Smettiamola di chiamarli “borghi”, torniamo a chiamarli “paesi”
Dietro la retorica dei “borghi più belli d’Italia” si nasconde spesso una trasformazione dei piccoli Comuni in scenografie turistiche pensate più per i visitatori che per i residenti. Tra marketing territoriale, fondi PNRR e narrazioni social, molti paesi rischiano di perdere servizi, identità e vita quotidiana
Quello dei borghi è un tema di cui oggi si discute molto, spesso con entusiasmo e abbondante retorica, ma sul quale raramente ci si sofferma con uno sguardo davvero critico e approfondito. Pochi, infatti, affrontano la questione da un punto di vista concreto, strutturale e capace di interrogarsi sul futuro di questi luoghi oltre le narrazioni di superficie. Il dibattito pubblico tende piuttosto a fermarsi all’immagine: quella rassicurante e seducente del borgo autentico, pittoresco, sospeso nel tempo, trasformato in simbolo di una ruralità ideale da consumare nei fine settimana o durante le vacanze. “Il borgo non esiste di per sé ma solo come proiezione di desideri e bisogni di chi non ci vive”, scrive Francesca Lacqua nel suo testo L’Italia straordinaria dal finestrino (in Contro i borghi, Donzelli Editore).
La metamorfosi dei piccoli Comuni, da paesi a borghi-bomboniera
È proprio questa visione, consolidatasi da oltre vent’anni (la famigerata lista dei “borghi più belli d’Italia” fu istituita nel 2002), ad aver influenzato profondamente le politiche di molti amministratori dei piccoli Comuni della Penisola. L’idea dominante è che i nostri paesi – chiamiamoli così, usando il termine semplice e concreto con cui venivano identificati un tempo – debbano trasformarsi in una sorta di piccole bomboniere da visitare e fotografare nel tempo libero: scenografie idealizzate fatte di sampietrini, “botteghe” artigianali, musei spesso chiusi e qualche coworking (cavalcando l’altra leggenda oggi molto in voga del “borgo smart”). Realtà artificiali, fotogeniche, restaurate secondo criteri più estetici che funzionali, pensate soprattutto per rispondere alle aspettative del turismo piuttosto che ai bisogni delle comunità che le abitano ogni giorno.

La “stagionalizzazione” dei borghi italiani
Così scrivono Filippo Barbera, Domenico Cersosimo e Antonio De Rossi, tra gli studiosi che più si sono occupati del tema negli ultimi anni: “La narrazione del ‘borgo’ fa sì che anche la valorizzazione del territorio sia tale solo se inglobata nella goffa egemonia del ‘turismo petrolio d’Italia’, oggi condita con una spruzzata di ecologismo che assomiglia più al giardinaggio che alla presa in carico della questione ambientale. È come se si guardasse al paese attraverso le categorie estetiche delle guide turistiche: con un effetto di spaesamento che non permette di abitare consapevolmente il policentrismo territoriale”.
Policentrismo, appunto: siamo un Paese fatto di paesi, ognuno con le sue specificità; specificità che in questo meccanismo estetico e omologante vengono appiattite, rendendo questi luoghi tutti uguali tra loro, come merce esposta sullo scaffale di un supermercato: ne vedi uno ed è come se ne avessi visti cento. Ormai i borghi italiani potrebbero persino scambiarsi il nome, tanto si assomigliano. E si assomigliano soprattutto in un aspetto: visitarli a novembre vuole dire camminare in uno scenario da Resident Evil, fatto di piazze vuote, case disabitate e bar con la saracinesca abbassata; luoghi fantasmi in cui tutto si risveglia a maggio, con l’inizio della bella stagione.

