“Così si penalizza il mercato”. Allarme del gallerista Christian Deydier sul nuovo Regolamento europeo per i beni culturali
A otto mesi dall’entrata in vigore di nuove regole sull’importazione dei beni culturali, il dibattito tra i professionisti del settore è acceso. Il gallerista Christian Deydier evidenzia i rischi della nuova regolamentazione UE
Il 17 aprile 2019 il Parlamento Europeo e il Consiglio dell’Unione Europea sottoscrivevano il Regolamento (UE) 2019/880 relativo all’introduzione e importazione di beni culturali, un provvedimento nato anche come risposta alle incursioni terroristiche in Siria e Iraq e alla depredazione di alcuni siti di interesse storico e archeologico. Le istituzioni europee si proponevano così di lottare contro il traffico illecito di beni culturali e garantire la tracciabilità e legittimità della provenienza delle opere importate nel territorio dell’Unione. Ma gli effetti sulla filiera dell’arte sembrano andare anche in altre direzioni e il dibattito è acceso, guidato, tra gli altri, dal gallerista francese Christian Deydier, che sulla Gazette Drouot si è espresso sulla questione, lanciando un’invettiva dal titolo tagliente: On nous tue (Ci stanno uccidendo). In esclusiva per Artribune, Deydier è tornato sul tema per tracciare un quadro degli scenari che si stanno delineando nel mercato europeo.
Come funziona il nuovo regolamento europeo sull’importazione dei beni culturali
Solo a partire dal 28 giugno 2025 la misura è entrata pienamente in vigore, istituendo una serie di disposizioni che hanno subito sollevato forti perplessità tra gli operatori del mercato dell’arte. Tra le novità c’è innanzitutto l’introduzione di una licenza d’importazione che si applica ai beni più esposti al rischio di traffici illeciti, in particolare quelli risalenti a più di 250 anni fa e quelli derivanti da scoperte archeologiche e scavi, siano essi autorizzati o irregolari. Con l’eccezione di importazioni temporanee destinate a scopi pedagogici, scientifici o espositivi, dunque, l’ingresso di un bene culturale nel territorio europeo è ora subordinato all’ottenimento di tale licenza. Per ottenerla, è necessario inviare una richiesta tramite la piattaforma centralizzata ICG (Import Cultural Goods), anch’essa entrata in funzione lo scorso giugno, presentando un dossier dettagliato che certifichi la provenienza legale dell’opera.
Il secondo strumento introdotto è invece la dichiarazione dell’importatore, obbligatoria per i beni culturali con più di 200 anni e un valore superiore a €18.000. Anche in questo caso la dichiarazione va presentata tramite la piattaforma ICG, corredandola di un documento standardizzato in cui descrivere i beni in modo dettagliato al fine di permetterne un’identificazione puntuale.

L’allarme dei mercanti sugli effetti delle riforme europee
In entrambi i casi, se non è possibile individuare lo Stato di creazione o scoperta del bene, oppure se il bene è stato esportato prima del 24 aprile 1972 (data della Convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio mondiale), l’importatore deve fornire documentazione che ne attesti la legittima detenzione all’estero per almeno cinque anni, come cataloghi d’asta, fatture o polizze assicurative.
Al di là degli obiettivi dichiarati del regolamento, numerosi professionisti della filiera artistica hanno sollevato preoccupazioni sulla sua applicazione pratica e sul suo impatto reale sul mercato dell’arte. Tra le voci più autorevoli e ferventi, che sin dall’inizio hanno messo in guardia sulle conseguenze delle misure adottate, spicca, dicevamo, quella di Christian Deydier, specialista di arte cinese riconosciuto a livello mondiale, già presidente del Sindacato nazionale francese degli antiquari e della Biennale degli Antiquari. Lo abbiamo raggiunto per capire cosa sta succedendo nel mercato dell’arte dopo l’entrata in vigore del regolamento.
L’intervista al gallerista francese Christian Deydier
In quale misura il titolo provocatorio del suo intervento sulla Gazette Drouot riflette la condizione attuale del mercato dell’arte?
Se il titolo scelto è provocatorio, è per attirare l’attenzione su questa normativa che ci penalizzerà fortemente, fino a provocare persino la scomparsa di alcune specialità dal mercato dell’arte. È un appello per dire ai funzionari che hanno redatto questo testo: aprite gli occhi, guardate la realtà del mercato, pensate alle conseguenze di questa normativa e soprattutto chiedetevi se questa regolamentazione risolverà davvero problemi come il riciclaggio, la tracciabilità e la lotta contro il traffico dei beni culturali. La risposta è no. Forse avrei dovuto scrivere che l’Europa ci sacrifica per lavarsi la coscienza?
