Nella sua mostra a Venezia, Hanna Rochereau vuole archiviare l’archivio
Sono tanti gli artisti che, negli ultimi anni, decidono di lavorare sull’archivio: nella sua mostra da Mare Karina, la francese Hanna Rochereau lo sceglie tuttavia come soggetto e non come dispositivo. Fino al 18 luglio
Sbirciando nelle vetrine della galleria Mare Karina a Venezia prima dell’apertura della mostra di Hanna Rochereau (Parigi, 1995), pensavo che l’intento fosse non spoilerare nulla: da fuori, si scorgevano solo pareti neutre. Ora che la mostra è aperta e visitabile, quelle pareti ci sono ancora e si rivelano – più che la protezione da occhi indiscreti – lo scrigno di una pratica che fa della sinergia tra scultura e pittura uno strumento narrativo e concettuale.

Ordine e disordine. Hanna Rochereau da Mare Karina
Data Divas è la prima mostra personale di Rochereau in Italia, nonché la sua prima volta a Venezia. All’interno di questa stanza-nella-stanza, l’artista propone una riflessione sui sistemi di archiviazione: i dipinti raffigurano, a partire da fotografie preesistenti o appositamente realizzate, schedari o scaffali sulle cui mensole figurano scatole impenetrabili e di varia dimensione, ordinatamente distribuite. E particolarmente sul terreno dell’ordine si gioca il contrasto tra pittura (un medium recente per Rochereau, come lei stessa ci spiega) e installazione scultorea: oltre alle tele, lo spazio è abitato da manichini da sarta che poggiano su fogli sparpagliati, cassettiere aperte, documenti rigorosamente vuoti.
C’è, per la verità, una mediazione tra l’ordine pittorico e il disordine scultoreo: a far da sfondo ai manichini, il dipinto Them mostra cassetti chiusi, ad eccezione di uno. Anche qui, però, conoscere il contenuto non è concesso. Un contrasto conciliato, che sembra voler isolare un’archiviazione in corso: non tutto è ancora incasellato, ma ciò che rimane fuori dai cassetti della pittura non è ancora incasellabile, poiché spazio vuoto, foglio bianco.

Hanna Rochereau e i riferimenti all’arte del passato
Ma se la forma esaspera differenze, il colore orchestra eco, intreccia fili: la mostra si svolge quasi interamente sui toni del bianco e del legno, con tutte le sfumature che li separano. La scelta cromatica, così come la pseudo-umanità dei manichini, situano la pratica di Rochereau in dialogo con le atmosfere primonovecentesche del cubismo sintetico, e soprattutto della metafisica morandiana. Allo stesso modo, l’oggetto quotidiano depauperato di qualsiasi identità contingente si configura nel suo valore di prototipo universale. I manichini sono svestiti, i documenti tersi, le cartelle non sono denominate, così come le scatole sugli scaffali.

L’archivio come contenuto nella mostra di Hanna Rochereau a Venezia
Emerge così una lettura epistemologica dell’archivio e dei suoi limiti. Quello allestito da Rochereau non è certo un archivio funzionante, quanto piuttosto potenziale perché ancora intonso, ancora vuoto. Ma non è neppure un archivio funzionale, in assenza di qualcosa da archiviare. Nello sceglierlo come soggetto – e non come dispositivo – l’artista trasforma un contenitore senza contenuto in un contenuto a sua volta, invertendo quell’impulso ad archiviare tanto caro a larga parte delle pratiche visive contemporanee.
Alberto Villa
Venezia // fino al 18 luglio
Hanna Rochereau. Data Divas
MARE KARINA
Campo de le Gate, Castello 3200
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati