Il 2026 della Biblioteca degli Alberi di Milano sarà all’insegna delle connessioni. Francesca Colombo ce lo racconta

Si chiama “(Dis)Connessioni” il palinsesto culturale di BAM per il 2026 e invita la città a riscoprire il valore delle relazioni. In questa intervista Francesca Colombo, Direttrice Generale Culturale di BAM, ci ha raccontato le ragioni di questa programmazione che parte con un festival dedicato alla danza

Progetto di Fondazione Riccardo Catella, BAM – Biblioteca degli Alberi Milano è un parco pubblico nel cuore di Portanuova, uno spazio aperto e inclusivo dove tra la ricchezza botanica di alberi, piante e fiori germoglia un programma culturale gratuito e accessibile a tutti che conta oltre 300 appuntamenti l’anno. Un vero ecosistema culturale a cielo aperto in cui arti performative, educazione e benessere diventano strumenti per attivare la cittadinanza e immaginare nuovi modi di abitare la città, all’insegna di partecipazione, inclusione senso di comunità.
Nel 2026, seguendo la linea tracciata da (Dis)Connessioni, la programmazione prenderà il via domenica 29 marzo con Multi-Kulti BAM Spring Festival, che già dal titolo rivela uno dei temi chiave dell’anno: la multiculturalità. Ne abbiamo parlato con Francesca Colombo, Direttrice Generale Culturale di BAM – Fondazione Riccardo Catella.

BAM - Biblioteca degli Alberi di Milano
BAM – Biblioteca degli Alberi di Milano

Intervista a Francesca Colombo

Vorrei partire dal titolo: (Dis)Connessioni. Che cosa significa per BAM creare connessioni attraverso la cultura?
Per noi quello delle connessioni è un tema fondamentale, soprattutto in un momento storico segnato da una crescente frammentazione e da un contesto globale caratterizzato da sfide complesse e imprevedibili. Pensiamo che BAM, come player culturale della città, abbia la responsabilità e la capacità di tessere relazioni sempre più profonde.  Lo facciamo intrecciando percorsi, mettendo in relazione la cittadinanza con gli artisti, offrendo esperienze culturali dal vivo, gratuite e accessibili, perché crediamo che la cultura abbia un forte potere trasformativo: permette alle persone di sentirsi parte attiva di un’esperienza condivisa. In questo senso, BAM diventa un luogo di cultura in cui la partecipazione attiva del pubblico genera connessioni tra individui, idee e generazioni diverse, creando comunità e coesione.

Nel contribuire a creare comunità un ruolo fondamentale lo gioca anche la gratuità degli eventi e dei momenti, oltre al loro numero: quest’anno sono più di 300…
Questa è proprio la caratteristica del nostro parco: siamo uno spazio pubblico aperto a tutti, senza recinzioni, e quindi profondamente inclusivo. Questa dimensione “fisica” si traduce in una visione precisa: la cultura come bene comune, accessibile a chiunque. Essere “per tutti”, però, significa anche mantenere alta la qualità e non essere mai banali. Per questo è fondamentale ascoltare la città e i suoi bisogni, per costruire un’offerta culturale che sia davvero significativa e capace di coinvolgere pubblici diversi.

E quali sono i bisogni di Milano?
Milano è una città sempre più multiculturale e stratificata, e questo richiede spazi capaci di creare connessioni autentiche. La nostra programmazione cerca di rispondere a questa complessità, raggiungendo pubblici diversi e superando i confini fisici del parco. Vogliamo che BAM sia un ponte: tra individuo e comunità, ma anche tra il parco e il territorio circostante. Per questo sviluppiamo progetti che escono da BAM e si diffondono nella città, entrando anche nelle scuole e in contesti diversi, per attivare nuove relazioni.

Che valore ha per voi la multiculturalità?
Per noi la multiculturalità è una ricchezza e un’occasione di contaminazione. Allo stesso tempo, sentiamo il bisogno di contribuire a cambiare la narrativa sulla multiculturalità, sull’immigrazione, sulle persone rifugiate: lo facciamo attraverso la cultura valorizzando il talento. Già lo scorso anno abbiamo lavorato in questa direzione in occasione del BAM Summer Festival, invitando artisti e musicisti con background migratorio e rifugiati, e aderendo come prima realtà italiana alla Refugee Week, il festival internazionale che celebra creatività e resilienza di chi proviene da contesti di migrazione. Credo che oggi cultura e società debbano dialogare sempre di più per generare un impatto reale.

Che ruolo gioca la multiculturalità nel programma del 2026?
Anche quest’anno aderiamo alla Refugee Week e per l’occasione domenica 29 marzo 2026 inaugurazione la nuova stagione culturale con Multi-Kulti BAM Spring Festival. Momento culminante della giornata sarà lo spettacolo Patience – realizzato in collaborazione con MILANoLTRE Festival – del coreografo libanese Charlie Khalil Prince, dove abbiamo coinvolto 70 giovani danzatori di DanceHaus Milano a lavorare sul tema della multiculturalità. È un progetto molto significativo perché non solo attiva il territorio coinvolgendo 70 suoi artisti, ma si apre all’intera cittadinanza grazie a un momento di restituzione finale che trasforma la danza in un potente strumento di connessione tra persone e culture diverse.

Tutto il Multi-Kulti BAM Spring Festival è incentrato sulla danza. Che ruolo può assumere questa disciplina nella vostra missione culturale?
La danza è un linguaggio universale, immediato, capace di creare relazione senza bisogno di mediazioni. Per questo è particolarmente coerente con la nostra visione. Allo Spring Festival ospitiamo cinque coreografi di levatura internazionale che lavorano proprio sul dialogo tra culture: oltre a Charlie Khalil Prince, ci saranno Carlo Massari, Roberto Castello, Stefano Fardelli e Stefania Ballone. Fardelli presenterà “OMMANIPADMEHUM”, uno spettacolo alla sua prima italiana e che ha debuttato a Calcutta, in India. EurAsia Dance Project International Network mette a contatto coreografi con tradizioni occidentali e orientali, creando quotidianamente un ponte e un dialogo tra culture diverse. Roberto Castello presenterà invece il progetto “CHAMA”, che in swahili significa festa, comunità, partecipazione. Per attrarre un nuovo pubblico multiculturale abbiamo costruito una rete importante con tante realtà sociali e umanitarie – fra cui UNHCR – Agenzia ONU per i Rifugiati, INTERSOS – Organizzazione Umanitaria ETS, Croce Rossa Italiana – Comitato di Milano, Caritas Ambrosiana, Milano Welcome Center e SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione del Comune di Milano), Amnesty International Italia – strutturando dei momenti di approfondimento, perché per noi è fondamentale affiancare alla qualità artistica anche una dimensione sociale, educativa e partecipativa.

Anche in questo senso, come dite voi, BAM è un “ecosistema culturale a cielo aperto”…
Sì, BAM è un ecosistema culturale a cielo aperto perché mette in relazione mondi diversi. In soli sette anni di vita – stiamo entrando nell’ottavo – abbiamo convolto 4.900 artisti e costruito 592 collaborazioni con realtà che vanno dalle università alla diplomazia, dalle associazioni al mondo della ricerca.  Questo esplicita il nostro voler essere una rete che promuove un’offerta multidisciplinare: musica, danza, teatro e circo; ma anche talk nella natura con gli artisti, passeggiate botaniche fra biodiversità e arte, attività di benessere con la community del parco… BAM è un laboratorio a cielo aperto in cui le comunità vengono ascoltate e coinvolte e in cui le connessioni diventano pratiche concrete di partecipazione e condivisione.

Qual è, quindi, l’impatto che BAM vuole generare sul pubblico con le sue attività di quest’anno?
Lo abbiamo dichiarato nel titolo: vogliamo contribuire a generare una forma di intelligenza collettiva. Creare contesti in cui le persone possano incontrarsi, condividere esperienze e sentirsi parte di qualcosa. Un altro impatto fondamentale è legato al benessere dei cittadini: con una proposta inclusiva e accessibile che favorisce una crescita non solo culturale, ma anche intellettuale, emotiva e sociale, in relazione con la natura.

Cosa caratterizza la programmazione del 2026?
BAM è sempre più un laboratorio artistico a cielo aperto con tante occasioni per i giovani artisti di lavorare fianco a fianco con le compagnie internazionali invitate. La programmazione di quest’anno esprime il nostro desiderio di essere eclettici e sperimentatori. È un programma che attraversa linguaggi e immaginari diversi, mettendo in dialogo tradizione e contemporaneità. Il programma spazia da Moira Orfei a San Francesco, passando per un’orchestra di musica classica senza direttore fino alle compagnie di circo contemporaneo più importanti al mondo. Questa pluralità è per noi essenziale, perché riflette la complessità del presente e permette di raggiungere pubblici differenti.

Ci racconta qualche appuntamento?
Tra le tappe principali su cui vorrei soffermarmi c’è sicuramente BAM Circus a maggio, che celebra il suo quinto anno con importanti compagnie internazionali, come ad esempio Collectif XY. BAM Circus è un’esperienza tout public, un festival che parla di meraviglia, ma anche di relazione: ogni acrobazia nasce dalla fiducia nell’altro. Ci sarà, poi, il 21 giugno BAM Summer Festival che celebra gli 80 anni della Repubblica con oltre 500 musicisti per un grande momento collettivo che restituisce alla musica il suo valore più democratico. Abbiamo costruito un’architettura musicale non stop, un’onda sonora dalle 10 di mattina alle 10 di sera che coinvolgerà 12 formazioni bandistiche. La banda è una forma musicale democratica, nonché una grande eccellenza italiana diffusa sul territorio, dal piccolo paesino alla grande città. La tradizione musicale italiana sarà al centro anche dei BOOM BAM, quattro concerti al tramonto che esploreranno le tradizioni musicali del nostro Paese, da Milano al sud Italia, in chiave contemporanea. Infine, non può mancare a settembre l’appuntamento con il Back to the City Concert, con cui abbiamo inaugurato BAM, e la scelta di quest’anno – cioè Spira Mirabilis – è stata davvero mirata. Spira Mirabilis, infatti, è una orchestra che suona senza direttore, portando avanti l’esperienza delle prime parti di importantissime orchestre mondiali. Un progetto che incarna profondamente la nostra visione: generare impatto attraverso la partecipazione attiva, la responsabilità condivisa e l’ascolto reciproco.

Vittoria Caprotti

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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da giugno 2024 lavora a Casa Testori occupandosi della comunicazione; dell'organizzazione di mostre, eventi e laboratori; dello spazio espositivo La Collezione -…

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