Provincia Cosmica. Intervista a Giuseppe Stampone, l’artista che ha scelto il Gran Sasso come casa 

Nuovo episodio della rubrica “Provincia Cosmica”, dedicata agli artisti che lavorano in periferia. Alex Urso ha incontrato l’artista Giuseppe Stampone, tornato nel suo Abruzzo dopo anni in giro per il mondo

Peso massimo dell’arte contemporanea italiana, Giuseppe Stampone (Cluses, 1974) è tornato nel “suo” Abruzzo dopo anni spesi tra New York, Roma e Bruxelles: in seguito alla perdita dei genitori, l’artista – una delle figure più apprezzate e trasversali del panorama nazionale – ha deciso di fondare in provincia di Teramo il suo studio, portando avanti operazioni di partecipazione attiva e coinvolgimento del pubblico. La serie di opere dedicata al Gran Sasso condensa al meglio questa scelta di “ritorno a casa” e di racconto del luogo di origine.

Gran Sassa, 2023, video, Progetto di Giuseppe Stampone con la partecipazione di Maria Crispal ph Gino Di Paolo
Gran Sassa, 2023, video, Progetto di Giuseppe Stampone con la partecipazione di Maria Crispal ph Gino Di Paolo

Intervista a Giuseppe Stampone

Hai vissuto per anni tra Roma, New York e Bruxelles. Poi un giorno sei rientrato in provincia di Teramo. Cosa ti ha spinto a tornare a “casa”?
Quando nel 1996 ho finito l’Accademia di Belle Arti insieme a Maria Crispal, abbiamo deciso di fare un’esperienza fuori. Siamo stati alcuni anni a New York, poi siamo tornati in Italia, cinque o sei anni a Roma, e infine a Bruxelles, in Rue Saint-Georges. Sono state esperienze determinanti: ho conosciuto molti amici, artisti, curatori e collezionisti che mi hanno dato tantissimo. È necessario allontanarsi dal primo amore, anche da ciò che farà sempre parte della nostra vita.

Da alcuni anni abbiamo acquistato un casale sotto il Gran Sasso che stiamo restaurando: diventerà la sede dell’Archivio Giuseppe Stampone-Maria Crispal e una residenza per artisti. Ospiterà la nostra collezione, composta da oltre duecento opere di artisti con cui abbiamo condiviso percorsi e scambi: penso a Marinella Senatore, Stefano Arienti, Michaël Borremans, Luigi Ontani e molti altri.

Il progetto si chiama Abruzzo Mon Amour. Due anni fa abbiamo vinto anche un premio PAC: qui nascerà un archivio dedicato alla flora e alla fauna dei territori dei Monti della Laga, del Parco Nazionale d’Abruzzo e del Gran Sasso.

Fin dall’inizio era chiaro che saremmo tornati: il nostro progetto di vita è creare una collezione partecipativa fondata sullo scambio con artisti che hanno fatto parte del nostro percorso e aprire un archivio che ogni anno accolga residenze dedicate alla tutela della natura, della flora e della fauna, e al rapporto tra uomo e ambiente.

Il concetto di “casa” ha valore per te? Dopo tanti anni spesi in giro per il mondo, come ti relazioni a questa tema?
Rifletto spesso sul concetto di corpo. L’unica materia, l’unico volume che occupiamo sulla Terra è il nostro corpo: è la nostra casa. Parlo di “architecture of intelligence”: non un’architettura precostituita, una casa o uno studio, ma un’architettura che si forma attraverso esperienza e partecipazione. È un intreccio di mente, corpo, spazio e relazioni.

Ogni mattina, attraverso un’esperienza empirica, tattile e trasformativa, costruiamo la nostra casa, il nostro spazio intimo, pubblico e privato. Il corpo genera così un’“architettura dell’intelligenza” che, giorno dopo giorno crea un modo di abitare: tra e con gli altri.

Giuseppe Stampone e il rapporto con l’Abruzzo

Il tuo progetto vincitore del PAC2021, La natura delle cose, è un atto d’amore attraverso il quale fai i conti con la tua storia, ribadendo il tuo legame con i luoghi del passato. Che realtà hai trovato al tuo rientro in Abruzzo?
Mi imbarazza dare giudizi su un territorio con una storia così ricca. L’Abruzzo ha avuto esperienze importanti: dal MUSPAC dell’Aquila alle attività dell’Accademia dell’Aquila, tra le più sperimentali in Italia, con docenti come Fabio Mauri, Mario Ceroli e Achille Bonito Oliva; dalle mostre legate all’Arte Povera negli anni Settanta alla Fondazione Menegaz, attiva da oltre venticinque anni. Pescara è stata particolarmente attenta al contemporaneo, e anche Teramo è cresciuta grazie a fondazioni e collezionisti privati.

L’Abruzzo, “polmone d’Europa”, trova però la sua forza nella natura e nella qualità della vita. Ho trovato un privato dinamico, a differenza del pubblico: mancano musei e finanziamenti strutturati. Eppure questa scarsità ha reso l’arte più libera e autosostenibile, meno condizionata. Realtà come il MAXXI L’Aquila stanno facendo un ottimo lavoro, ma la differenza, storicamente, l’ha fatta soprattutto l’iniziativa privata.

