Le dimore storiche sono il più vasto e straordinario museo diffuso d’Italia. Una giornata per celebrarle
Domenica 24 maggio 2026 centinaia di dimore storiche italiane apriranno gratuitamente le proprie porte ai cittadini nell’ambito della XVI Giornata Nazionale ADSI. Una occasione che riporta al centro del dibattito il ruolo delle dimore storiche come presidio culturale, economico e sociale nei territori fragili del Paese e rilancia il tema di una politica strutturale per l’Italia diffusa
Domenica 24 maggio 2026 le dimore storiche italiane apriranno gratuitamente le proprie porte ai cittadini nell’ambito della XVI Giornata Nazionale promossa da ADSI – Associazione Dimore Storiche Italiane. Una iniziativa ormai consolidata che nel 2025 ha coinvolto oltre 500 dimore e più di 250mila visitatori, confermando quanto il patrimonio culturale diffuso rappresenti uno degli asset identitari più forti del Paese.
Ridurre questa giornata a un semplice evento culturale o turistico sarebbe però un errore. Dietro castelli, ville, giardini storici, palazzi nobiliari, conventi, masserie e residenze d’epoca emerge una questione molto più ampia: il futuro dei territori fragili italiani e la capacità della nazione di dotarsi finalmente di una strategia organica di riequilibrio territoriale.
L’Associazione Dimore Storiche Italiane
Per troppo tempo il dibattito pubblico italiano ha oscillato tra due estremi: da un lato la concentrazione quasi esclusiva sulle grandi città d’arte; dall’altro una retorica nostalgica dei borghi, spesso ridotti a scenografie turistiche. In mezzo esiste invece un’Italia reale fatta di piccoli comuni, territori agricoli, aree montane, paesaggi culturali e reti storiche diffuse che rischiano spopolamento, impoverimento demografico e perdita di servizi essenziali. In questo quadro le dimore storiche devono diventare nodi strategici di un nuovo modello territoriale. Non soltanto contenitori culturali, ma hub civici e produttivi: spazi per residenze artistiche, alta formazione, ospitalità di qualità, filiere agroalimentari, artigianato evoluto, incubazione di attività culturali e turismo lento. In alcuni casi potrebbero persino ospitare funzioni pubbliche condivise o laboratori permanenti di innovazione sociale. Non è casuale che ADSI abbia scelto come tema dell’edizione 2026 “Custodi di futuro. Un patrimonio vivo per un valore condiviso”. Dietro questa formula c’è un’idea precisa: le dimore storiche non sono soltanto beni da conservare, ma infrastrutture culturali e civili capaci di generare economia, occupazione, identità e coesione sociale. I territori non metropolitani non sono il residuo dell’Italia moderna, ma possono diventare il laboratorio del suo riequilibrio.
La geografia delle dimore storiche
Basta leggere l’elenco delle dimore che partecipano alla Giornata Nazionale ADSI per comprenderne l’estensione: dalla Lunigiana alla Sabina, dal Cilento alla Basilicata, dalle colline senesi ai piccoli centri del Piemonte, passando per l’Abruzzo interno, il Molise e molte aree marginali del Mezzogiorno. Una geografia culturale parallela rispetto ai grandi flussi del turismo di massa. Il PNRR ha prodotto interventi importanti, soprattutto sul tema dei borghi, ma spesso frammentati e non sempre integrati con infrastrutture, mobilità, formazione, servizi sanitari e politiche abitative. Senza residenti, scuole, connessioni digitali, trasporto pubblico e incentivi per le imprese culturali e agricole, il rischio è che molti territori diventino luoghi belli ma vuoti.
Le dimore storiche rappresentano il più grande museo diffuso d’Italia: oltre 46mila beni culturali privati distribuiti in tutte le regioni, spesso fuori dai grandi circuiti turistici e localizzati proprio nei piccoli comuni. Una rete culturale, economica e sociale che attraversa il Paese e che può diventare un asse strutturale delle politiche territoriali nazionali.
La giornata indetta da ADSI
Circa il 60% delle dimore svolge attività economiche tra turismo, agricoltura, cultura ed eventi, generando occupazione e coinvolgendo restauratori, artigiani, agronomi, professionisti del patrimonio e operatori turistici. Nel 2024 oltre 19mila dimore hanno ricevuto visite, accogliendo più di 35 milioni di persone. In molti territori queste strutture svolgono una funzione pubblica implicita. Custodiscono archivi, giardini, opere d’arte, tradizioni produttive, paesaggi agrari e memorie collettive. Generano microeconomie legate all’ospitalità, alla ristorazione, al vino, all’artigianato, agli eventi culturali e alle produzioni
locali. In numerosi casi rappresentano uno degli ultimi presidi di qualità territoriale.
In Francia, Regno Unito e Stati Uniti il patrimonio storico privato è già considerato una infrastruttura culturale ed economica strategica. In Italia si continua invece spesso a oscillare tra tutela burocratica e retorica turistica, senza riuscire a costruire una politica stabile capace di coniugare conservazione, fiscalità, investimenti e sviluppo territoriale. In questa prospettiva assume rilievo anche l’iniziativa parlamentare promossa dal presidente della
Commissione Cultura della Camera Federico Mollicone sul principio di sussidiarietà orizzontale e sulla necessità di una lettura finalmente sistemica delle esigenze dei comuni italiani.
