Alfabeto di pane e amore per gli animali. La mostra di Uri Aran al Museo Madre di Napoli
Untitled (I love you): Una retrospettiva mid-career sul lavoro del poliedrico artista, presente alla Biennale di Massimiliano Gioni, oggi in mostra al museo Madre di Napoli fino a metà maggio 2026
Un racconto della ‘congiunzione’. L’incipit della mostra – curata dalla direttrice Eva Fabbris – aggancia lo spettatore in medias res, tendendogli una mano in uno spazio libero e affettuoso. Grammaticalmente la congiunzione connette sfuggendo alle trappole dorate delle forme codificate e universalmente conosciute del linguaggio, generando un atteggiamento inclusivo nei confronti di chi è accolto. Con questo varco che si apre tra i regimi totalitari del linguaggio, Uri Aran (Gerusalemme, 1977) crea spazio per topografie trans-individuali e non necessariamente antropocentriche.
Partendo da un’identità migratoria dell’artista israeliano, formato e cresciuto in America, la retrospettiva si permea di una riflessione sul senso della comunicazione e (dis)connessione politico/sociale. Scavando sotto la superficie del logos, le opere di Aran si muovono ortogonalmente al senso ontologicamente orizzontale delle parole, mappando relazioni intime o culturali, armoniche o stridenti.
Uri Aran a Napoli: linguaggio e pratiche del dire
Con un atteggiamento anti-imperativo, la mostra si propone come un’esplorazione percettiva: già il titolo Untitled (I love you), che riprende la nomenclatura di un lavoro video di Aran, apre alla libertà delle significazioni “tentacolari” di Giorgio Manganelli. L’unicità delle due facce del segno linguistico, identificate da Ferdinand de Saussure, si scompone in una dinamica caleidoscopica per cui le possibilità di senso si ampliano fino a orchestrare nuove associazioni tra forma e risultato. La pratica di Aran, favorevole alla pluralità delle funzioni linguistiche, sembra generare un binomio affetto / effetto per cui è il valore emotivo della radice a poter sussurrare un input di significato.
Il linguaggio, nel lavoro dell’artista, è un’azione: le opere non sono statiche scritture, ma attivatori di senso e di pensiero, di ascolto e di connessione. In How to do things with words, il filosofo John Langshaw Austin sviluppa la teoria degli atti linguistici secondo la quale il parlare è un atto performativo in cui si fondono i momenti locutori, illocutori e perlocutori ossia le fasi dall’enunciazione, all’azione nel dire, all’effetto su chi ascolta. Allo stesso modo, nelle opere di Aran, il dire si completa col fare, creando sviluppi complessi e mettendo in scena quello che Mariano Croce definisce “un linguaggio asignificatorio che tracci connessioni e crei legami tra le cose, anziché imporre loro un significato”. Infatti, nel primo video che accoglie i visitatori, Untitled (I love you) (2012), Aran instaura un rapporto con animaletti in plastica, esplicitando i suoi sentimenti nei loro confronti e immergendosi nel ‘gioco linguistico’ di matrice wittgensteiniana dove la parola diventa uno schema di significato instabile.
Uri Aran: le opere in mostra
Il gesto vocale di Aran reiterato nel video Untitled (Baryshnikov) del 2008, in cui la colonna sonora è un’ode all’eccellenza del ballerino, produce il senso della ‘variazione affettiva’ deleuziana in cui una ripetizione non è mai identica a se stessa, ma produttrice di costanti differenze.
Altra sistematizzazione di pensiero si manifesta nell’ordine archivistico nella biblioteca delle lettere: un alfabeto di pane, Untitled (Bread Library) del 2025, a disposizione degli spettatori diventa materia prima da dis-ordinare per la creazione di infiniti messaggi.