Una narrazione che dimentica gli abitanti
In questo processo il paese smette progressivamente di essere progettato attorno ai bisogni di chi lo abita ogni giorno. I servizi essenziali arretrano, le case diventano alloggi temporanei, gli spazi pubblici si trasformano in scenografie e la quotidianità dei residenti finisce in secondo piano rispetto all’esperienza del visitatore. Così, mentre si investe nell’immagine del borgo, si trascurano questioni decisive come il lavoro, la mobilità, l’accesso alla scuola, alla sanità, alla cultura, o semplicemente la possibilità, per le nuove generazioni, di costruirsi un futuro stabile in quei territori.
Nel suo illuminante saggio I paesi invisibili (libro che sembra mancare sugli scaffali di molti amministratori e community manager tanto ferventi quanto impreparati su questi temi), Anna Rizzo affronta la questione con grande acume: “In molti paesi mancano le scuole, ci sono pochi bambini e adolescenti, non c’è la posta, un bancomat, un benzinaio, nemmeno un piano di mobilità. Le famiglie in qualche modo devono arrangiarsi, perché le progettazioni si indirizzano verso le trasformazioni di case in strutture di ricezione turistica o in alberghi diffusi. Ecco il motivo di molte progettualità calate dall’alto, che non hanno mai interpellato la comunità e i paesani”. E ancora: “Occuparsi soltanto dell’aspetto turistico elude la questione dei diritti. Gli interventi legati alla performance turistica, oltre che generare mostri, generano sfiducia negli abitanti che si sentono sempre più esclusi”. Il risultato è una contraddizione sempre più evidente: luoghi raccontati come simboli di autenticità rischiano di svuotarsi proprio della loro dimensione più autentica, cioè la vita ordinaria di chi li attraversa ogni giorno.
Gli effetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza
Il processo di “vetrinizzazione” del borgo, di “brandizzazione” dei territori, è stato ulteriormente esasperato nell’ultimo quinquennio da una serie di iniziative ministeriali mirate al ripopolamento delle aree interne del nostro Paese. Iniziative che hanno finito per alimentare ancora di più la narrazione dei borghi-bomboniera, facendo emergere dal vaso di Pandora amministratori affetti da demagogia e invasati di marketing territoriale: figure spesso estranee agli ambiti dell’urbanistica, della cultura e della sociologia, ma che si sono comunque ritrovate a gestire risorse economiche destinate alle “comunità” (altro termine immancabile nella retorica propagandistica delle piccole realtà). Il salvifico (per alcuni) e temutissimo (per altri) PNRR – il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza messo in atto dal governo italiano come risposta alla crisi economica e sociale scaturita dalla pandemia di COVID-19 – ha rivelato le nostre fragilità di pensiero, prima ancora che di sistema, rispetto alla maniera in cui percepiamo e trattiamo un argomento così delicato e cruciale come lo svuotamento che affligge le zone “laterali” dello Stivale.

La propaganda social dei “borghi più belli d’Italia”
Largamente impostato sulla logica di spendere, più che di pianificare una progettualità duratura e realmente vantaggiosa per questi territori, il bando ha visto un susseguirsi di operazioni “usa e getta”, messe in atto in maniera spesso frettolosa e priva di un pensiero concreto sulla rigenerazione territoriale e sulla pianificazione condivisa.
Opere di arte pubblica di impatto controverso, edifici a missione culturale issati senza garantire programmi di gestione in ottica futura, operazioni sociali imbastite a colpi di slogan sulla sostenibilità e sull’innovazione ma spesso carenti di percorsi realmente partecipativi da parte delle comunità: sono alcune delle falle che accomunano i progetti di molti dei piccoli paesi premiati dal bando (la misura si è concentrata nel complesso su circa 250 località italiane, per un totale di oltre 1 miliardo di euro per la rigenerazione culturale, sociale ed economica). L’ambizione implicita da parte dei professionisti locali chiamati a redigere le domande è stata spesso una:utilizzare quei fondi per“viralizzazione” il fortunato borgo, trasformandolo in una scenografia da cartolina che sposasse al meglio le richieste del turismo e del marketing territoriale.
“È vero che la misura del PNRR punta a favorire un possibile ripopolamento dei borghi prescelti, ma le iniziative (…) finanziate sembrano avere il principale obiettivo di valorizzarli a vantaggio di fruitori prevalentemente esterni”, scrivono Carmela Chiapperini, Emanuela Montenegro e Gianfranco Viesti in Ventuno fortunati borghi (in Contro i borghi, Donzelli Editore). “Non si tratta quindi di un intervento di politica che mira a contrastare lo spopolamento di tanti Comuni italiani migliorando la qualità della vita di chi li abita, soprattutto mettendo a loro disposizione gli essenziali servizi di istruzione, salute, mobilità e favorendo così anche flussi di nuovi residenti; ma di un’operazione che parte da luoghi fisici, per quanto meritevoli di recupero, per esaltarne le valenze turistiche”.
Torniamo a chiamarli paesi
Trovare delle soluzioni o dei cambi di rotta a questo processo non può essere l’intenzione di questo articolo, ma occorre tenere vivo il dialogo, mettendo in discussione la narrazione sempre più romantica, estetizzante e turistica che viene costruita attorno ai territori interni e montani. Una narrazione che troppo spesso riduce luoghi complessi, abitati e attraversati da contraddizioni reali a prodotti di consumo culturale: scenografie di autenticità, spazi del tempo lento, cartoline da promuovere online. Occorre invece riportare al centro la dimensione materiale del riabitare: il lavoro, i servizi, la scuola, la sanità, l’accesso alla casa, la possibilità concreta di costruire relazioni sociali e prospettive di vita durature. Anche il linguaggio, in questo senso, può aiutare. Si potrebbe per esempio iniziare da un gesto apparentemente semplice: limitare l’uso inflazionato della parola “borgo”, insieme a tutto lo storytelling semplificato e distorto che si porta dietro, tornando a chiamare i nostri Comuni come sempre sono stati chiamati: “paesi”. Una parola meno seducente per il mercato turistico, ma più aderente alla realtà storica e quotidiana. Perché un paese non è un fondale pittoresco né un contenitore di autenticità preconfezionata: è uno spazio abitato, fatto di relazioni, lavoro, memoria, persone.
Alex Urso
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati