Giuria o pubblico? La Biennale non è un algoritmo, ma neppure una liturgia 

Davvero il giudizio dei tecnici e degli esperti vale di più di quello dei visitatori? Altre riflessioni sull’istituto dei Leoni dei Visitatori che sta facendo parlare e farà parlare riguardo alla Biennale d’Arte del 2026

L’idea dei “Leoni dei Visitatori” alla Biennale di Venezia è fragile. Nasce come risposta rapida a una crisi che rapida non è, e infatti scricchiola appena la si osserva da vicino. Fin qui, nulla da obiettare. Il problema comincia quando, nel tentativo di smontare questa soluzione, si finisce per riabilitare senza condizioni il modello delle giurie, come se bastasse opporre una debolezza evidente a un’altra per ritrovare solidità. Non funziona così. Non più. Perché il punto non è scegliere tra pubblico e giuria. Il punto è che entrambi, oggi, mostrano crepe profonde. E negarlo, per difendere una forma che nel tempo ha perso forza, rischia di essere un esercizio più conservativo che critico. 

Le giurie della Biennale non sono per forza neutrali 

Si dice che il pubblico non vede tutto. È vero. Il visitatore medio si muove per inerzia, per tempo disponibile, per geografia, per stanchezza. Ma davvero le giurie vedono tutto? O vedono tutto in fretta, accompagnate, filtrate, dentro percorsi già costruiti? Tra il visitatore che seleziona e il giurato che corre, la differenza non è così radicale come si vorrebbe far credere. Cambia il contesto, non necessariamente la qualità dello sguardo. 
Poi c’è la questione dello spazio. I padiglioni centrali, quelli più accessibili, sarebbero inevitabilmente avvantaggiati dal voto dei visitatori. Certo. Ma questa non è una distorsione nuova, è la stessa gerarchia che da anni governa il sistema: artisti più visibili, gallerie più forti, posizionamenti già consolidati. Il pubblico non inventa questo squilibrio, semmai lo rende più evidente. Le giurie, al contrario, lo hanno spesso raffinato, legittimato, trasformato in criterio implicito. Si invoca poi la trasparenza. Come si vota, con quali garanzie, con quali controlli. Domande giuste. Ma la trasparenza non è solo una questione tecnica. È anche, e soprattutto, una questione di linguaggio. Le motivazioni dei premi, negli ultimi anni, sono diventate spesso formule neutre, compromessi lessicali che tengono insieme posizioni divergenti senza prenderne davvero una. In quel caso il problema non è il voto opaco, ma il giudizio debole. 

Pubblico o giuria. Chi riesce a giudicare meglio? 

Arriva quindi l’obiezione più ricorrente: il pubblico premia ciò che è facile, ciò che colpisce, ciò che si lascia consumare rapidamente. È un rischio reale. Ma non è l’unico. Esiste anche un’altra forma di facilità, più sofisticata: quella delle opere perfette per essere premiate, perfette per essere raccontate, perfette per stare dentro una motivazione impeccabile. Opere che funzionano nel momento del riconoscimento, ma che raramente resistono nel tempo. Il conformismo non è una malattia del pubblico, è una tentazione del sistema. 
A questo punto si invoca il valore simbolico dei premi. Ed è qui che il discorso si fa più delicato. Perché i grandi festival, dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia al Festival di Cannes fino al Festival Internazionale del Cinema di Berlino, hanno costruito nel tempo un’autorità che nessuno mette in discussione in modo superficiale. Ma quell’autorità non è intoccabile. Si fonda sulla credibilità. E la credibilità si consuma non quando si sbaglia, ma quando si smette di rischiare. 
Perché l’errore fa parte del giudizio. La prevedibilità lo svuota. 

Sul senso dei premi oggi 

E allora la questione del metodo, spesso evocata come argine all’improvvisazione, va ribaltata. Il metodo non serve a produrre equilibrio. Serve a proteggere la libertà del giudizio. Se diventa uno strumento per normalizzare le scelte, per evitare conflitti, per tenere insieme sensibilità diverse senza esporsi davvero, allora è già fallito. 
Resta così una domanda che nell’articolo rimane sullo sfondo, ma che è la sola davvero decisiva. A cosa servono oggi i premi? A certificare un consenso o a produrre una frattura, un punto di vista, un rischio? 
Se la risposta è la seconda, allora il problema non è difendere le giurie. È rifondarle. Restituire loro un’autonomia reale, una capacità di scelta che non cerchi l’alibi dell’equilibrio. Una giuria dovrebbe poter sbagliare, ma sbagliare in modo riconoscibile, assumendosi la responsabilità di una posizione. 
Altrimenti il confronto tra pubblico e giuria diventa secondario. Perché in entrambi i casi il risultato è lo stesso: un premio che non incide, che non orienta, che non lascia traccia. 
Il pubblico non salverà i Leoni. Ma potrebbe avere un effetto inatteso. Mostrare, senza filtri e senza diplomazie, quanto poco oggi quei Leoni riescano a dire davvero sull’arte che pretendono di rappresentare. 

Angelo Argento  

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Angelo Argento

Angelo Argento

Avvocato patrocinante in cassazione e dinanzi alle giurisdizioni superiori. Docente di Legislazione dei Beni Culturali presso l'Accademia Nazionale di Belle Arti di Brera. Presidente di Cultura Italiae, associazione riconosciuta quale ONG UNESCO.

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