L’icona pop Anni ‘90 Jewel è protagonista a Venezia con una mostra che riscrive le geografie del femminile

È in programma dal 6 maggio al 22 novembre 2026 (in concomitanza con la Biennale) la mostra dell’artista a tutto tondo che ha fatto il suo debutto nell’arte giusto due anni fa e oggi parla di conoscenze sedimentate e pratiche corporee nel femminile 

Quattro nomination ai Grammy, una carriera musicale consolidata e una produzione letteraria di successo non bastano a esaurire il profilo di un’autrice che, fin dagli anni della formazione alla Interlochen Arts Academy, ha coltivato con continuità il disegno, la pittura e la scultura. Negli ultimi anni, questa dimensione è emersa con maggiore evidenza, fino al debutto museale del 2024 negli Stati Uniti. Oggi, con Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost, Jewel (Payson, 1974) presenta a Venezia la sua più ampia esposizione, dal 6 maggio al 22 novembre 2026.

La mostraMatriclysm: An Archaeology of Connections Lost” della cantante Jewel a Venezia

Allestita al Salone Verde in concomitanza con la Biennale d’Arte 2026 e curata da Joe Thompson, la mostra si presenta come un ambiente immersivo complesso, in cui linguaggi e materiali si intrecciano e fondono tra loro: pittura, tessile, scultura, suono e installazione dialogano in un dispositivo unitario che sfugge a una lettura lineare. Il progetto nasce da una riflessione sul femminile inteso come sistema di conoscenze sedimentate, pratiche corporee e relazioni storicamente stigmatizzate. Al centro, una domanda: cosa resta, oggi, di quelle forme di sapere legate alla maternità, alla cura e alla trasmissione intergenerazionale? La mostra si sviluppa attorno a tre nuclei concettuali: First Mother, Heart of the Ocean e The Seven Sisters. Attorno a questi, si dispiega una costellazione di elementi eterogenei che restituiscono la progressiva erosione di un patrimonio immateriale, tra rituali dimenticati, mitologie marginalizzate e relazioni spezzate.

A Venezia durante la Biennale Arte 2026 c’è anche la mostra di una icona pop degli Anni Novanta 

Nei dipinti, Jewel affronta in modo diretto il tema della mercificazione del potere femminile, mostrando come questo sia stato progressivamente svuotato, reso superficie, separato dalle sue radici. Le opere, così, registrano una tensione: è una pittura che trattiene e allo stesso tempo lascia scivolare via, come se l’immagine fosse sempre sul punto di dissolversi. Il visitatore è invitato a sostare, ad ascoltare, a entrare in relazione con materiali che non si impongono ma si rivelano gradualmente. Il suono, in particolare, gioca un ruolo fondamentale nel costruire una dimensione percettiva diffusa, mentre flussi di dati astronomici e oceanici in tempo reale introducono una nuova narrazione, il legame tra il corpo e sistemi più ampi, tra l’intimità e l’infrastruttura invisibile che regola il mondo naturale.

La poetica di Jewel protagonista a Venezia durante la Biennale Arte 2026

Non c’è celebrazione né nostalgia. Piuttosto, emerge una pratica dell’accumulo e della dispersione, in cui il significato si costruisce per prossimità, per stratificazione, per attrito. Le opere insistono su processi di trasformazione – decadimento, traduzione, trasmissione – mettendo in primo piano la fragilità come condizione produttiva. Infatti, l’archeologia evocata nel titolo interroga ciò che sopravvive in forma parziale, frammentaria. È qui che il lavoro di Jewel scioglie il suo nodo: nel tentativo di rendere visibili connessioni interrotte senza pretendere di ricomporle. 

Venezia // Jewel Matriclysm: An Archaeology of Connections Lost
SALONE VERDE
Calle Regina, 2258, 30135
Dal 6 maggio al 22 novembre 2026

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Redazione

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