Pazienza e tempo. Ecco come tornare a godere dell’arte 

L’arte richiede tempo, attenzione e pazienza, ma la società contemporanea sembra avere smarrito queste facoltà. Così, sempre più spesso, le visite ai musei, nati come luoghi di contemplazione, si riducono a corse davanti ai quadri che sembra prioritario fotografare più che osservare

La crisi dell’attenzione contemporanea non riguarda soltanto la produttività, l’apprendimento o la vita sociale: investe anche il modo in cui guardiamo le immagini e di conseguenza il modo in cui guardiamo larte. In un’epoca dominata dalla velocità dello scorrimento, dalla frammentazione percettiva e dalla simultaneità degli stimoli, il quadro rischia di diventare un oggetto opaco, quasi indecifrabile, perché richiede esattamente ciò che il presente tende a negare: tempo, concentrazione, pazienza.

La fretta di oggi penalizza l’esperienza estetica

La pittura non è mai stata un linguaggio immediato e contrariamente alla retorica contemporanea dell’“impatto visivo”, un’opera non si esaurisce nel primo colpo d’occhio. Chiede una durata dello sguardo, delle soste e un’osservazione attiva. Chiede persino una disponibilità alla frustrazione, perché non tutto si rivela subito. Il problema è che la società contemporanea sembra aver smarrito proprio questa facoltà: la capacità di restare davanti a qualcosa senza pretendere un’immediata gratificazione.

I consigli di Mary Acton nel suo libro “Guardare un quadro”

Nel suo libro Guardare un quadro, Mary Acton insiste sulla necessità di educare lo sguardo lento. Guardare un dipinto significa imparare a decifrare relazioni interne, dettagli marginali, costruzioni spaziali, tensioni cromatiche e simboli. Significa accettare che l’immagine non si consumi in un istante ma si costruisca progressivamente nella mente dello spettatore. Prima di entrare in un museo dovremmo ricordarci che l’esperienza estetica, per essere davvero gratificante, richiede tempo.

I musei come i social: i dati allarmanti sulla permanenza nei musei

Eppure, i dati relativi alla permanenza del pubblico nei musei sono allarmanti. Numerosi studi museologici condotti tra il Metropolitan Museum of Art, il Louvre e la Tate Gallery mostrano che il tempo medio di osservazione di un’opera oscilla fra i quindici e i trenta secondi. In molti casi ancora meno. Lo spettatore contemporaneo attraversa le sale come attraversa i contenuti digitali: accumula immagini senza realmente assorbirle. La visita museale diventa una sequenza di rapidi riconoscimenti, spesso mediati dallo smartphone, più che un’esperienza percettiva profonda, rendendo in questo modo l’opera un bene da consumare, e non un manufatto da contemplare.

L’arte tra quantità e qualità

L’arte paga così il prezzo antropologico dell’economia dell’attenzione. Il fatto che piattaforme come Netflix – dedicate alla fruizione di prodotti televisivi e cinematografici, e quindi artistici – consentano di accelerare la riproduzione dei filmati, è indicativo del fatto che ciò che conta ormai non è la qualità dell’esperienza estetica, ma la quantità di ciò che si consuma. Ogni contenuto deve essere immediatamente leggibile, sintetico, seduttivo. Il quadro invece oppone resistenza: rimane immobile e pretende che sia lo spettatore a compiere il movimento interiore necessario per accedervi.

La pazienza: un requisito essenziale per un reale appagamento estetico

Questa reticenza alla contemplazione determina uno spreco del patrimonio artistico, poiché per parlare l’arte ha bisogno di una disposizione d’animo. Davanti a un dipinto di Mark Rothko occorre sostare abbastanza a lungo per permettere all’opera di avvolgerci. I suoi campi cromatici pulsanti non “funzionano” in pochi secondi: emergono lentamente, vibrando e respirando insieme allo spettatore. Lo stesso vale per la pittura rinascimentale, che richiede una lettura attenta di gesti, simboli, iconografie: le più celebri opere di Botticelli, per produrre un reale appagamento, necessitano di una lunga osservazione per poterne cogliere tutte le sfumature di significato.

Meno quantità e più qualità, perché l’arte richiede tempo

In questo senso il museo contemporaneo rischia di trasformarsi in un luogo paradossale: uno spazio nato per la contemplazione e la permanenza, ma attraversato con la stessa fretta di un feed digitale. Eppure, basterebbe poco per ricordarsi delle enormi potenzialità di gratificazione che possiede l’arte: basterebbe fermarsi un istante di più davanti ad un’opera e mettere da parte la preoccupazione per la quantità, lasciando spazio alla qualità. Forse oggi il gesto più radicale non è accumulare il maggior numero di immagini, ma imparare di nuovo a fermarsi davanti a una sola immagine abbastanza a lungo da lasciarla parlare.

Alessandro Cutonilli

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