Ragionare oltre la contabilità: ecco il primo step per una valutazione del patrimonio culturale
Attribuire il corretto valore al proprio patrimonio è una questione importante che ogni Paese affronta con un approccio diverso, dal momento che oltre la variabile economica, spesso inestimabile, è evidente come siano anche molti altri i fattori da considerare
Qualche giorno fa, in un suo ottimo articolo, Angelo Argento ha inquadrato nel modo più chiaro possibile una questione tutt’altro che semplice: il processo di valutazione del patrimonio culturale alla luce delle riforme di contabilità pubblica in corso. Si tratta di un tema in cui la componente tecnica è essenziale, ma che al contempo rileva soprattutto sul versante politico ed economico.
Nella sua forma più semplicistica, infatti, la tematica solleva alcuni quesiti di ordine generale che richiedono una risposta che non solo rifletta criteri di adeguatezza tecnica, ma che sia anche l’espressione della visione che il nostro Paese ha del proprio patrimonio culturale.
Come si svolge il processo di valutazione del patrimonio culturale
Dimentichiamoci per un attimo del Colosseo, degli Uffizi, o delle altre superstar della cultura, e proviamo a concentrarci su elementi di natura più territoriale, come un archivio, una pinacoteca cittadina, un museo civico o un’area archeologica meno nota a livello mondiale.
Come si può, realmente, attribuire un valore specifico a queste aree? E ha davvero senso farlo?
La risposta a questa seconda domanda è tendenzialmente affermativa, pur se con qualche piccolo inciso. Ha senso stabilire il valore di un patrimonio, non solo per una questione contabile ma anche per una corretta interpretazione di tale patrimonio all’interno del nostro sistema civile.
Il valore sociale oltre che economico del nostro patrimonio
Ragionando per opposti la questione risulta ancora più evidente: alla luce del valore sociale ed economico che il nostro Paese e la nostra cittadinanza attribuiscono al proprio patrimonio culturale, più che interrogarci sul senso di un’attribuzione del valore di un’area, bisognerebbe riconoscere quanto sia iniqua la condizione per la quale un patrimonio di tale valore non entri a far parte di un quadro generale che riflette le dimensioni economiche e patrimoniali di un territorio.
L’attribuzione del valore economico al patrimonio culturale nei diversi paesi
Quella di fornire un valore economico al patrimonio culturale è, tra l’altro, una direzione che accomuna la maggior parte dei Paesi, pur se con differenze importanti in termini di approccio.
In alcuni casi, infatti, il Paese tende a fornire una “stima” del valore del proprio patrimonio che risulti credibile, sia perché basata su un sistema di comparazione con il mercato, sia perché basata su una valutazione da parte di esperti. In altri, invece, il valore del “bene” è inserito attraverso un approccio meramente simbolico. In altri ancora si usano sistemi ibridi. In Australia, ad esempio, all’interno di un medesimo museo si possono trovare delle valutazioni al prezzo di costo (quindi basate sul mercato), affiancate a valutazioni più teoriche per quei manufatti che non avendo un mercato di riferimento, non possono trovare una transazione analoga. In Francia, se si dispone di un mercato di riferimento (o se i beni vengono “acquisiti”), sono iscritti per il loro valore di mercato; in caso contrario vengono contabilizzate secondo un valore stimato da un esperto. Per i beni che non sono ancora contabilizzati, invece, il sistema francese attribuisce un valore di 1 euro simbolico. Valore simbolico si trova, anche se con regole differenti, anche nel sistema di valutazione del patrimonio degli Stati Uniti.
La difficoltà di fare una valutazione economica del patrimonio culturale, per definizione inestimabile
Tale varietà di approcci è significativa per questa riflessione, perché da un lato evidenzia quanto sia diffusa a livello globale l’esigenza di sviluppare una valutazione del proprio patrimonio, e dall’altro però mette in luce una difficoltà comune: attribuire un valore a qualcosa che, nella nostra cultura, è per definizione “inestimabile”. Attribuire un valore a qualcosa di inestimabile è dunque una contraddizione in termini. Facendo una forzatura, se la vita umana è inalienabile, qualunque prezzo, persino il più grande, farebbe venir meno tale principio.
Il valore affettivo del patrimonio culturale, una condizione di difficile traduzione economica
Questa considerazione è importante, perché introduce un elemento di difficile traduzione “economico-contabile”, ed è una condizione che va tenuta in considerazione, senza che tuttavia diventi ostacolo concettuale e pratico. L’aver scelto, come specie umana, che la nostra storia ha un valore “più alto” di qualsiasi prezzo, non significa che questa storia non generi valore aggiunto, o non presenti dei costi. Procediamo con un’altra forzatura: ipotizziamo che riceviamo in eredità un vecchio casolare di famiglia, a cui siamo legati a livello affettivo. Sulla base di questo livello affettivo, decidiamo quindi di non porlo in vendita, condizione che approssima, su scala individuale, una condizione analoga alla condizione del bene pubblico inalienabile a livello collettivo.
La condizione di inalienabilità del nostro casolare, però, non ne impedirà una valutazione economica, sulla base della quale saranno poi, tra le altre cose, calcolati i nostri impegni fiscali, così come sarà necessario per noi comprendere quanto, questa inalienabilità, possa essere in ogni caso associata a dei flussi economici positivi (affitto a lungo termine, B&B, location per eventi, location per riprese cinematografiche, sede operativa di un’associazione o di una società, ecc.), e quali siano i flussi di costi (manutenzione ordinaria e straordinaria, ristrutturazioni, ecc.).
In altri termini, pur se a fronte di un’inalienabilità di base, quel bene continuerà a produrre valori economici perfettamente misurabili. Allo stesso modo, quindi, aver definito come inalienabile un sito del nostro patrimonio culturale fa convergere l’attenzione su alcuni punti centrali.
Come espresso dall’esempio del vecchio casolare, nel caso di un bene fuori dal mercato, l’elemento prioritario in fondo non è “quanto” valga quel bene, ma la separazione tra due dimensioni essenziali: da un lato il “valore del bene”, dall’altra la dinamica che tale bene può conoscere e generare nel tempo.
La necessità di garantire il patrimonio culturale alle generazioni future
Determinare che un bene è parte del nostro Patrimonio Culturale significa, in altri termini, aver assunto come punto di partenza che quel Patrimonio dovrà essere trasferito alle generazioni future (in un intervallo di tempo indefinito). Questo significa, in primo luogo, che come Paese ci siamo impegnati a sostenere i “costi” necessari a trasferire tale bene “nelle condizioni attuali o in migliori condizioni” alle generazioni future. Ciò significa che, in termini di costi, il valore del monumento potrà essere approssimato sommando il costo degli interventi necessari per il suo mantenimento, aggiornandoli con intervalli temporali costanti.
In questo modo si supera l’ostacolo di prezzare ciò che non ha prezzo, perché ciò che non ha prezzo non è “insito” all’interno del bene, ma è un valore attribuito collettivamente dalla società.
Sotto il profilo tecnico le dimensioni da considerare e da “aggiustare” sono notevoli, ma questa è una posizione che potrebbe agevolare di molto una considerazione generale e politica, anche in termini di “riappropriazione” da parte della cittadinanza di un valore che appartiene ai singoli individui, assunti all’interno di una collettività.
In altri termini, ciò che questo tipo di approccio consente di comunicare, al di là delle dimensioni prettamente contabili, è un’espressione di volontà condivisa: noi cittadini abbiamo deciso che questa porzione di patrimonio non può essere in alcun modo distrutta o alienata, e ci siamo impegnati a sostenerne i costi necessari affinché possa essere trasmessa alle generazioni future.
Questo tipo di riflessione, però, si concentra soltanto su una piccola parte della valutazione in sé: perché accanto al valore conservativo, va necessariamente aggiunto un valore dinamico, che è molto più volatile e che dipende da una serie di fattori che è necessario tenere in considerazione, soprattutto in una logica di valutazione del bene nel qui e nell’ora.
Trovata una potenziale soluzione per il valore storico di un’Area Archeologica, resta dunque da comprendere quanto quell’area valga oggi, e quanto tale valore possa realmente oscillare nel tempo. Di base, il valore di un’area archeologica può essere scisso concettualmente in due macro-dimensioni: il valore scientifico e il valore non-scientifico. Ognuna di queste dimensioni ha delle proprie proxy di riferimento: il valore scientifico può variare al variare di azioni direttamente collegabili all’area (nuovi rinvenimenti, nuove pubblicazioni), ma anche variare da condizioni esterne, come il rinvenimento di un’altra area contigua che arricchisce le conoscenze derivanti dall’area già nota; il valore non-scientifico dipende poi da tantissimi altri fattori, che possono essere legati al numero di visitatori, ma anche al numero di frequentatori assidui e abituali, dal coinvolgimento delle scuole e dalla conoscenza dell’area diffusa sul territorio di appartenenza.
Queste dimensioni permettono di introdurre, nel processo di valutazione, delle dinamiche che sono attuali, contemporanee, e sono altresì misurabili, conferendo quindi alla valutazione una duplice linea “concettuale” di riferimento.
Si tratta di considerazioni, queste, che hanno l’obiettivo di mostrare che, pur essendo la riforma dei sistemi di contabilità una grandissima opportunità per il nostro Paese, è necessario in primo luogo avviare una riflessione non-contabile, per poi stabilire quali siano i criteri contabilmente più adatti alla misurazione di tale valore. La contabilità è uno strumento incredibilmente potente. Ne va però orientata la funzione. Altrimenti cadiamo nella trappola del tecnicismo, che impone tante riflessioni quante le funzioni dello strumento.
Stefano Monti
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