L’artista Kader Attia ci racconta la sua opera alla Biennale di Venezia 2026. L’intervista
Per In Minor Keys l’artista franco-algerino porta all’Arsenale “Whisper of Traces”, progetto che intreccia spiritualità, trauma, tecnologia e memoria. In questa conversazione partendo dal legame con Koyo Kouoh, spiega perché riparare non significa guarire, ma imparare ad ascoltare l’irreparabile.
Con Kader Attia (Dugny, 1970) si ha sempre la sensazione che l’opera non nasca mai da un’intuizione isolata, ma da una stratificazione di ferite, memorie, rimozioni e ritorni. Il suo lavoro arriva da molto lontano: da una lesione storica che continua a produrre effetti nel presente, da corpi attraversati dalla violenza, da immagini che non si lasciano pacificare né archiviare una volta per tutte. Alla Biennale di Venezia 2026, nel contesto di In Minor Keys, Attia presenta Whisper of Traces, un’installazione multimediale ancora in divenire che intreccia magia, spiritualità, guarigione tradizionale e digitalizzazione del mondo. Ma ciò che rende oggi il suo discorso particolarmente urgente non è soltanto l’impianto teorico o visivo del progetto. È il modo in cui Attia torna a porre una domanda radicale, forse inevitabile: che cosa significa davvero riparare, in una società che preferisce cancellare le crepe invece di sostarvi dentro, ascoltarle e riconoscerle?

L’intervista a Kader Attia in mostrea all’Arsenale nell’ambito di “In Minor Keys”
Prima ancora dell’opera, c’è una presenza che attraversa questo progetto: Koyo Kouoh. Che cosa è successo tra voi, e che cosa ha significato essere scelto da lei per In Minor Keys?
Koyo è stata la mia mentore e mia sorella. Nel corso della nostra amicizia, durata dieci anni, abbiamo avuto conversazioni lunghe e profonde su molti temi e lavorato insieme a diversi progetti. Prima che mi invitasse a partecipare alla sua Biennale, ci scrivevamo già da molto tempo, ma incontrarci davvero è stato molto difficile. Poi un giorno stavo andando a Chicago per una mostra e lei mi ha mandato un messaggio dicendomi che sarebbe stato il momento giusto per vederci e parlare di Venezia. Finalmente ci siamo incontrati lì. È stato fantastico. Abbiamo passato molto tempo insieme e a un certo punto mi ha detto che, prima di andare via, dovevamo parlare della Biennale. Dopo cena siamo andati a bere qualcosa, poi ancora in macchina, poi in hotel, e lei mi ha spiegato a lungo il concept del progetto. È stato un momento molto forte. Quella stessa notte mi ha presentato Rory, dicendogli che io ero dentro e che avremmo lavorato insieme. Da lì abbiamo continuato a scambiarci molti messaggi sul progetto. Poi lei non c’era più. Ma per me Koyo è dappertutto in questo lavoro. La prima ragione per essere a Venezia è stata rispondere al suo invito.
Da quale urgenza nasce Whisper of Traces?
Per me tutto parte da un interesse che porto avanti da molti anni: il rapporto tra spiritualità, magia, stregoneria e tecnologia. Con Koyo avevamo parlato molto anche del ruolo degli sciamani e dei guaritori tradizionali e di come queste pratiche siano state attraversate prima dal colonialismo, poi dal neoliberismo e oggi dalla digitalizzazione della società. In questo senso In Minor Keys ha a che fare con dati quasi impercettibili, con tracce minime, con memorie profonde che però ci costituiscono.
Come prende forma questo progetto nello spazio?
Sarà un’installazione multimediale, una video installazione con schermi, suono e altri elementi. Ma per me il punto non è solo il medium. L’idea è capire che ciò che siamo come esseri umani è una giustapposizione, un accumulo di miliardi di dati raccolti dalla psiche umana da quando siamo usciti dalle caverne. Io queste memorie le chiamo tracce. Un giorno mia madre mi ha detto: quello su cui stai lavorando sono i fantasmi. Credo avesse ragione.
Nel tuo lavoro la nozione di repair è centrale da anni. In questo progetto che cosa significa, oggi, riparare?
Ho sempre cominciato dai corpi feriti, dai volti lesionati, dagli oggetti danneggiati. Ma quello che mi interessa davvero è il significato simbolico della riparazione in una società. In Occidente la riparazione è quasi sempre estetica, non etica. Si vuole riportare l’oggetto o il corpo allo stato precedente, come se l’incidente non fosse mai avvenuto. È una forma di delirio, perché pretende di cancellare il tempo. In molte culture extra occidentali, invece, la riparazione lascia visibile la traccia della ferita. L’oggetto mostra di avere avuto una vita precedente, e proprio per questo entra in una nuova vita. È lì che la riparazione smette di essere cosmetica e diventa una forma di pensiero.
Che cosa, invece, resta irriparabile?
Il problema non si risolve mai del tutto. Resta come una ferita invisibile. Lo chiamiamo trauma. E la riparazione non coincide con la riconciliazione. Non basta organizzare una commemorazione o dedicare un giorno all’anno a un crimine immenso per dire che il problema è stato risolto. Per me la riparazione comincia dall’ascolto. Ascoltare gli altri, ma anche ascoltare se stessi. È lì che si apre uno spazio possibile.
Nei tuoi lavori la storia appare come una frattura, ma anche come qualcosa che ritorna. Perché continuiamo a ripetere gli stessi errori?
Me lo chiedo da molto tempo. Penso che una delle ragioni sia una forma di malattia mentale diffusa su scala globale. I social media hanno prodotto una specie di schizofrenia collettiva. L’opinione pubblica è deformata da queste dinamiche. Le persone consumano la politica come una merce, non la vivono più come cittadini. E questo produce una società delirante, convinta di essere forte proprio mentre collassano molte delle cose che davamo per scontate.
Che cosa può fare allora l’arte dentro questo scenario?
L’arte può creare uno spazio intermedio. Uno spazio che mette in relazione comunità separate. In una mostra puoi avere persone molto diverse tra loro, con idee politiche, culture, religioni e identità differenti. Alcune ameranno il lavoro, altre no. Ma condivideranno comunque un’esperienza. Per me questo conta molto, perché oggi i social distruggono proprio questa possibilità di costruire un terreno comune.
Che cosa ti interessa lasciare aperto, più che risolto, con questo lavoro?
Vorrei che aiutasse a ripensare da zero che cosa siamo, perché siamo qui, quale relazione abbiamo con la società in cui viviamo, prima e oltre la politica. Oggi accumuliamo quantità immense di dati, immagini, archivi personali. Ma questa accumulazione non ci rende più forti. A volte produce solo un’altra illusione. Per questo è importante tornare alle tracce, ai fantasmi, alle memorie profonde.
In Attia la riparazione non è mai una promessa di pacificazione. È un modo per sottrarre la ferita alla retorica e restituirle peso, durata, complessità. Ed è forse proprio questo che Whisper of Traces porterà a Venezia: non una risposta, ma una soglia da attraversare.
Antonino La Vela
Venezia // fino al 22 novembre 2026
In minor keys. 61° Biennale d’Arte
GIARDINI DELLA BIENNALE, ARSENALE
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