Giro d’Italia. L’Aquila di oggi raccontata da uno storico dell’arte

Gli scatti di Claudia Pajewski accompagnano il racconto della città in una nuova tappa del nostro Giro d’Italia. A quasi 20 anni dal sisma che la colpì, L’Aquila si sta finalmente lasciando alle spalle gru e cantieri, tornando a svelare tutta la sua bellezza

Negli ultimi anni, chiunque arrivasse a L’Aquila percorrendo l’A24 veniva colpito dal gran numero di gru che si stagliavano all’orizzonte. Una foresta metallica che svettava sopra i tetti del capoluogo abruzzese, caratterizzando quello che a lungo è stato definito “il cantiere più grande d’Europa”. Ora le gru stanno diminuendo un po’ alla volta, generando uno strano sentimento che sembra andare in controtendenza rispetto al resto del Paese: mentre la gran parte degli italiani di anno in anno ha la sensazione che le cose vadano sempre peggio, gli aquilani danno l’impressione di vivere proiettati nel futuro, convinti che le cose, passo dopo passo, vadano avanti anziché indietro.

L'Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski
L’Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski

L’Aquila tra certezze e presagi

Infatti, con calma ma con costanza, aprono nuovi negozi in centro, pezzi di città vengono restituiti ai cittadini, riaprono palazzi, cortili e luoghi culturali. L’assegnazione del titolo di Capitale Italiana della Cultura 2026 sembra aver messo la ciliegina sulla torta a questo sentimento, generando un clima di orgoglio e di grandi aspettative. Vedremo cosa accadrà… Anche perché, a dirla tutta, L’Aquila non è una città “facile” o priva di contraddizioni e conflitti. Già la sua fondazione, infatti, è da considerare un presagio. Nata nel 1254 in chiave antifeudale fu, poco dopo, rasa al suolo da Manfredi di Svevia (nel 1259) mentre, nei secoli successivi, ci pensarono i terremoti a farne di nuovo un cumulo di macerie: nel 1315, nel 1461, nel 1703 e, infine, nel 2009. Eppure, la città resiste e, come recita il motto del suo stemma, immota manet (resta immobile, ferma nelle sue convinzioni). Però, in questa apparenza granitica, si insinuano le ambiguità, frutto di domande inevase. Ad esempio, sempre nello stesso stemma, assieme al motto e all’aquila rampante, ci sono 3 lettere, PHS, che nessuno sa bene cosa significhino. Probabilmente un errore di trascrizione del cristogramma IHS, ma non vi è certezza. Una inspiegabile “inesattezza”, un po’ come quella che si riscontra nella celebre Fontana delle 99 cannelle che, se hai la pazienza di contarle, non sono realmente 99.

L'Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski
L’Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski

Una città di monumenti defilati

La città è un rebus o un enigma; vedi, ad esempio, la possente presenza del Castello cinquecentesco che sta lì, nascosto da un parco e un po’ defilato, senza mai aver avuto una vera funzione: non fu mai teatro di battaglie, non ospitò guarnigioni numerose, né servì davvero come baluardo difensivo. Gli fa da contrappunto, esattamente dall’altra parte della città, l’altrettanto defilata Basilica di Collemaggio, con la sua facciata di pietre locali bianche e rosa pallido. Anche se questa, un senso e una funzione ce l’ha avuta e ce l’ha tutt’ora.

L'Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski
L’Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski

L’Aquila tra le montagne

Sempre in tema di dualità, mi viene da pensare al Corso che, in realtà, ha due nomi: si chiama Corso Vittorio Emanuele II quello che dalla Fontana Luminosa arriva a piazza Duomo e Corso Federico II quello che prosegue fino alla Villa Comunale. Fin qui niente di strano; la cosa interessante è che il lungo rettifilo, con una prospettiva a cannocchiale, ha come fondale scenografico ben due catene montuose: a nord il Gran Sasso e a sud, verso porta Napoli, il Sirente-Velino.

L'Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski
L’Aquila, 2025. Courtesy Claudia Pajewski

L’Aquila dopo il sisma

Ma per me l’ambiguità più grande è il fatto che, dopo il sisma del 2009, la città ha deciso che l’unico segno di modernità andasse racchiuso all’interno dei muri dei palazzi e delle chiese, dove è stata usata la più sofisticata tecnologia per restaurare e consolidare gli edifici. Per il resto, a parte la contestata ripavimentazione del Corso e di Piazza Duomo, gli unici segni della contemporaneità – anche il MAXXI è finito in un Palazzo settecentesco! – sono l’Auditorium di Renzo Piano, che in realtà doveva essere temporaneo, e le altrettanto fintamente temporanee abitazioni residenziali del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) che gli aquilani chiamano “Case di Berlusconi” o, più ironicamente, “berluschouse” o “piercase”.

Insomma, personalmente, da quando interrogo questa città ancora non riesco ad avere una risposta definitiva, come quando chiedo: “Ma si scrive dell’Aquila o de L’Aquila?”.

Silvano Manganaro

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