meteo.

Il cortocircuito della Biennale di Venezia

L’era dei compitini svolti a casa e delle pagelle sembra volgere al termine, insomma. Per far spazio a che cosa? Non è facile intravederlo. Quello che si vede molto bene è il collasso, questo senso molto forte di distacco e di dissociazione rispetto a condizioni di urgenza assoluta, e di emergenza. L’arte contemporanea, ancora più del cinema, della musica e della letteratura, sembra fare davvero fatica a riconnettersi ai problemi che agitano la società.

E per capire le ragioni di questo fenomeno, o almeno per cominciare a tentare di capirle, occorre fare un passo indietro. Esiste infatti un caso di sospensione lunga, lunghissima, di uno Stato dalla Biennale: il Sud Africa, infatti, non ha potuto partecipare alla Biennale dal 1969 al 1993, espulso per 14 anni a causa dell’apartheid. Si dirà: ma quelli erano altri tempi, c’era un consenso largo e una campagna internazionale di isolamento, il boicottaggio culturale era sostenuto anche da organismi internazionali, la decisione era un atto coerente con altre sanzioni, ecc. ecc. Appunto. Come mai queste stesse condizioni, o condizioni analoghe, non ci sono oggi?

Il Sud Africa alla Biennale

In più, occorre considerare che dal punto di vista storico la sospensione del Sud Africa rappresenta una conseguenza non secondaria della contestazione della Biennale del 1968. E quale era l’oggetto di quella contestazione? Con chi se la prendevano gli studenti che venivano caricati dalla polizia in piazza San Marco, Emilio Vedova come leader della protesta e Gastone Novelli che girava i suoi quadri contro la parete? Con la mercificazione dell’arte e dell’opera d’arte. Con una Biennale percepita come istituzione borghese, elitaria, classista, unicamente orientata al profitto. Non mi pare che oggi questo sia stato o sia esattamente il fulcro della protesta – quando invece, molto probabilmente, dovrebbe esserlo.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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