Dimore storiche e Terzo Settore
Un passaggio significativo perché introduce un approccio meno centralistico e più collaborativo tra Stato, enti locali, terzo settore, imprese culturali e soggetti privati. Merita attenzione anche la proposta di legge presentata alla Camera il 24 giugno 2025, primo firmatario l’onorevole Giulio Tremonti, relativa alle agevolazioni fiscali per liberalità destinate a enti impegnati in attività di pubblico interesse. Una misura che, se sviluppata in modo organico, potrebbe rafforzare il ruolo delle fondazioni culturali, delle organizzazioni del Terzo Settore e delle reti territoriali impegnate nella tutela del patrimonio diffuso. Servono però strumenti fiscali adeguati, semplificazioni amministrative, accesso al credito e
una visione di lungo periodo. Non si può chiedere ai proprietari di immobili vincolati di sostenere da soli costi enormi di manutenzione e restauro mentre contemporaneamente si pretende che questi beni svolgano una funzione collettiva. Il vero tema non è la contrapposizione tra pubblico e privato, ma la capacità di costruire ecosistemi
territoriali sostenibili. Un castello restaurato, una villa aperta, una tenuta agricola storica attiva o un borgo recuperato possono generare molto più valore di quanto costino in termini di agevolazioni. L’Italia ha bisogno di attrarre capitali pazienti verso la conservazione attiva del patrimonio diffuso: non soltanto contributi pubblici episodici, ma una alleanza fiscale e culturale tra Stato, società civile, imprese e cittadini.

La Giornata Nazionale di ADSI
La Giornata Nazionale ADSI ha il merito di ricordarci che il patrimonio culturale italiano non vive soltanto nei musei o nelle metropoli. Vive soprattutto nei territori. Il futuro italiano non si giocherà soltanto nelle grandi città globali, ma nella capacità di riportare vita, lavoro, cultura e giovani dentro quella straordinaria infrastruttura civile che attraversa l’Italia diffusa.
Per comprendere quale possa essere il ruolo delle dimore storiche nella costruzione di una nuova politica territoriale abbiamo parlato con la Presidente ADSI Maria Pace Odescalchi, affrontando i temi della sostenibilità economica, del rapporto con le giovani generazioni, degli strumenti fiscali necessari e del possibile ruolo della sussidiarietà orizzontale nella costruzione di una strategia nazionale per i territori fragili.
Intervista a Maria Pace Odescalchi, Presidente ADSI
Le dimore storiche possono diventare un asse strutturale delle politiche nazionali per i territori fragili e non soltanto una componente del turismo culturale?
Le dimore storiche rappresentano il più grande museo diffuso d’Italia. Parliamo di beni culturali privati distribuiti in tutte le regioni, spesso fuori dai grandi circuiti turistici e localizzati proprio nei piccoli comuni e nei territori meno centrali. È una rete culturale, economica e sociale che attraversa il Paese e che può diventare un asse strategico delle politiche territoriali nazionali. Una parte crescente delle dimore svolge attività economiche tra turismo, agricoltura, cultura ed eventi, generando occupazione e coinvolgendo restauratori, artigiani, agronomi, professionisti del patrimonio e operatori turistici. In molti territori rappresentano uno degli ultimi presìdi capaci di creare sviluppo, identità e coesione sociale.
Quali strumenti fiscali e normativi ritiene prioritari per garantire sostenibilità economica alla conservazione del patrimonio diffuso?
La tutela di questo patrimonio richiede strumenti adeguati e una visione di lungo periodo. I proprietari sostengono quasi integralmente i costi di conservazione di beni che appartengono alla memoria collettiva del Paese. L’85% degli interventi di manutenzione restauro è autofinanziato, con investimenti complessivi che nel 2024 hanno superato 1,9 miliardi di euro. Per questo riteniamo fondamentali una semplificazione normativa, un’IVA unificata per gli interventi sui beni vincolati e l’estensione dell’Art Bonus ai beni culturali privati aperti e fruibili. Molte dimore sarebbero inoltre pronte ad ampliare attività culturali, agricole o ricettive, ma sono spesso frenate dalla complessità burocratica e dalla difficoltà di pianificare investimenti di lungo periodo.
In che modo ADSI immagina il rapporto tra dimore storiche, giovani generazioni, formazione e nuove professioni culturali?
Le dimore storiche non custodiscono soltanto edifici, ma anche competenze: restauro, manutenzione del paesaggio, archivi, gestione culturale, artigianato specializzato e filiere agricole di qualità. Trasmettere questi saperi significa tutelare una parte essenziale dell’identità produttiva italiana. Per ADSI è fondamentale rafforzare il dialogo con scuole, università e giovani professionisti. Il 58% delle dimore accoglie studenti attraverso attività formative e percorsi culturali. Le dimore possono diventare laboratori vivi nei quali convivono cultura, sostenibilità, innovazione e formazione, creando nuove opportunità professionali soprattutto nei territori meno centrali.
La sussidiarietà orizzontale può diventare il modello operativo per una nuova collaborazione stabile tra Stato, enti locali e proprietari di beni culturali privati?
La sussidiarietà orizzontale può rappresentare un modello moderno ed efficace di collaborazione tra Stato, enti locali e proprietari di beni culturali privati. Le dimore storiche dimostrano già come un bene privato possa svolgere una funzione pubblica concreta: tutela del paesaggio, conservazione della memoria, promozione culturale, attrazione turistica e sostegno alle economie locali. Quello che chiediamo è una collaborazione più stabile e meno frammentata, capace di mettere in rete istituzioni, territori, imprese culturali, agricoltura e turismo sostenibile. Le dimore storiche possono contribuire concretamente a costruire un modello di turismo più diffuso, sostenibile e destagionalizzato, riducendo anche la pressione sulle grandi città d’arte e riportando valore economico e sociale nei territori meno centrali.
Paolo Cuccia
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