A Lucca si celebra Giovanni Boldini con una grande mostra tutta fatta di confronti
Con circa 100 opere negli spazi della Cavallerizza il pittore viene messo al centro di un discorso che si muove tra l’Italia e la Francia di fine Ottocento evidenziando analogie e differenze tra Boldini e i suoi contemporanei
Nel 1901 Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) è all’apice della carriera: dalla natia Ferrara è diventato uno dei più apprezzati artisti di Parigi, all’epoca indiscussa capitale mondiale della cultura. La mostra lucchese ripercorre tutte le fasi di un’importante carriera che dall’Italia è proseguita in Francia, ma che ebbe un’eco mondiale, nel segno della pittura macchiaiola prima e impressionista poi. Un allestimento sobrio ed elegante, con un’ottima illuminazione, permette di apprezzare al meglio la qualità delle opere esposte.

Gli anni macchiaioli e fiorentini di Giovanni Boldini
Il Boldini fiorentino è quello legato alla macchia di Signorini, Lega, Borrani, esponenti di un movimento che si discosta dallo storicismo delle accademie per raccontare la realtà di un’Italia, popolare o aristocratica che sia, che è nata da poco e che è ancora tutta da scoprire e in parte da inventare. Stabilitosi nel 1862 in Via Lambertesca a Firenze, Boldini conobbe da vicino i fautori del nuovo corso pittorico italiano, all’interno del quale poté maturare artisticamente e costruire quella solida “tessitura” luministica che caratterizzerà i suoi successivi dipinti francesi; la sua pennellata, tuttavia, ben più dinamica di quella dei macchiaioli, lo portò ben presto a guardare oltre, concentrandosi sul ritratto e interessandosi molto meno alla pittura en plein air. Tuttavia, le sue sperimentazioni lo posero sin da subito in posizione di avanguardia rispetto ai colleghi, e in un certo senso non è azzardato pensare che il suo dinamismo pittorico con quelle guizzanti pennellate che trasformano i colori in fuochi d’artificio, non abbia in parte anticipato il Futurismo. Ma intanto, l’omaggio di Boldini alla nuova Italia è suggellato dal Ritratto di Vittorio Emanuele II, il re borghese incoronato sovrano della Penisola unita nel 1861, un ritratto dove appunto spicca la “anomala” nobiltà del sovrano sabaudo.
Il trasferimento di Boldini a Parigi
Già a Firenze, frequentando le pinacoteche degli aristocratici stranieri (in particolare i principi Demidoff), Boldini conobbe gli impressionisti francesi; e furono questi raffinati collezionisti, il cui scopo andava oltre il semplice possesso delle opere, a diffondere nell’ambiente culturale cittadino la conoscenza della pittura moderna francese. Per Boldini fu una nuova tappa nella sua maturazione artistica, e dal 1867 cominciarono i soggiorni parigini, che divennero quasi perpetui nel 1871. Fra tutti i colleghi d’Oltralpe, quello che sentiva più vicino era Edgard Degas, anch’egli caratterizzato da una profonda raffinatezza del tratto. Non meno raffinato, Boldini s’inserì nella Parigi mondana affermandosi come ritrattista e narratore pittorico di quel beau monde fatto di grandi dame, teatri, parchi. È quello il lato splendente della Belle Époque, controversa epoca di passaggio che cercava di affogare nello champagne le inquietudini di un’Europa che si scopriva antisemita (l’affaire Dreyfuss scoppiò proprio in Francia) e che in maniera strisciante preparava la Grande Guerra, fra nazionalismi e tensioni sociali sempre più accesi. L’arte di Boldini, forse, è un tentativo di trasferire su una dimensione più accettabile la durezza dei tempi, perché la bellezza non salverà forse il mondo, ma può almeno mitigare i dolori dell’anima.
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La figura femminile nell’arte di Boldini
Boldini, raffinato impressionista assai sensibile alla bellezza femminile, proprio fra il gentil sesso si era costruita molta della sua fama d’artista. Fama del tutto meritata, in virtù della sua capacità di esaltare quella bellezza del corpo che però emergeva anche dalla grazia seducente delle pose, dalla profondità degli sguardi, dall’accennata alterità dei sorrisi. Attrici, aristocratiche, ballerine: a ognuna di loro Boldini presta caratteri di dea, cesella una già notevole bellezza e ne accentua la grazia; abiti sontuosi che la pennellata pastosa e sfuggente rende simili a fuochi d’artificio, metafore di quel brio ineffabile che solo bellezza e ricchezza possiedono; quei corpi di donna prendono vita attraverso la tela e i colori, e anticipando Gustav Klimt, Boldini costruisce ritratti dalla profonda valenza psicologica, che fanno risaltare la personalità del soggetto, pur in una cornice di bellezza formale, ricchezza e una certa sensualità.
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Il confronto con i contemporanei nella mostra alla Cavallerizza di Lucca
Un altro punto di forza della mostra, oltre alla qualità delle opere di Boldini esposte, è l’inquadramento che offre nel contesto della pittura italiana dell’epoca; pittori noti e meno noti quali Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vittorio Corcos, Giuseppe De Nittis, Edoardo Gelli, Salvatore Postiglione, Gaetano Esposito, ed altri, si presentano al pubblico dei visitatori come cornice che arricchisce ed esalta l’opera di Boldini; dal confronto si comprende come le tante affermazioni sul talento del ferrarese nel rappresentare la figura femminile siano completamente fondate, perché indubbiamente possiede una delicatezza di tratto che, in paragone con Esposito o Postiglione, fa delle sue donne una sorta di carnale e terreno componimento poetico sottoforma di colori. Negli altri, l’accuratezze estetica è tuttavia più fredda, più accademica; Corcos, per quanto di tratto raffinato, rimane ancorato a quelle pose fotografiche di maniera che appunto lasciano prevalere la forma sulla sostanza. La grandezza di Boldini sta anche nell’aver saputo creare un giusto equilibrio fra estetica e concettualità.
Niccolò Lucarelli
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