Pellicola Revival. Da Nolan a Tarantino, come e perché il cinema e i registi ritornano all’analogico 

“Potrete mai, voi, accostarvi sia pure vagamente alla solidità, alla trasparenza, alla forza lirica del colore dei dipinti del Beato Angelico o di Piero della Francesca?” chiedeva Giorgio de Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978) nelle pagine di Valori Plastici nel 1919. Ciò che proponeva era ciò che poi sarà chiamato Ritorno al Mestiere, una […]

Potrete mai, voi, accostarvi sia pure vagamente alla solidità, alla trasparenza, alla forza lirica del colore dei dipinti del Beato Angelico o di Piero della Francesca?” chiedeva Giorgio de Chirico (Volos, 1888 – Roma, 1978) nelle pagine di Valori Plastici nel 1919. Ciò che proponeva era ciò che poi sarà chiamato Ritorno al Mestiere, una riflessione sul ruolo dell’artista e del suo lavoro. Se, con la modernizzazione delle tecniche l’arte si allontana dal suo apice di splendore, per De Chirico è il momento di “tornare indietro”, alla tempera e al lavoro di bottega. Cento anni dopo, un altro artista che si ispira alla mitologia greca, dirà: “Non è una questione di nostalgia. […] La nitidezza, la chiarezza e la profondità dell’immagine non hanno eguali. […] Il modo in cui la pellicola registra la luce è quanto di più vicino esista all’occhio umano”. Christopher Nolan (Londra, 1970) è ormai identificato come il difensore ultimo del cinema analogico: tra l’IMAX, il rifiuto della CGI, gli appelli ad andare in sala, il ruolo gli calza a pennello.

Da Villeneuve a Tarantino: i difensori della sala cinematografica

Nolan non è da solo, anzi è in ottima compagnia: Denis Villeneuve e la sua trilogia di Dune (2021-2026), proiettata in pellicola 70mm in sale speciali; Paul Thomas Anderson e il Vistavision usato per Una Battaglia dopo l’altra (2025); Quentin Tarantino e il suo odio viscerale verso le proiezioni digitali. Il mondo degli adulti di Hollywood è sicuro che il cinema sia in sala: come un’omelia ha senso solo in una chiesa e tra le mura di casa perde la sua forza, un film deve essere proiettato nel suo tempio.

Un Pellicola Revival senza un manifesto programmatico

Ci sono già stati movimenti che hanno provato a cambiare le regole del cinema mainstream. La Nouvelle Vague, negli Anni Cinquanta, scendeva in strada usando tecniche moderne per raggiungere l’autenticità del cinema delle origini. Il Dogma 95 imponeva delle regole nella produzione dei film per non falsificare la realtà cinematografica. Questi movimenti avevano manifesti programmatici, autori che vi aderivano, critici che li seguivano. In poche parole, erano organizzati. Oggi, il “Pellicola Revival” non ha nulla di tutto ciò: è un moto spontaneo di grandi autori internazionali che, in modi diversi, tentano di restituire al cinema la sua anima, passata e futura.

La dimensione fisica, nella pittura e nel cinema

Come De Chirico e Carlo Carrà, che avevano la possibilità di usare tubetti di pittura a olio industriali, decidevano di produrre i propri colori, così Nolan e gli altri giganti scelgono di non dare per scontato nulla, né nella produzione che nella proiezione, per creare la propria arte. Non parliamo di luddisti o conservatori che non riescono ad accettare le novità, ma di artisti totali e lucidissimi, in grado di capire di cosa c’è bisogno oggi nel mondo del cinema.

Anche se andare a una proiezione in 70mm, in una sala molto lontana da casa, pagando un prezzo più alto rispetto a un biglietto normale, può sembrare un’attività da hipster, un rifiuto del moderno in quanto posa o performance, c’è molto di più dietro. Piuttosto, è un tentativo di vivere il linguaggio cinematografico per come è programmato laddove deve essere vissuto. Questo non vuol dire essere chiusi ai cambiamenti (Villeneuve non è certo un reazionario), ma avere cura dell’opera d’arte in un mondo produttivo in cui questo non è scontato, in cui il cinema è un contenuto da consumare: vuol dire ridare una dimensione fisica all’opera d’arte.

Vasco Calabrese

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