Tra le conseguenze, c’è anche la possibile delocalizzazione del mercato verso Paesi con minori vincoli amministrativi. Lei stesso ha chiuso la sua galleria parigina per continuare a Hong Kong. In che misura questa decisione è direttamente legata al nuovo Regolamento?
Questa normativa è solo uno dei molti problemi che penalizzano la mia professione. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Per questo ho deciso di chiudere la mia galleria.
Quanto è o non è competitiva allora l’Europa rispetto agli altri mercati?
In Europa affrontiamo il problema dei tempi di ottenimento dei documenti di esportazione. In Francia è necessario il certificato di bene culturale [per l’uscita dal territorio nazionale, N.d.R.] e, se esportiamo al di fuori della Comunità europea, occorre anche una licenza di esportazione. I tempi per ottenere questi documenti sono molto lunghi, complessivamente diversi mesi. A questi si aggiunge ora il tempo necessario per ottenere il certificato di importazione, che può richiedere anch’esso diversi mesi. Come si può lavorare in attesa di tutti questi documenti?
Tra le conseguenze del Regolamento, Lei denuncia la possibile scomparsa progressiva di alcune specialità del mercato dell’arte antica, oltre al calo dei collezionisti per determinate categorie di beni culturali. Dal giugno 2025, ha già notato dei cambiamenti su questi fronti?
Il tempo trascorso è troppo breve, tuttavia possiamo già osservare che nessuno dei miei colleghi ha ottenuto l’autorizzazione a importare in Francia e che, oggi, i collezionisti si interessano più alla provenienza e alle pubblicazioni attorno all’oggetto piuttosto che alla qualità e alla rarità dello stesso. Il problema è che molte provenienze si basano su delle fatture antiche, prive di foto o descrizioni precise dell’oggetto. Ad esempio, in una recente vendita pubblica, una testa cinese in pietra aveva come provenienza la galleria C.T. Loo (importante galleria d’arte cinese a Parigi nel secondo Dopoguerra), ma sulla fattura si leggeva semplicemente “una testa in pietra”! E casi di questo tipo sono numerosi. Oggi, dunque, la maggior parte dei collezionisti ricerca soprattutto la provenienza. Lo stesso vale per le case d’asta che accettano oggetti solo con documentazione di provenienza.
Lei cita inoltre una possibile riduzione delle donazioni ai musei (francesi, ma lo stesso discorso vale per l’Italia) e dunque dei rischi concreti per il patrimonio culturale.
Le persone sembrano dimenticare un legame fondamentale nel mercato dell’arte. Se ci sono buoni mercanti, ci saranno buoni collezionisti e, di conseguenza, eccellenti donatori ai musei. È impossibile separare mercanti, collezionisti e musei: se uno di questi anelli viene meno, l’intero sistema crolla. Ci sarà allora un pericolo reale per la salvaguardia del patrimonio culturale e la diversità culturale.
Quali adattamenti sarebbero necessari per permettere al mercato dell’arte europeo di restare competitivo, pur rispettando gli obiettivi di tracciabilità e di lotta al traffico illecito di beni culturali?
Per avere un reale controllo del mercato, è necessario creare un mercato legale con i documenti adeguati, come in Francia il certificato di bene culturale, e una lista dei tesori nazionali. In questo modo non servirebbero normative punitive poiché sarebbe il mercato stesso, insieme ai professionisti del settore, a fare da “polizia”.
A conclusione del suo intervento, ha affermato che il Regolamento è “un successo per instupidire la creazione artistica, che si riduce a una banana su un muro!”. Hai dei dubbi sulla vitalità della creazione artistica e cosa teme per il futuro?
Questa regolamentazione rischia di trasformare profondamente la fisionomia del mercato. Si osserva già un’evoluzione verso un approccio essenzialmente documentaristico e di marketing, in cui la provenienza e la conformità alle norme amministrative prevalgono sistematicamente sulla qualità intrinseca e sulla rarità delle opere. Questo spostamento dello sguardo può impoverire il dibattito artistico e patrimoniale a lungo termine. Più in generale, il mercato dell’arte conosce da diversi anni una deriva verso logiche di comunicazione e di speculazione. La questione non è giudicare la creazione contemporanea, ma interrogarsi sulla solidità storica e patrimoniale di alcune pratiche. Cosa resterà, tra un secolo, di opere il cui valore si basa principalmente su un effetto mediatico?
Jennifer Marie Collavo
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