Cosa c’è dietro alla scelta di un vestito? Lo abbiamo chiesto a uno degli stylist più famosi del mondo

Lady Gaga, Austin Butler e Kylie Minogue sono solo alcune delle star vestite dal belga Tom Eerebout. Che in questa intervista ci racconta i retroscena di un lavoro che intreccia moda, comunicazione e curatela visiva

Racconta sempre qualcosa di vero, anche quando è complesso, anche quando è in evoluzione. Lo styling non è mai statico: cresce, si trasforma, rivelando nel tempo nuove stratificazioni. Ed è per questo che conta – perché non si occupa di come appariamo, ma di come esistiamo. È la curatela dell’abbigliamento di un corpo vivente”. Due anni di lavoro e ricerca confluiscono in Exposure – Il potere di essere visti, una riflessione che ridefinisce lo styling oltre la dimensione puramente estetica restituendogli una natura più ampia, quasi strutturale: un dispositivo capace di costruire identità, attivare immaginari e incidere sulla cultura visiva contemporanea. Dentro questo spazio si muove Tom Eerebout, stylist e fashion consultant, da anni parte attiva dei meccanismi più esposti della moda e dell’intrattenimento globale in dialogo con alcune delle figure più rilevanti della musica, del cinema e dello spettacolo. Il suo lavoro attraversa formati e contesti diversi – tour, videoclip, red carpet, editoriali – mantenendo sempre una tensione narrativa precisa. Dalla lunga collaborazione con Lady Gaga – che include le residenze di Las Vegas Enigma, Jazz and Piano e il tour The Chromatica Ball, per i quali ha ricoperto il ruolo di Fashion Director, per quest’ultimo insieme a Sandra Amador – fino ai progetti con Kylie Minogue, BANKS, Austin Butler, Rebecca Ferguson e Sylvie Kreusch, la sua pratica che non si limita a vestire, ma costruisce immagini che hanno contribuito a definire l’estetica pop contemporanea.

Tom Eerebout. Courtesy Fondazione ITS
Tom Eerebout. Courtesy Fondazione ITS

Chi è Tom Eerebout

Belga di origine, formato tra Londra e una pratica sviluppata sul campo, Eerebout ha definito un linguaggio visivo che lavora per stratificazioni. L’abito non è mai un punto di arrivo, ma un passaggio: un elemento dentro una narrazione più ampia, che prende forma nel dialogo con chi lo indossa. È proprio in questa relazione che lo styling si avvicina a una forma di ascolto, quasi a una pratica intima, dove identità e visione si contaminano fino a diventare indistinguibili. Accanto allo styling, la sua esperienza si estende al design, mantenendo però la stessa attitudine fluida. Le collaborazioni con Komono e Elliot & Ostrich non rappresentano uno spostamento, ma un’espansione naturale del suo linguaggio.

Eppure, nel racconto di questo percorso, emerge una postura inattesa: una voce che rifiuta ogni forma di autocelebrazione. In un sistema che tende a consolidare certezze e autocelebrazione, Eerebout si distingue come un’eccezione: il dubbio qui non è fragilità o limite ma una forma di intelligenza, una caratteristica intrinseca affascinante, uno spazio in cui l’immagine può ancora accadere. Lo abbiamo incontrato a Trieste, da ITS Arcademy, in occasione dell’apertura della mostra da lui curata, Exposure – Il potere di essere visti, da Harry Styles a Lady Gaga, e dell’ITS Contest, dove ha partecipato per il terzo anno consecutivo come giudice. È lì che il suo lavoro si rende forse più chiaro: non come qualcosa da spiegare, ma da vedere con i propri occhi.

Tom Eerebout, giudice di Its Contest. Courtesy Fondazione ITS
Tom Eerebout, giudice di Its Contest. Courtesy Fondazione ITS

Intervista a Tom Eerebout

Quando e come ti sei reso conto di avere un dono per la creazione di immagini e lo styling?
Non lo so, e sai qual è la cosa divertente? Mi sento ancora molto come se stessi fingendo. Direi quando ero bambino, perché creavo sempre, anche quando giocavo con gli altri bambini, improvvisavo dei costumi per noi e giocavamo. Volevo sempre creare dei mondi da sogno, ricordo particolarmente bene quando giocavamo insieme in giardino. Quindi penso che sia iniziato da giovane. Facevo cose tipo prendere un asciugamano e avvolgerlo sulla testa di qualcuno ad imitare i capelli lunghi, oppure facevo una gonna con un tessuto di casa e così via. Creavo con quello che trovavo un mondo immaginario.

