Alla Biennale Arte 2026 la Spagna trasforma il suo Padiglione in museo dell’accumulo con l’artista Oriol Vilanova
Al centro del lavoro c’è un archivio personale che Vilanova alimenta da oltre vent’anni: una collezione sterminata di cartoline recuperate nei mercatini e nei circuiti dell’usato
Alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, la Spagna sceglie per il proprio Padiglione nazionale (che torna nel suo edificio originario dopo il completo rinnovamento concluso nel 2025) di non portare in mostra grandi narrazioni identitarie o dispositivi immersivi ad alto tasso tecnologico, ma un lavoro di sedimentazione lenta, quasi ostinata. Protagonista è Oriol Vilanova (Manresa, 1980), artista catalano da tempo impegnato in una pratica di raccolta e riattivazione di materiali effimeri, qui affiancato dal curatore Carles Guerra. Il progetto, intitolato Los restos, è un intervento ambientale di larga scala pensato appositamente per gli spazi veneziani, trasformati per l’occasione in una sorta di pseudo-museo costruito per accumulo.
Il Padiglione della Spagna alla Biennale Arte 2026 con Oriol Vilanova
Al centro del lavoro c’è un archivio personale che Vilanova alimenta da oltre vent’anni: una collezione sterminata di cartoline recuperate nei mercatini e nei circuiti dell’usato: frammenti di comunicazione di massa legati all’epoca del turismo globale, immagini seriali che hanno attraversato mani, luoghi e tempi prima di scivolare nell’oblio. Nel Padiglione, queste cartoline diventano una composizione murale potenzialmente infinita, priva di un ordine narrativo riconoscibile. Un campo visivo che si espande per addizione, dove ogni elemento mantiene la propria autonomia pur contribuendo a una massa indistinta di immagini. È qui che il progetto trova uno dei suoi nodi più interessanti: la rinuncia alla monumentalità in favore di un gesto ripetuto, quasi compulsivo, quello del raccogliere e conservare.
Accumulo e perdita secondo l’artista catalano Oriol Vilanova
Così, Los restos lavora su una tensione costante tra accumulazione e perdita. Le cartoline, nate per trasmettere un’esperienza individuale, diventano nel tempo reliquie di una memoria frammentaria e instabile. Riattivate nel contesto della Biennale, non recuperano un significato originario ma ne generano di nuovi, mettendo in crisi i tradizionali dispositivi di legittimazione culturale legati all’istituzione museale. L’archivio di Vilanova incorpora infatti economie marginali e gesti quotidiani, spostando l’attenzione su ciò che resta ai bordi dei grandi sistemi di produzione simbolica. Il collezionismo, in questa prospettiva, non è solo pratica artistica ma azione protratta nel tempo, sospesa tra dimensione professionale e impulso personale, tra metodo e ossessione.
Il progetto di Oriol Vilanova alla Biennale Arte 2026 e non solo
Il progetto, tuttavia, non si esaurisce negli interni del Padiglione. Durante i mesi della Biennale, Vilanova attiverà anche Il fantasma della libertà (2026), un intervento performativo che si disseminerà tra Giardini e Arsenale. Qui il corpo diventa supporto espositivo, in un rimando esplicito al film di Luis Buñuel, e introduce una dimensione ulteriore: quella dell’incontro casuale, silenzioso, quasi invisibile.
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati