Com’è oggi essere un giovane artista a Milano? Risponde Olmo Gasperini
Il pittore romano trapiantato al Nord riflette sulla sostenibilità della pratica artistica, sul ruolo delle gallerie e dei social media, indicando la ricerca pittorica come spazio di libertà in un sistema sempre più orientato al mercato
Se gli anni della formazione servono a costruire strumenti e riferimenti, è nel momento immediatamente successivo che si apre un’altra questione: come rendere sostenibile una pratica artistica? In una città come Milano le opportunità esistono, ma raramente assumono una forma continuativa. Bandi, residenze, collaborazioni e lavori paralleli si alternano e si sovrappongono, frammentando le traiettorie. Tra istituzioni, gallerie, fondazioni e spazi indipendenti si configura un vero e proprio ecosistema. Per un giovane artista significa imparare a orientarsi tra queste strutture, comprenderne le dinamiche, costruire relazioni e trovare modi per dare continuità alla propria ricerca. Allo stesso tempo, le modalità di lavoro diventano sempre più fluide: cambiano le forme di visibilità pubblica, cresce il ruolo dei social media, si moltiplicano i percorsi possibili. In un contesto che accelera processi e aspettative, la domanda torna inevitabile: com’è, oggi, essere un giovane artista a Milano? Olmo Gasperini (Roma, 1997) può darci qualche risposta.
Intervista a Olmo Gasperini

In una città come Milano, che peso ha, secondo il tuo punto di vista, il rapporto con il mercato e con le gallerie nei primi anni di lavoro?
A Milano, questo rapporto, idealmente, assume subito un peso notevole. Come in molte altre città europee, la vita qui è molto costosa e, per questo, avviare una pratica artistica autonoma sembra spesso dover coincidere con un rapido ingresso in un circuito produttivo strettamente legato al mercato. Oggi, però, secondo me, queste dinamiche rischiano di essere più limitanti che favorevoli per un giovane artista, perché possono portare il lavoro a stabilizzarsi su formule riconoscibili, fino a trasformarlo in un “prodotto”. Io penso che, soprattutto all’inizio, sia fondamentale lasciare spazio a una ricerca che possa svilupparsi nel modo più libero e naturale possibile. Ovviamente, il processo artistico richiede disciplina e struttura, ma dovrebbe rimanere distante da logiche produttive troppo serrate e orientate esclusivamente al mercato. La spinta iniziale, dopotutto, arriva da una scintilla vitale, da una necessità espressiva legata al nostro modo personale di stare al mondo, più che all’idea di successo.
Come rendi sostenibile la tua pratica artistica, sia sul piano economico sia su quello della continuità della ricerca?
Al momento ho raggiunto un mio equilibrio che mi consente di dedicarmi alla pratica artistica senza dover ricorrere a un secondo lavoro troppo impegnativo in termini di tempo. Collaboro con la galleria RvB Arts di Roma e la vendita di quadri in occasione delle mostre mi permette di mantenere lo studio a Milano e di coprire, in parte, le spese per i materiali. Parallelamente, tengo lezioni private di disegno e pittura. Per quanto riguarda la continuità della ricerca, tendo a strutturarla su più livelli. Ci sono lavori che concepisco con una dimensione più circoscritta, sia in termini di tempo sia di metodo: quadri più veloci da eseguire, che dialogano in maniera meno impattante con il resto del mio lavoro. Accanto a questi, porto avanti nuclei di produzione che richiedono tempi più lunghi, come quelli legati alla figura umana, e che fanno parte di un processo di ricerca più ampio, non necessariamente destinato alla vendita.
Nel contesto attuale, caratterizzato da nuove forme di esposizione, che ruolo hanno i social media nella costruzione della tua visibilità e della tua pratica? In che modo queste dinamiche influenzano il tuo ritmo e il tuo modo di lavorare?
I social media per me sono uno strumento ambiguo. Per un certo periodo li ho addirittura rimossi completamente. Ho ricominciato a usarli ultimamente, perché è evidente che piattaforme come Instagram abbiano un ruolo importante per la visibilità di un artista: possono metterti in contatto con gallerie, collezionisti e altri artisti. Allo stesso tempo, però, considero quello che vediamo mai “innocente”, ma filtrato dagli algoritmi… Tra l’altro l’esposizione continua ad ogni tipologia di immagine finisce per svuotarle del loro significato, rendendole qualcosa da consumare velocemente; e questo influisce sul nostro criterio di giudizio. Per questo, cerco di costruire il mio immaginario guardando soprattutto alla storia dell’arte. Una cosa a cui tengo molto è la consapevolezza di come le immagini si costruiscono e di come influenzano il nostro modo di vedere. Scegliere di lavorarci in un’epoca in cui ne esistono già troppe, per me significa cercare di dare un senso a quello che dipingo.
Guardando al sistema dell’arte milanese, quali sono secondo te le principali mancanze nel sostegno ai giovani artisti, sia a livello strutturale che di opportunità?
Direi che le mancanze principali hanno prima di tutto a che fare con un discorso culturale. Il sistema dell’arte milanese, come in generale quello contemporaneo, continua a funzionare secondo logiche di mercato, cosa che di per sé non è nuova, ma oggi questa dinamica mi sembra sempre più orientata all’investimento economico piuttosto che a un reale interesse per la ricerca artistica. Penso si crei spesso una distanza tra il valore effettivo delle pratiche di molti giovani artisti e il modo in cui queste vengono lette e sostenute. In questo senso, a mancare non sono solo gli spazi o le occasioni, ma prima di tutto, un contesto capace di accogliere la complessità e la radicalità di certe ricerche. Il rischio è che, come dicevo prima, per trovare una collocazione, molti artisti finiscano per rendere il proprio lavoro più prevedibile e meno “rischioso”, per adattarlo a una domanda che ricerca ciò che è immediatamente fruibile e “rassicurante”. Detto questo, sono convinto che un cambiamento non possa arrivare dall’interno del sistema: più che aspettarci supporto, dovremmo costruire un dialogo alternativo, evitando di accettare passivamente queste dinamiche mortifere.

