Dahiye, il quartiere di Beirut che non esiste quasi più. Nelle foto di un artista italiano 

Oggetto di pesanti raid da parte della aviazione israeliana, il quartiere di Dahiye è oggi praticamente distrutto. Nel 2013 l’artista Armando Perna lo aveva documentato con una macchina fotografica occultata. Qui riproponiamo le immagini e il testo di Christian Caliandro che lo raccontava

Dahiye è un quartiere della periferia Sud di Beirut, noto per essere il quartier generale di Hezbollah, dove vive circa mezzo milione di persone. Ha dato il nome alla famigerata ‘dottrina Dahiye’, formulata dall’ex capo di stato maggiore dell’IDF Gadi Eizenkot, che comprende la distruzione delle infrastrutture civili di regimi ritenuti ostili come una misura calcolata per negare ai combattenti l’uso di tale infrastruttura, e che approva esplicitamente in questo senso l’uso di una “forza sproporzionata”.  

La storia del quartiere di Dahiye 

Il quartiere è stato infatti oggetto anche nelle ultime settimane di pesanti raid da parte dell’aviazione israeliana. Dal 2013, a più riprese, il fotografo Armando Perna (Reggio Calabria, 1981) ha esplorato visivamente questa zona urbana, sviluppando un reportage che è stato poi oggetto, nel 2017, della mostra Dahiye: The Souther Suburbs of Beirut presso la Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare (in provincia di Bari), promossa da Planar gallery fondata da Antonio Ottomanelli, con lo stesso Perna e Anna Vasta, nell’ambito del progetto #showcase.  

Armando Perna. Dalla serie Dahiye. The Southern suburbs of Beirut
Armando Perna. Dalla serie Dahiye. The Southern suburbs of Beirut

L’opera di Armando Perna 

L’indagine visiva, spiegavano gli organizzatori, “è stata realizzata attraverso una macchina fotografica digitale occultata all’interno di una autovettura e controllata in remoto tramite bluetooth. Il progetto rimanda inevitabilmente al metodo di mappatura utilizzato da Google per la documentazione street view delle città del mondo. L’autore infatti attraversa interamente questa porzione di città all’interno del suo veicolo, collezionando una serie ordinata e infinita di immagini dello spazio urbano. Una forma di mappatura che forza i limiti del possibile e i limiti della sicurezza per riaffermare il ruolo civile dell’artista, trasformando il progetto di ricerca in azione e invito all’azione”. Quello che segue è il testo che accompagnava la mostra e che oggi ripubblichiamo. 

Il progetto di Armando Perna per Dahiye nelle parole di Christian Caliandro 

Io-sono-io. 

Io sono nel complesso libanese di quartieri periferici Dahiye (in arabo “Dahiya”, lett. sobborgo).  

Io mi aggiro, io esploro, io indago a partire dal 2013 la città-nella-città. La città controllata, sottoposta a una sorveglianza parcellizzata e in costante adattamento. Aggiornamento. Io con un dispositivo nascosto attivato in remoto tramite bluetooth ho mappato ciò che non era mappato, ciò che non era mappabile, ciò che tecnicamente non esisteva, ciò che non era percepito. Questa zona a sud di Beirut – roccaforte del movimento islamico Hezbollah e sottoposta ad un massiccio bombardamento da parte dell’aviazione israeliana durante la seconda guerra del Libano (2006) – è una specie di buco bianco nella rete di riferimenti; un’assenza, che è in realtà un’iper-presenza. Gli attentati del biennio 2013-2014 hanno generato un complesso sistema di controllo attuato mediante la collaborazione tra le forze di sicurezza libanesi e quelle di Hezbollah. 

Io ho esplorato questo Stato nello Stato, e al tempo stesso completamente al di fuori dello Stato – o meglio, all’interno di un non-Stato. 

Controllo – spazio urbano – forma quotidiana.  

Muovendovi tra le immagini, da un’immagine all’altra, soffermandovi e tornando indietro, ruotando lo sguardo potete cominciare a vedere quello che ho visto – che non è sulle o nelle immagini. Non del tutto, almeno. È nascosto, come il dispositivo. 

Quello che si vede – quello che non si vede – oltre le barriere, i jersey, le gabbie, i cartelli, i sacchi di sabbia, i check point – è il controllo che diventa una vera e propria forma di vita, esperienza del territorio, sguardo incorporato. Il dispositivo nascosto indaga una percezione nascosta dello spazio (che, tra l’altro, tra molto altro, probabilmente viene dal futuro): il twilight world, il mondo crepuscolare incarnato sia da Dahiye che dal campo palestinese di Shatila, compresso fra l’enclave sciita di Ghobeiri e la roccaforte sunnita di Tariq el Jdide. 

Una “self ruled area” è un’area in cui il controllo è sottratto in parte o in toto allo Stato e gestito da milizie semiautonome.  

Nel crepuscolo l’esistenza è liminale, indefinita, sottratta, sospesa, congelata, illegittima, né qui né lì, né una cosa né l’altra. Nel mondo spettrale del crepuscolo la vita è un fantasma.  

Io-non sono-io. 

E come un fantasma (estraneo) io mi muovo in questo luogo dove i contorni si sfilacciano – dove ciò che altrove è solido tende a svanire, e ciò che altrove è evanescenza acquista durezza e peso inusitati, diventa una relazione che non possiamo non vedere, non cogliere, non afferrare… 

Christian Caliandro 

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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