A Cannes arriva Hope, il film blockbuster sudcoreano che non riesce nel suo intento

Monster movie intriso di humor, è uno dei film più costosi di sempre prodotti in Corea del Sud. Atteso in line-up già lo scorso anno, è stato presentato in Concorso al Festival di Cannes 79

L’unica cosa che conta è la sopravvivenza. È questo il principio che guida Hope, l’attesissimo nuovo film di Na Hong-jin, presentato in Concorso al Festival di Cannes 79. Un progetto monumentale, pensato come il primo capitolo di una trilogia fantascientifica dalle ambizioni internazionali: grandi star, budget imponente, effetti digitali sofisticati e il desiderio evidente di costruire un franchise globale sul modello del cinema di James Cameron. Eppure, nonostante le premesse straordinarie, il film finisce per smarrirsi proprio nel momento in cui dovrebbe esplodere.

A Cannes arriva 2026 “Hope”, il blockbuster sudcoreano

Le due ore e quaranta minuti di durata sono divise in maniera netta. La prima parte funziona: tesa, inquieta, costruita con intelligenza. Na Hong-jin torna a muoversi in quel territorio sospeso tra thriller, horror e paranoia collettiva che aveva già reso memorabili i suoi lavori precedenti. In un villaggio isolato, devastato dagli incendi boschivi e tagliato fuori dal resto del mondo, un gruppo di poliziotti e abitanti tenta disperatamente di sopravvivere mentre una misteriosa creatura si aggira tra le montagne.

La trama del kolossal sudcoreano “Hope”

Alla stazione di polizia di Hope, Bum-seok e Sung-ae cercano di proteggere la popolazione anziana rimasta intrappolata nel Paese. Nel frattempo, Sung-ki e i suoi amici inseguono la bestia nei boschi, salvo ritrovarsi a loro volta trasformati in prede. Il film costruisce così un clima di assedio sempre più opprimente, in cui il caos nasce dall’incomprensione e dalla paura. “La sfortuna nasce dall’ignoranza”, suggerisce il racconto, mentre il conflitto degenera fino a trasformarsi in una catastrofe di proporzioni globali.

La lunga genesi di “Hope”

Dietro Hope c’è una lavorazione lunghissima: sette anni di ideazione e quasi dieci per arrivare sullo schermo. L’idea iniziale, racconta il regista, nacque nel 2017 osservando una scena quotidiana in una tavola calda di Seul, con qualcuno intento a guardare il telegiornale. Da quell’immagine apparentemente banale si è sviluppato un universo fatto di alieni, mostri e sopravvivenza. Il progetto ha attraversato riscritture, rallentamenti dovuti alla pandemia e una produzione estremamente complessa.

Le influenze dichiarate dal regista sono evidenti: Lo squalo, La cosa e soprattutto The Host. Na Hong-jin guarda al grande cinema di genere del passato cercando di recuperarne il senso fisico, sporco e minaccioso, lontano dall’estetica iper-digitale contemporanea. E nella prima ora ci riesce davvero: la tensione è palpabile, la regia controllata, il senso di isolamento quasi tangibile.

Cosa non funziona in “Hope”

Poi però qualcosa si rompe. Il film si allunga, si disperde, accumula sottotrame e spiegazioni senza riuscire più a mantenere compatta la tensione iniziale. Le ambizioni di world-building prendono il sopravvento sull’impatto emotivo e Hope finisce per assomigliare più al prologo di qualcosa che a un’opera compiuta.

Anche la presenza di Michael Fassbender e Alicia Vikander, nei ruoli di due alieni descritti dal regista come “dignitosi”, resta parzialmente irrisolta. I loro personaggi sembrano introdotti soprattutto in funzione dei sequel già immaginati dall’autore, tanto che gli attori hanno persino studiato una lingua aliena creata appositamente per il film.

La riflessione sul presente in “Hope”

Sotto la superficie fantascientifica affiora anche una riflessione sul presente, sulla paura dell’altro e sull’incapacità di comprendersi. Ma Na Hong-jin evita qualsiasi lettura apertamente politica, preferendo lasciare il significato sospeso. Forse è proprio questa indecisione a rendere Hope un film irrisolto: enorme, ambizioso, affascinante a tratti, ma incapace di trasformare davvero il proprio potenziale in qualcosa di memorabile.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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