Questa tensione tra significato e apertura si ritrova anche in Untitled (Bronze), dove una superficie accoglie una configurazione di abbassa lingue incisi che evocano una scrittura mediorientale senza appartenervi realmente. Di fronte all’osservazione “ma questa scrittura non la capisce nessuno”, Uri Aran risponde “oppure possono capirla tutti”. L’opera si offre così come una partitura visiva e sonora, una composizione quasi lirica che aleggia nello spazio, sospesa tra voce e segno, tra ascolto e interpretazione.
Comunicazione oltre la parola: l’animale è il miglior amico dell’uomo
Il sistema della fototessera come identificazione dell’essere, nelle mani di Aran, diventa testimonianza di contatti o disconnessioni che scolpiscono la sensibilità dell’artista. Aran condivide con Donna Haraway quei ‘partner relazionali’ con cui empatizzare e sollecitare un rapporto emotivo basato sull’ascolto e sulla presenza.
Sulle orme del primo visitatore della mostra, l’artista mette in crisi la linearità degli affetti umani, suggerendo una possibile armonia emotiva tra uomo e animale: nel video Untitled (2006), l’abbraccio tra Aran e un cane diventa fonte di commozione e testimonianza del potere di un gesto intimo che approda dove la parola non riesce ad aggrapparsi.
Che sia presenza viva o figura mediata, l’animale è partner di una vita densa di slanci intimistici e intuitivi, a cui sono sottratte la parola e la ragione programmatica, ma non la capacità relazionale. Rompendo la compostezza dei legami, Aran ne genera altri, affettuosi e sottili. Incomprensibili e veri. Basti pensare ai muppets, familiari nell’immaginario d’infanzia dell’artista, che si presentano in mostra come testimoni di un linguaggio insensato eppure confortevole ed esplicativo.
Senza libretto d’istruzioni: il tavolo da gioco e il tavolo da lavoro
Ad alimentare il vocabolario delle emozioni, il gioco è l’elemento che scatena la leggerezza indomata.
In un percorso artistico in cui l’ordine, la ripetizione, la gerarchizzazione tendono a costruire universi precisi, il gioco tenta di scardinare i costrutti e favorire la fluidità dell’azione.
Alcune opere si offrono come dispositivi aperti: senza regole, l’uso degli oggetti è libero. In Untitled (Game) un campo forato si presta a molteplici dinamiche interattive dettate dalla relazione con sfere metalliche e ossi per cani.
Apparentemente più sistematico è il tavolo da lavoro, fonte di pensiero e produzione, che nelle parole della curatrice Alberta Romano segna “l’inizio della formazione di ognuno di noi”. La superficie del tavolo è uno spazio riflessivo ed emotivo su cui si condensano idee e manufatti: lo studio è dimora della relazione con se stessi.
L’affezione per gli oggetti – anche d’uso quotidiano – come materia prima per la composizione artistica è manifesta in tutta la poetica di Aran; tuttavia, alcuni elementi sono riconducibili al fenomeno che egli stesso definisce ‘formalismo burocratico’, nella mostra evidenziati come critica ai sistemi di standardizzazione associativa per cui un oggetto non è solo esso stesso in quanto tale, ma incarna il simbolo di ciò che vuole rappresentare, squalificandolo e svuotandolo di senso.
Tra ossessioni, cortocircuiti e possibilità relazionali, le oltre 170 opere di Uri Aran non si limitano a offrirsi allo sguardo, ma chiedono di essere attraversate. È significativo che, come suggerito da Alberta Romano, in The Good Route (Cookies) emerga l’immagine dell’autobus: una traiettoria condivisa in cui ogni presenza – come in una sequenza di finestrini – mantiene la propria singolarità pur muovendosi nella stessa direzione. Così la mostra si configura come uno spazio di segni in movimento, dove l’interpretazione non coincide con la decifrazione, ma con l’entrare in relazione.
Elizabeth Germana Arthur
Napoli // Fino al 18 maggio 2026
Uri Aran – Untitled (I love you)
MADRE- Museo d’arte contemporanea Donnaregina
Via settembrini, 79
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati