I 10 progetti da non perdere alla Design Week 2026 secondo Patrick Abbattista di DesignWanted
All’avvicinarsi di una delle settimane più frenetiche dell’anno, abbiamo chiesto al fondatore e Ad di una delle community più seguite del settore di raccontarci quali progetti tenere d’occhio
C’è una Milano Design Week che tutti conoscono, ed è quella dei grandi brand, delle installazioni spettacolari e dei distretti più battuti. E poi ce n’è un’altra, più stratificata, meno immediata e forse, proprio per questi motivi, più interessante. È qui che si gioca oggi la partita del design moderno: nei progetti che lavorano sui processi e nei materiali ancora instabili, nei formati espositivi ibridi e nei luoghi che diventano parte attiva di una precisa narrazione. La selezione che segue nasce da questa prospettiva. Non è una lista “completa” della Design Week, ma una mappa intenzionale di 10 progetti che a mio parere raccontano perfettamente verso quale direzione sta andando il settore, con un ritorno alla materialità critica e un’urgenza di contestualizzazione che sfida l’omologazione.
1. USM × Snøhetta – “Renaissance of the Real”

Una collaborazione che è già di per sé una notizia, firmata dal sistema modulare svizzero per eccellenza USM e dallo studio norvegese Snøhetta. Ciò che rende questo progetto rilevante è la direzione concettuale: un ritorno all’esperienza fisica in un’epoca dominata dal digitale. Non si tratta di nostalgia analogica, bensì di una riflessione progettuale sulla materialità come bisogno antropologico. L’installazione lavora su tatto, suono e visione per interrogare un tema centrale: cosa significa “reale” in un mondo iperconnesso? L’intervento di Annabelle Schneider lavora sulla sottrazione più che sull’effetto perché il vero lusso, qui, è la decelerazione. Uno spazio, insomma, che ti chiede di fermarti.
Fondazione Luigi Rovati, Corso Venezia 52
2. Alcova – Ospedale Militare, Baggio

Qui il design si misura con un contesto carico di memoria; la scelta dell’ex Ospedale Militare di Baggio, alla periferia ovest di Milano, è scenografica, certo, ma anche strutturale. Un’affascinante incursione in una “città nella città”: oltre 20 ettari di verde e architetture post-belliche che riaprono per svelare spazi mai visti. Chiese sconsacrate, archivi storici e cortili industriali diventano il palcoscenico per la ricerca sperimentale e le installazioni site-specific di 120 talenti internazionali. È probabilmente il luogo più imprevedibile della Design Week, ed è l’evento più denso perché è quello che richiede più tempo: non lo visiti soltanto, ti ci perdi dentro.
Via Simone Saint Bon, 7
3. Alcova – Villa Pestarini

Sempre sotto l’orbita Alcova, Villa Pestarini rappresenta un caso quasi unico: l’apertura al pubblico di una residenza privata firmata da Franco Albini. Più che una casa, un manifesto abitato del Razionalismo italiano. Linee essenziali, geometrie rigorose e dettagli iconici – dalla scala sospesa alle partizioni scorrevoli. Il valore qui è nell’accesso: entrare in uno spazio normalmente invisibile e osservare come il design contemporaneo si confronta con un’eredità progettuale così rigorosa, sospesa in un equilibrio miracoloso tra disciplina e poesia.
Via Mogadiscio, 2-4
4. Palazzo Litta – “MoscaPartners Variations”

Palazzo Litta continua a essere uno degli spazi più interessanti per leggere le trasformazioni del design curatoriale; ogni anno cambia pelle attraverso nuovi percorsi, nuove densità, nuove modalità di attraversamento. Il tema del 2026 è la metamorfosi dello spazio: il design come strumento per riscrivere l’architettura in maniera temporanea, con strutture effimere in legno riciclato e tessuti intelligenti che rispondono alla luce naturale. Il climax sta nell’intervento site-specific nel cortile principale firmato da Lina Ghotmeh, una tra le voci più interessanti dell’architettura contemporanea. Il suo approccio (che lei definisce “archeologia del futuro”) si traduce in una coreografia spaziale fatta di geometrie e traiettorie. Un ambiente da percorrere, un labirinto che attiva il corpo e ricalibra la percezione, trasformando il cortile barocco in un ecosistema dove memoria, movimento e interazione convivono.
Corso Magenta, 24
5. Masterly – Ten Years of Rising Talents

