La “Città Ideale”. Ecco perché dei tre dipinti solo in quella di Urbino c’è la mano del Pollaiolo 

Il critico e storico Massimo Giontella spiega perché delle tre versioni dell’opera che condensa i principi del Neoplatonismo e dell’architettura Albertiana, solo in quella urbinate ci sia il tocco del Maestro; proponendone peraltro una nuova datazione…

In altro articolo della rivista ho sostenuto che Federico di Montefeltro, proprio all’inizio degli Anni ’70 del Quattrocento, acclarato che Antonio del Pollaiolo aveva acquisito la piena conoscenza dei principi di Leon Battista Alberti in architettura, congedò Luciano Laurana e costituì una triade di lavoro al Palazzo Ducale costituita dal citato artista come capo-fabbrica, coadiuvato in pittura da Fra Carnevale e in scultura da Ambrogio Barocci. Triade che portò avanti i lavori fino alla dipartita del Duca nel 1482. In questo quadro deve essere inserita la realizzazione della Città Ideale di Urbino, ma occorre una premessa storica.  

Fra Carnevale su disegno di Antonio del Pollaiolo, “Città Ideale”, Urbino
Fra Carnevale su disegno di Antonio del Pollaiolo, “Città Ideale”, Urbino

Nella prima metà degli Anni ’70 del Quattrocento andavano molto di moda lettucci con spalliere che presentavano prospettive. Nell’articolo della rivista che tratta della Tavola Strozzi, ho riassunto le vicende del dipinto che tanto hanno fatto discutere la critica d’arte. In sintesi Filippo Strozzi fece dono a Re Ferrante d’Aragona di un lettuccio intarsiato in legno con la veduta di Napoli, opera dei Da Maiano su disegno di Antonio del Pollaiolo. Dallo stesso disegno Filippo Strozzi fece fare un dipinto per sé, la Tavola Strozzi, per un lettuccio che trattenne a Firenze. Orbene la Città Ideale Urbinate e le due sue consorelle di Baltimora e Berlino sembra proprio che avessero la stessa destinazione; sulle loro contrastate datazioni torneremo poi. Ora concentriamoci sulla tavola di Urbino ben diversa dalle sue consorelle. 

Antonio del Pollaiolo, “Tavola Strozzi”, museo San Martino Napoli
Antonio del Pollaiolo, “Tavola Strozzi”, museo San Martino Napoli

La “Citta Ideale” di Urbino  

In un inventario ducale del 1599 si legge “Item un quadro longo di una prospettiva antica ma bella di mano di Fra Carnevale”. Il riferimento è preciso e indiscutibile per quanto riguarda la paternità della stesura finale del dipinto; ciò che stride è la diversità tra la perfezione assoluta del disegno preparatorio, quale appare all’esame radiografico e la seguente stesura pittorica che non lo rispetta alla perfezione. Sono due mani diverse: il disegno preparatorio è stato fatto dal maestro Antonio del Pollaiolo e la stesura pittorica dal frate: una combinazione ricorrente nelle opere di Urbino. Antonio del Pollaiolo frequentemente si celava come autore di un’opera d’arte ma lasciava sempre un segno. Sul cornicione di un palazzo del dipinto ci sono due tortore, animali che rimangono in coppia per tutta la vita. La cui presenza simboleggia il legame consolidato tra Pollaiolo e Fra Carnevale e i rispettivi ruoli. Una tortora – Fra Carnevale – si sporge dal cornicione, mentre l’altra tortora rimane – Pollaiolo, autore del disegno – rimane più indietro. 

L’analisi della “Citta Ideale” dipinta per il Palazzo Ducale di Urbino 

Il dipinto era concepito per Palazzo Ducale perché non ci sono personaggi ma solo vegetali, in riferimento a Federico di Montefeltro. Il bosso simbolo di immortalità, l’edera di fama eterna, il fiordaliso di virtù e il ligustro di forza e temperanza. Passando ad un esame generale dell’opera ci si rende immediatamente conto della sua grandiosità perché racchiude in sé il Neoplatonismo e i principi di Leon Battista Alberti in Architettura. Al centro della composizione un tempio, forse un mausoleo. Sullo sfondo gli spazi ristretti delle costruzioni medievali cedono gli ampi spazi del primo piano, che vogliono rievocare l’agorà, alla costruzione rinascimentale. Tutte le costruzioni convergono sul tempio in un insieme armonico e disciplinato. È tutto nell’uno e l’uno nel tutto come nel Corpus Hermeticum di Ermete Trismegisto e Plotino.  

Il senso di armonia di matrice neoplatonica trasmesso dalla “Città Ideale” 

L’esaltazione del Neoplatonismo fiorentino, di cui Pollaiolo era il massimo esponente artistico, si unisce ai dettami di Leon Battista Alberti, l’umanista che viaggiava in parallelo con i neoplatonici fiorentini ortodossi. Secondo il binomio architettura e musica elaborato dall’architetto nel De Re Aedificatoria: in una struttura architettonica tutte le parti, anche le più piccole, se sono progettate secondo costanti di riferimento, partecipano in modo solidale all’unitarietà della costruzione, così come tutte le componenti di un brano musicale sono unificate da specifici accordi armonici che le rapportano periodicamente a una nota principale. 
Guardando la Città Ideale urbinate si avverte un senso di armonia e un aleggiare intorno di una melodia settecentesca; si tratta della Sinfonia numero 40 in sol minore k 550 di Wolfgang Amadeus Mozart.  

Le altre due versioni del dipinto a Baltimora e Berlino  

Ben diverse sono le vedute di Baltimora e di Berlino in cui è possibile riconoscere la mano di Fra Carnevale priva dell’illuminante guida del Pollaiolo. La veduta di Baltimora presenta un edificio, dove convergono le linee prospettiche, affossato tra strutture più grandi ammassate tra loro senza nessuna armonia compositiva né logica progettuale. Peraltro, compresenza del Colosseo e del Battistero di Firenze priva l’opera di qualsiasi pregio ideativo. 
La veduta di Berlino presenta in primo piano una loggia che maschera la città e la convergenza delle linee prospettiche si realizza sullo sfondo vuoto del porto, vanificando ulteriormente le strutture architettoniche.  

La datazione della “Città Ideale” di Urbino 

Per quanto riguarda la datazione della Città Ideale di Urbino, sebbene parte della critica l’abbia collocata tra il 1480 e il 1490, c’è un dato documentale che, al contrario, prova una precedente datazione, intono al 1475; nello specifico, in concomitanza alla realizzazione del Doppio Ritratto di Federico e Guidobaldo, ove compare il tempio rotondo della Città Ideale, solo in parte volutamente mascherato. Presenza da cui derivano due deduzioni. Se per l’età di Guidobaldo il doppio ritratto risale al 1477 circa, allo stesso periodo va datata la Città Ideale. Inoltre, la presenza del tempio induce a pensare che il dipinto sia il frutto della collaborazione tra Antonio de Pollaiolo e Fra Carnevale.

Del resto, anche Lucco ha rimarcato che Berruguete non andò mai a Urbino e il suo stile non ha legami con il Doppio Ritratto

Massimo Giontella

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Massimo Giontella

Massimo Giontella

Medico e fisiatra, studia Antonio del Pollaiolo da quindici anni insieme a Riccardo Fubini, ordinario emerito di Storia del Rinascimento presso l'Università di Firenze. È autore, insieme al professor Fubini, di nove pubblicazioni su Antonio del Pollaiolo uscite in riviste…

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