Non solo sport: a Milano sono iniziate anche le Olimpiadi dell’arte contemporanea
Alla Scaramouche Gallery, a due passi dal Villaggio Olimpico, una grande mostra mette in “competizione” artisti internazionali di ieri e di oggi. Da Andy Warhol ad Anselm Kiefer: tutti uniti dalla fiamma della creatività
I Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026 sono ormai conclusi. Rimane ancora aperta, però, a pochi passi di distanza dal Villaggio Olimpico che ha accolto gli atleti, un’altra “competizione” – se così la si vuol definire – che si è svolta e prosegue in parallelo. Si tratta della nuova grande mostra che anima gli spazi di Scaramouche Gallery: un progetto collettivo, meglio ancora “di squadra” (per rimanere in tema), in cui un folto gruppo di artisti internazionali di ieri e di oggi si trova a gareggiare all’insegna dell’arte contemporanea. L’obiettivo non è tanto decretare un vincitore, quanto piuttosto apprezzare la capacità di ogni personalità di essere unica e connessa agli altri allo stesso tempo, in quanto infiammata da un’analoga voglia di creare sopra le righe. Tre gli ambienti espositivi coinvolti della galleria milanese, tre i nuclei tematici che si è tentato di costruire, basandosi su assonanze e assimilazioni che tentano (operazione ardita) di avvicinare opere di per sé uniche nel genere e nella ricerca degli autori.
Le Olimpiadi di Scaramouche Gallery a Milano: Sharing the Flame
Il progetto, a cura di Daniele Ugolini, giunge a poco più di un anno dall’inaugurazione della sede di Milano della galleria Scaramouche, dopo il trasferimento da New York. L’aria d’oltreoceano si respira ancora in ogni mostra: la scelta degli artisti, il brio con cui ciascuno è presentato e raccontato tradiscono l’origine americana. Ne consegue che anche questo nuovo capitolo è un esperimento ardito – riunire così tanti nomi diversi puntando a trovarvi un fil rouge non è semplice – ma che riesce nell’intento di accendere una fiamma negli occhi del pubblico. Una fiamma “artistica” che arde in parallelo alle gare sulla neve, dando il via a una competizione visiva in cui la disciplina è una, l’arte, ma le possibilità di interpretazione sono svariate. I partecipanti scelti provengono in gran parte dall’Italia, ma ce ne sono da tutto il mondo. Ciascuno mette in campo la propria ricerca e la propria personalità, con opere simbolo che si distinguono e risultano più o meno evidenti nella sala. Almeno a livello visivo, un senso di confronto c’è: è una sfida a chi catturerà maggiormente l’occhio dell’osservatore, che si ritrova improvvisamente davanti a una simile quantità di stimoli e voci variegate.
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Il minimalismo internazionale in mostra da Scaramouche Gallery a Milano
Primo nodo tematico della mostra è il minimalismo. Si è cercato di accostare, nella sala affacciata sul luminoso cortile della galleria, una squadra di artisti vicini all’essenza della materia, alle forme semplici, geometriche o astratte che siano. Ne è venuta fuori una competizione all’insegna della ricerca formale, oscillante tra sacro e profano. La prima opera che ferma l’occhio – complice l’essere a Milano, città d’origine del lavoro originale citato – è la Vergine delle Rocce. Non è Leonardo (decisamente fuori fascia d’età per gareggiare in un Olimpiade) bensì Enzo Fiore, che propone una sua personalissima versione rivisitata. Il disegno è quello: la Madonna dai lineamenti dolci e sfumati, immersa nella grotta naturale, appare sotto la superficie. Ma è quest’ultima, la superficie, che muta pelle e si trasforma inaspettatamente in un manto di fiori secchi, coleotteri, farfalle e altre creature dei prati. È come se il paesaggio del dipinto si fosse impadronito della tela, prendendo il sopravvento. Gli fa eco, poco oltre, Anselm Kiefer con la sua Euphrat, composta anch’essa da un cenno di natura. Qui è una fogliolina secca, brunita, a risaltare su uno sfondo grigio di piombo e carta fotografica. Essenziale e meditativo.
Nella stessa sala ci sono, poi, molti altri “campioni” in gara con alcune delle loro opere più iconiche: un Concetto Spaziale di Lucio Fontana, la Mappa Cubo di Mario Ceroli, una tavola di Warhol. Simboli arcani, forme geometriche e solidi fantastici: l’atmosfera è densa di pensieri e significati. Impossibile trovare un vincitore.
La quadreria olimpica contemporanea da Scaramouche Gallery a Milano
Le altre due stanze della galleria hanno un’atmosfera diversa. Cambia la disciplina, gli atleti virano verso opere dal taglio più regolare, quasi tutte circoscrivibili nel perimetro di una cornice. Insomma, qui la squadra si riunisce in due quadrerie costruite con grande attenzione, con un risultato armonico seppur composto da altrettante voci indipendenti. Tele a parete, per la maggior parte, con qualche incursione nella scultura; la classicità del formato è solo un’apparenza. Spicca il pezzo che ha dato origine all’intera mostra: la composizione di Cecco Belli con un paio di sci e racchette. Non ci potrebbe essere soggetto più adatto in queste settimane. Accanto, altri nomi più o meno noti, che compongono la quadreria olimpica internazionale: Yayoi Kusama, Alighiero Boetti con la sua caratteristica carta quadrettata, fino a una tavola di Wolfgang Laib interamente ricoperta di polline. Policromia e polimatericità al massimo livello. Tra le sculture più interessanti c’è invece il Laocoonte contemporaneo di Balkenhol – omaggio all’omonima scultura classica – e la casupola di vetro riempita di polvere di pigmenti lilla di Vittorio Corsini. Esempi di un panorama artistico contemporaneo assai ampio, che solo dal vivo può permettere di immergersi davvero nella “fiamma creativa” che brucia a pochi passi dal terreno olimpico.
Emma Sedini
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