Curata da Lidewij Edelkoort, figura chiave nel design globale con il suo fiuto per i trend, questa retrospettiva è molto più di una celebrazione decennale. È una lente sul futuro, con dieci anni di talenti olandesi emergenti che raccontano una traiettoria precisa: un design sempre più ibrido, materico e concettuale. E la cornice di Palazzo dei Giureconsulti amplifica tutto questo. Un palazzo storico nel cuore della città che diventa quasi ambasciata temporanea: si entra per vedere progetti, si resta per capire un sistema. Per chi vuole esplorare come si sta muovendo il design europeo oggi, questo è uno dei passaggi obbligati. Piazza dei Mercanti, 2
6. DEORON

Una selezione che lavora sulla coesistenza. Oltre 50 designer internazionali si riuniscono in uno spazio industriale aperto per la prima volta nel cuore del Porta Venezia Design District. Oggetti, brand e linguaggi diversi vengono messi in relazione come parti di un unico ecosistema, dove design collezionabile e produzione più seriale non si oppongono: si contaminano. Gli oggetti non competono per emergere. Semplicemente funzionano insieme. Il progetto si estende oltre l’esposizione. Il suono (con listening session e live) non è un layer accessorio, è una componente strutturale dell’esperienza. Così come le aree di sosta, il bar e lo spazio outdoor: elementi che trasformano la visita in permanenza, più che in passaggio.
Via Padova, 11
7. 6AM – “Over and Over and Over and Over”

Un esercizio di ossessione, nel suo senso migliore. Prende il principio della ripetizione e la porta fino alle sue estreme conseguenze. Il vetro diventa grammatica e sistema: elementi e variazioni minime che, moltiplicandosi, smettono di essere oggetti e diventano spazio. La Piscina Romano, con la sua architettura razionalista firmata da Luigi Lorenzo Secchi, fa da cassa di risonanza a un progetto rigoroso, quasi metodico, fatto di lampade che diventano sequenze luminose, moduli in vetro che costruiscono pareti, oggetti che si espandono fino a farsi architettura. Ma non è mai freddo. Anzi, la ripetizione qui è profondamente umana, fatta di tentativi ed errori. È probabilmente uno dei progetti più concettuali della settimana.
Via Ampère, 24
8. Gaggenau – “Presence”

Terzo capitolo di un percorso che prova a ridefinire il ruolo degli elettrodomestici, i quali emergono come presenze calibrate, quasi silenziose. Con Presence, Gaggenau chiude idealmente una trilogia iniziata con A Statement of Form e proseguita con The Elevation of Gravity, spostando definitivamente il focus dal prodotto allo stato mentale. Un progetto che lavora per sottrazione, tutto ciò che è superfluo viene progressivamente eliminato. Nel contesto di Villa Necchi Campiglio, gli oggetti diventano architettura, parti integranti di uno spazio, in un esercizio di precisione che riflette su un tema spesso trascurato: l’abitare come atto intenzionale.
Via Mozart, 14
9. Polish Modernism – A Struggle for Beauty

Curato da Federica Sala e Anna Maga, il progetto restituisce una lettura del modernismo polacco che va ben oltre la categoria stilistica. Qui il design emerge come strumento culturale e come forma silenziosa di resistenza. Il punto chiave è proprio nel titolo: A Struggle for Beauty. La bellezza non è intesa come ornamento, ma come costruzione di qualità della vita. L’allestimento mette in dialogo opere storiche e produzioni contemporanee, evidenziando quanto questa eredità sia ancora operativa oggi. La scelta di Torre Velasca, icona del modernismo milanese del dopoguerra, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Dall’alto del 16° piano, la città diventa controcampo: due modernità diverse che si osservano e si confrontano.
Piazza Velasca, 3-5
10. Rick Tegelaar – “OASIS”

Prima personale milanese per Tegelaar, uno dei nomi più influenti del design process-oriented. Oggetti in movimento, macchinari autocostruiti, una nuova collezione di illuminazione: qui il design torna a essere gesto e costruzione, ingegneria e movimento si traducono in una poetica molto fisica. Gli elementi in mostra non stanno mai completamente fermi: oscillano, reagiscono e spesso si trasformano. La scenografia vegetale, sviluppata con Plants in Paradise, e la componente olfattiva aggiungono un livello immersivo che bilancia la dimensione tecnica con una più sensoriale, contemplativa.
Viale Abruzzi, 13
Patrick Abbattista
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