Più andavo in alto sul Gran Sasso e più andavo a fondo nella mia identità”, mi hai detto in un’intervista di qualche anno fa su Artribune. In cosa ti sei riscoperto nuovo nel tornare a casa?
Io e Maria Crispal, compagna di vita e di arte, ci siamo riscoperti nuovi tornando in Abruzzo dopo la morte dei miei genitori e durante la grave malattia di mia moglie. Ero lacerato da ferite che né Bruxelles, né New York, né Roma avrebbero potuto curare: dovevo tornare alla mia terra, sotto il Gran Sasso.

Ogni mattina, alle quattro, salivo con guide esperte e camminavo dodici o quindici ore. Ho percorso tutte le vette, dal Corno Grande al Corno Piccolo. La fatica, il silenzio, l’aria sottile, l’ossigeno e la solitudine ricucivano lentamente le mie crepe interiori. Spesso eravamo in due e non parlavamo mai: era la montagna a farlo.

In quel periodo c’era anche il Covid. Avevo perso i miei punti di riferimento, ma la montagna e l’arte mi hanno restituito respiro. Quando mi chiedevano come riuscissi a creare, rispondevo: respirando. Tornando all’esperienza, al corpo, alla natura. È lì che ho ritrovato identità e forza.

Il progetto “Global Education” di Stampone e Maria Crispal

Una delle principali azioni attraverso cui collabori con le comunità è Global Education, il programma educativo creato con la performer Maria Crispal, che dal 2012 crea occasioni di confronto “per la formulazione di un nuovo alfabeto e di un nuovo mondo”. Me ne parli?
Global Education è il progetto pilota di tutto il nostro percorso. Nato nel 2002 con Maria Crispal, è un’iniziativa pensata per scuole primarie, secondarie e aziende con l’obiettivo di promuovere un’alfabetizzazione partecipativa e orizzontale: l’io diventa noi, senza perdere l’identità individuale. È un atto di disobbedienza alla globalizzazione, all’omologazione e alla dittatura della velocità; recupera il “local” e il tempo intimo del fare, contro modelli imposti dall’alto come il carattere Gutenberg e la prospettiva rinascimentale, strumenti che hanno razionalizzato e gerarchizzato sapere e spazio.

Giuseppe Stampone, Global education (2004 – in corso)
Giuseppe Stampone, Global education (2004 – in corso)

Com’è strutturato il progetto?
Si articola in due filoni: Architecture of Intelligence, architettura corpo-mente-spazio costruita attraverso esperienza e partecipazione; e Global Education, dove parola e immagine nascono dalla riappropriazione del tempo e dalla scelta personale. Ogni territorio coinvolto sviluppa il proprio abbecedario e la propria architettura: non esistono modelli precostituiti, ma processi condivisi.

Dal 2002 collaboriamo anche con imprese come Marca Corona, Cooperativa Dolce e Buzzi Unicem. La futura sede-archivio ospiterà la scuola e le sue sezioni: architettura partecipativa, parola scritta e “ambassadorio” con un dizionario emotivo collettivo. Ma il progetto nasce anche da un’esperienza personale.

Ovvero?
Da bambino, dislessico e balbuziente, vissi l’abbecedario come imposizione e violenza simbolica. Disegnare e scrivere divennero fuga e resistenza. Da qui l’idea di un abbecedario partecipativo, dove ogni bambino sceglie lettere, parole e immagini per rappresentare sé e il proprio habitat. In antitesi alla città ideale gerarchica, proponiamo uno spazio orizzontale e condiviso.

Il concetto di periferia per Giuseppe Stampone

Perché si ha spesso l’impressione che le persone siano distanti dall’arte? È una visione reale o un luogo comune che continuiamo a raccontarci forse per convenienza?
Personalmente considero l’opera d’arte come un giocattolo che lascio nel mondo, e che l’essere umano può decidere se usare oppure no. Io penso che l’arte nasca dalla gente, ma che il risultato dell’arte non sia determinante per l’umanità: resta una possibilità, non una necessità.

Mentre l’arte coincide con l’umanità, l’opera d’arte se ne distingue: è un risultato soggettivo che viene poi oggettivato dalla storia. In altre parole: l’opera d’arte non è necessaria, l’arte sì.

In quest’ottica, che ruolo può avere un artista nel momento in cui sceglie di lavorare su territori marginali?
I termini “centro”, “periferia” e “margine” sono anacronistici oggi. Non esistono più un centro e una periferia secondo me. Sono parole che presuppongono una visione fallica e gerarchica del mondo, ereditata da un ordine prospettico che stabilisce un punto dominante e classifica persone e luoghi secondo categorie sessiste, capitaliste ed eurocentriche. Non viviamo più in quella dimensione verticale. Abitiamo un’epoca orizzontale, in cui le distanze si annullano. Io oggi vivo sotto il Gran Sasso: in poche ore posso raggiungere la Cina, New York o Delhi, e con un computer posso comunicare con una persona che abita in Alaska, al Polo Nord o in Papuasia.

Per questo diffido dai termini “centro” e “periferia”. Io non sento di lavorare ai margini: vivo nel mio habitat, unico e concreto, dentro una condizione di ubiquità. Questa è la dimensione che amo e questa è la parola che più mi rappresenta. Siamo in ogni momento, in ogni spazio, in ogni tempo.

Alex Urso

Gli episodi precedenti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

Scopri di più