Provincia Cosmica. Uno dei più importanti street artist al mondo vive a Pescara
Negli ultimissimi anni Millo è riuscito a ritagliarsi uno spazio di prim’ordine nella scena della street art mondiale. Alex Urso lo ha raggiunto nel suo studio a Pescara, per capire come si può essere “globali” pur restando in provincia
Bambini incastrati in labirintici scenari urbani, come piccoli Gulliver in cerca di spazio nel mondo. I personaggi di Millo (al secolo Francesco Camillo Giorgino) sono tra i più amati e riconoscibili della street art. In pochi sanno però che lo studio dell’artista (nato Mesagne nel 1979) si trova a Pescara. È in questo luogo di provincia, situato tra il Gran Sasso e il mare Adriatico, che nasce il suo stile onirico e infantile, esportato sui muri delle più grandi capitali del globo.

Intervista a Millo
Partiamo dalle basi: quando e con quali ambizioni hai iniziato la tua attività di street artist?
Non c’è stato un momento esatto in cui mi sono detto “da grande farò lo street artist”. Disegno da quando ho memoria, è sempre stato il mio modo di stare al mondo. Quasi per sfida e per curiosità, verso il 2005 ho iniziato a portare quei disegni sui muri, e da allora non mi sono più fermato.
Non credo di poter davvero parlare di ambizione. Per me era semplice urgenza, quella di esprimermi, e in fin dei conti cercavo uno spazio in cui tutto potesse fluire con semplicità. Ho compreso “facendo” che il mio mondo riusciva a dialogare con quello vero, che le mie città e i miei personaggi vivevano nella realtà che mi circondava.
Avere avuto una formazione da architetto ti permette di intervenire sugli edifici con uno sguardo duplice, più consapevole rispetto a quello di altri colleghi. I temi dell’urbanistica e dello sviluppo delle metropoli contemporanee sono aspetti che tornano anche visivamente nel tuo lavoro. E allora ti chiedo: come stanno cambiando le città?
Sicuramente la mia formazione da architetto è il mio “set di attrezzi” invisibile. Se dovessi tracciare un asse cartesiano inserendo sull’ordinata il tempo e sulle ascisse i progressi, solo negli ultimi quindici anni credo si possa parlare di un reale miglioramento dello sviluppo delle metropoli, specie considerando l’ascesa di temi come la sostenibilità e la qualità della vita.
Questo vuol dire che considero gran parte di quello che è stato creato in precedenza, tra gli Anni Settanta e Novanta, assolutamente aberrante. E ciò che è ancor più triste è quanto sia difficile migliorare gli interventi nati in quegli anni; mi riferisco all’Italia e a moltissime altre nazioni nella nostra identica situazione. Per fortuna ve ne sono delle altre da cui poter trarre ispirazione.
Lo studio di Millo a Pescara
Sei originario della Puglia, ma hai scelto Pescara come base. Che contesto hai intorno a te?
Pescara è la città che mi ha adottato ormai da molti anni. Pescara è un posto strano: è stata rasa al suolo dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, e tutto è paradossalmente nuovo, Anni Cinquanta e Sessanta. È una città che ha vissuto un forte fermento artistico fino al primo decennio del 2000 e che adesso sento annaspare. È innegabile che in seguito alla crisi economica che ha colpito un po’ tutta l’Europa anche Pescara non si sia davvero salvata; sono venuti a mancare molti posti di aggregazione, posti in cui la cultura era l’arma per combattere la vita di provincia, e quei pochi che restano stanno facendo molta fatica. È una città borghese con vista mare, che aiuta il respiro quando ci si sente stretti tra le sue vie. La mia vita in movimento mi aiuta a mettere a fuoco quello che in questo posto manca, e serbo dentro la speranza di una nuova rinascita.
Sei spesso in giro per il mondo, appunto: Brasile, Giordania, Stati Uniti sono solo alcuni dei Paesi che ospitano i tuoi murales. Avere il tuo studio in una realtà di provincia è un limite alla tua attività di street artist “globale”?
Molti mi chiedono se vivere qui sia un limite per una carriera globale, ma la risposta è assolutamente no. Semplicemente è un po’ più faticoso avere ciò che offre una grande città. Lo studio per me è un posto di passaggio, in cui mi concentro. Non credo farebbe differenza se si trovasse altrove.
Da anni il dibattito sull’arte urbana è aperto. Al centro delle riflessioni c’è l’aderenza delle opere ai contesti in cui vengono instaurate. Quanto è importante il dialogo con la comunità, nel momento in cui si stabilisce di creare un’opera in un contesto cittadino?
È fondamentale. Quando dipingo un muro non sto solo facendo un esercizio di stile: sto entrando a casa di qualcuno. Quella parete apparterrà alle persone che ci passano davanti ogni giorno e successivamente a tutte quelle che la osserveranno da remoto. Mi piace pensare che le persone possano rivedersi nei miei giganti, che le mie storie diventino un po’ anche le loro.
Nel tuo caso come avviene il processo di lavoro? Esiste un’adesione al contesto? C’è uno studio della storia e dei valori locali, prima di iniziare la fase realizzativa?
Prima di iniziare studio sempre il contesto. Ascolto la sua storia e le storie che chi mi invita mi racconta; cerco di assorbirne l’atmosfera, i valori e le fragilità. Quello che creo è ciò che quel luogo mi trasmette. Per me l’adesione al contesto avviene più per empatia che per documentazione accademica.

Come cambieranno le città secondo Millo
Il binomio street art-rigenerazione è sempre vero? I territori marginali hanno bisogno di arte per “rinascere”?
Il binomio street art-rigenerazione è un tema delicato. L’arte non è la bacchetta magica che risolve i problemi strutturali di un quartiere: non porta servizi, non aggiusta le strade, non crea lavoro da sola. Però può essere la scintilla. Può cambiare la percezione che gli abitanti hanno del proprio spazio e accendere i riflettori su aree dimenticate. La rigenerazione vera è un processo sociale complesso; l’arte ne è la parte visibile, quella che regala dignità e bellezza a chi spesso non ne riceve.
Viviamo in città sempre più sature di interventi di arte urbana; la street art stessa si è trasformata nel tempo da azione di protesta a strumento di decoro. Quale futuro vedi per questa disciplina? Ne percepisci un’evoluzione, anche in relazione all’evolversi dei contesti urbani?
È vero, siamo passati dalla protesta al “decoro”, e il rischio di diventare un contenuto di marketing è reale. Tuttavia, credo che la street art continuerà a evolversi perché il bisogno di umanizzare le città non svanirà mai. Il futuro lo vedo in una maggiore integrazione con lo spazio: non solo dipinti bidimensionali, ma interventi che dialogano con il verde urbano, con l’architettura stessa e con le nuove tecnologie.
Alex Urso
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