Oggi molti pittori lavorano partendo da immagini fotografiche, mentre tu costruisci direttamente le scene da dipingere dal vero. Cosa cambia per te in termini di percezione e resa pittorica?
Io scelgo di lavorare dal vero perché, a livello personale, è lì che trovo la possibilità di muovermi in più direzioni. Una cosa che mi affascina molto è che la pittura è in grado di attivare un tipo di processo percettivo più profondo e intenso rispetto a quello ordinario: attraverso la pennellata si può esprimere ciò che si prova senza passare necessariamente dal pensiero razionale. In questo stato mentale, ci si accorge che la bellezza può risiedere sia nella polvere che nella luce. Secondo Giorgio Morandi: “Non vi è nulla di più astratto e surreale del reale”. E io sono d’accordo. Il mio processo è spontaneo: parto dagli ambienti che abito, ne scelgo una parte e la “cristallizzo”. Da quel momento non posso più modificarla. Questo mi interessa molto perché, impiegando molto tempo a finire un quadro, nel frattempo l’ambiente reale cambia, si deteriora. Le cose si trasformano, a volte quasi marciscono.
Questa impostazione così classica è interessante anche rispetto ai soggetti che scegli di dipingere. Nei tuoi quadri compaiono spesso ambienti e soggetti borghesi attraversati da segni di decadimento, che restituiscono una certa tensione tra bellezza e disagio…
Sì, questo scarto, come dicevamo, è legato al tempo: mi interessa che l’ambiente si auto-deteriori, che cambi mentre lo sto dipingendo, portando il quadro a modificarsi di conseguenza. Io cerco di dipingere nella maniera più oggettiva possibile, e questo richiede una sospensione del giudizio su ciò che ritraggo, anche se è impossibile riuscirci completamente. In alcuni lavori, proprio per avvicinarmi a questa idea, elimino la pennellata alla fine di ogni sessione di pittura, così che l’immagine possa teoricamente continuare all’infinito e perdere ogni accento espressivo.

Elementi come lattine di energy drink, farmaci o materiali da imballaggio con scritte particolari hanno un valore simbolico nei tuoi lavori?
Diciamo che il lavoro dell’artista porta sempre con sé la possibilità di una fuga dalla realtà. Io, invece, cerco di restare dentro questa tensione, ancorandomi alla contemporaneità anche attraverso l’inserimento di questi elementi, che raccontano in modo diretto il mondo in cui viviamo. Mi interessa che contribuiscano a rendere il processo pittorico il più possibile “deteriorante”, sia per lo spazio che per me stesso. Le lattine di Monster, in particolare, è facile che si accumulino nel mio studio, perché mi aiutano a rimanere sveglio quando dipingo di notte. L’anno scorso, per esempio, ho dovuto dipingere un’orchidea e il tempo era limitato prima che i fiori cadessero; così, per tre mesi, ho adottato un regime di sonno polifasico che mi ha permesso di dipingere sia durante il giorno sia durante tutta la notte. È una cosa che faccio spesso: mi piace che la fonte luminosa sia unica e fissa.
C’è un episodio, un incontro o una situazione vissuta a Milano che senti abbia lasciato un segno, in positivo o in negativo, nel tuo percorso da artista?
L’incontro con la professoressa Francesca Alfano Miglietti a Brera. Le sue parole durante le lezioni hanno spesso acceso in me riflessioni importanti. Nel 2023 ho avuto anche il piacere di partecipare alla residenza Visibile/Invisibile. Tecniche della Meraviglia a Casa degli Artisti, curata da lei.
Margherita Filippi
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