Come trovi e coltivi la tua creatività in un settore così frenetico e guidato dalle immagini?
Sono molto riservato nella mia vita personale. Non è che non ami condividere al contrario, ma amo vivere la mia casa. Quindi la mia casa è aperta a tutti i miei amici, che spesso restano da me e cuciniamo insieme, e poi qualcuno farà musica, qualcun altro dipingerà, qualcun altro creerà vestiti, e quindi la mia casa è un po’ come la Factory di Andy Warhol in un certo senso. Questo genera molta della mia ispirazione.

Il tuo lavoro si sviluppa in dialogo con l’artista: quanto il risultato finale è una fusione di identità e quanto resta la tua visione?
Di solito è un mix. Ti direi la mia visione con la loro, e penso che sia molto importante che loro mettano la loro visione, perché sono poi loro a indossare. Se qualcuno ti guarda e decide per te, non funziona mai.

Quindi si crea una vera relazione tra voi?
Quasi una psicoterapia. Sono un po’ come uno psicologo. Quindi dev’esserci una certa sintonia tra noi. Se qualcuno mi contatta, come prima cosa ci incontriamo e se per caso non andiamo bene l’uno per l’altro, lo si dichiara apertamente e so sempre indirizzare verso qualcuno di più adatto o adatta.

Come hai affrontato il processo curatoriale per l’esposizione?
Per me l’esposizione è stata difficile perché è così personale. Come dicevo a volte mi sento ancora come se stessi fingendo e inoltre nessuno ha mai fatto una mostra sullo styling, che io sappia, quindi non esistono riferimenti. Tutto è ruotato intorno al come farla e come raccontarne la storia. Penso sia importante dire che si tratta di un tema che ha molta influenza. Ha molta influenza sulla cultura pop, sulle tendenze, su quello che vedremo tra dieci anni. Per questo ho voluto farla, perché non è un mestiere che riesco a spiegare ma sicuramente lo posso mostrare. Come a mia nonna, ad esempio, a cui sono anni che voglio far capire il mio lavoro.

Nel 2021 hai lanciato una collezione eyewear con Komono: è stata un’esperienza unica, o pensi di far parte dello sviluppo di nuovo prodotti indipendenti in futuro?
Adesso sono ancora con Komono, come brand manager. Ho fatto anche tre linee di gioielli con altri brand. Quindi mi piace, non sarei mai un designer, non fa per me, ma fare collaborazioni le adoro, sono così divertenti.

Come affronti la sostenibilità nel tuo lavoro, soprattutto in un settore spesso guidato dalla velocità e dal consumo?
Cerco di spedire il meno possibile e di prendere pezzi locali. Ma diciamocelo onestamente, lo styling non è ahimè sostenibile.

Guardando al presente, quali possibilità vedi oggi nella moda? È ancora uno spazio di vera sperimentazione, o sta diventando sempre più controllato in termini di immagini?
Penso che dovrebbe rimanere un luogo di immaginazione. Sempre. Quindi anche se non lo è, penso che dovrebbe esserlo.

Quali speranze hai in serbo per il tuo presente e futuro nella moda?
Divertirmi, creare e costruire mondi da sogno, voglio portarvi nel mio mondo e anche se è solo per un’ora voglio che ne sentiate l’energia per fermarvi un attimo, rapirvi con l’immaginazione… e poi proseguire.

Ti vedi di nuovo, se ci fosse l’opportunità, a curare altre mostre?
Oh sì, mi piacerebbe moltissimo.

Margherita Cuccia

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Margherita Cuccia

Margherita Cuccia

Margherita cura per Artribune, TAILOR, la nostra newsletter verticale dedicata al mondo della moda nelle sue intersezioni con l'arte e la cultura. Sul fronte offline cura Artribune Moda, il magazine semestrale dedicato all'arte del vestire e ai suoi linguaggi. È inoltre responsabile dei Progetti Speciali…

Scopri di più