Come sarà la decima edizione fiera Art Monte-Carlo nel Principato di Monaco
Con 26 gallerie pronte a darsi appuntamento al Grimaldi Forum, la fiera monegasca scommette su nuove date in primavera e una nuova sezione curata accompagnata da una mostra ispirata alle riflessioni di Luis Buñuel che prenderà vita in un bar perfettamente funzionante. L'intervista al suo curatore Stefano Rabolli Pansera
Celebra il suo decimo anno la fiera Art Monte-Carlo, nel Principato di Monaco, che si terrà dal 29 aprile all’1 maggio 2026 (con preview il 28 aprile). Per la speciale edizione di anniversario la fiera boutique, sotto l’Alto Patronato di S.A.S. Principe Alberto II, accoglierà 26 gallerie internazionali di arte moderna e contemporanea al Grimaldi Forum di Monaco, nelle nuove date di primavera e non più a luglio, accompagnata dalla Monaco Art Week, che va dal 27 aprile all’1 maggio.
Tra le novità del Salon Art Monte-Carlo c’è anche una nuova sezione curata, al cui cuore risiede una mostra collettiva a cura di Stefano Rabolli Pansera e ispirata a Luis Buñuel, che prende forma nello spazio, reale e simbolico, di un bar perfettamente funzionante.

La 10° edizione di Art Monte-Carlo
Diverse sono le gallerie al debutto ad Art Monte-Carlo 2026, comprese l’italiana Secci, ma anche Mitterrand di Parigi, come pure A&R Fleury, e poi Cecilia Hillström Gallery da Stoccolma, Fabienne Levy di Losanna, Giovanni Martino Projects da Lugano, da Busan Lee & Bae, Ritsch-Fisch Galerie di Strasburgo e le monegasche Hartford Fine Art – Lampronti Gallery e M.F. Toninelli Art Moderne, mentre confermano e rinnovano la loro presenza, tra le altre, Almine Rech, Cortesi, Galleria Continua, Suzanne Tarasieve, Semiose, Van de Weghe, Voena, Wilde, per un totale di 26 espositori.
Ad accompagnare le giornate di fiera sarò poi un denso public program e una serie di incontri e talk con la partecipazione di collezionisti e professionisti del mercato dell’arte, tra cui il fotografo Juergen Teller, Simon de Pury, tra i più noti banditori d’asta, oltre che collezionista e consulente nel mercato dell’arte, e Batia Ofer, collezionista e filantropa, mentre si compie anche il passaggio per la manifestazione nella sfera di influenza di Informa Prestige, la divisione lusso della società di eventi Informa.
Una mostra curata in fiera ad Art Monte-Carlo
Mentre al cuore della sezione curata della fiera ci sarà Earthly Delights, la mostra collettiva affidata all’architetto e curatore Stefano Rabolli Pansera, che raccoglie opere, per citarne solo alcune, di Alvaro Barrington (Emalin), Francis Alÿs (Jan Mot), Leonora Carrington (Rosso Granada), Marcel Dzama (David Zwirner), Hans Josephsohn (Kesselhaus Josephsohn/Galerie Felix Lehner), Martin Kippenberger (Galerie Layr), Ed Ruscha (Studio Bruno Tonini).
Gli artisti e i lavori selezionati sono uniti dall’esplorazione di forme di intimità, di introspezione e della percezione attraverso azioni modeste come l’attendere, l’osservare, il disegnare, che diventano vere e proprie strategie artistiche. Ispirata agli scritti di Luis Buñuel sul bar come spazio di solitudine, contemplazione, in cui la mente può vagare e perdersi, la mostra mette al centro della creazione il piacere e la possibilità di una relazione con il mondo basata sull’osservazione minuta del dettaglio e sull’immaginazione. Abbiamo raggiunto il curatore per farci raccontare di più come si lavora a un progetto espositivo all’interno di un contesto orientato, invece, al mercato e quali gli obiettivi del progetto.

L’intervista al curatore Stefano Rabolli Pansera
Come hai orientato il tuo lavoro per una mostra curata all’interno di un contesto fieristico?
Il mio approccio curatoriale non è cambiato in modo sostanziale: parte sempre dalla definizione precisa di un tema, spesso collocato nel dialogo tra architettura e arte. Nel caso di Art Monte-Carlo, il punto di partenza è stata l’idea di un bar funzionante, inteso come spazio fisico e insieme concettuale, Earthly Delights, che prende il titolo dalle riflessioni di Luis Buñuel sul bar come luogo di immaginazione, rituale e introspezione. Earthly Delights propone il piacere come condizione creativa: i rituali edonistici e il raffinamento sensoriale diventano forze generative, e l’immaginazione si trasforma in un modo di fare esperienza del mondo.
A partire dallo spazio del bar, le opere indagano quindi insieme la possibilità del piacere e il suo incrociarsi con la creazione.
Per Buñuel, il bar – pur radicato nella vita metropolitana – non è tanto uno spazio di socialità quanto di solitudine: un’oasi silenziosa e in penombra in cui il pensiero può vagare e le immagini prendere lentamente forma. I piaceri terreni, ripetuti con precisione ossessiva, diventano strumenti per alimentare l’immaginazione. Questa idea di piacere disciplinato costituisce il quadro concettuale delle opere presentate. I lavori riuniti in Earthly Delights si concentrano su intimità, percezione e ripetizione. Attraverso gesti minimi – l’attesa, il disegnare distrattamente, l’osservazione – trasformano i rituali ordinari in strategie artistiche. Più che allo spettacolo, queste opere privilegiano la prossimità e l’introspezione. All’interno del Salon Art Monte-Carlo, Earthly Delights definisce il piacere non come indulgenza, ma come attenzione al dettaglio, cura della qualità e cura dei rituali quotidiani come strumenti di affinamento estetico e illuminazione intellettuale.
Come hai scelto le opere, più in dettaglio?
L’evoluzione della pratica curatoriale risiede principalmente nel metodo. Anziché selezionare direttamente le opere, ho invitato le gallerie a confrontarsi con il tema e a proporre lavori in dialogo con esso. Nel contesto fieristico – definito da simultaneità, densità e sovrapposizione di agende – l’atto curatoriale diventa una forma di costruzione di relazioni. Non si tratta tanto di imporre una narrazione univoca, quanto di costruire un campo di risonanze in cui gallerie, opere e pubblico partecipano a una struttura condivisa e non gerarchica. In questo senso, la fiera non è un vincolo, ma un luogo ampliato di produzione curatoriale. Alcune gallerie hanno risposto attraverso indagini materiche, altre attraverso le nozioni di ispirazione e illuminazione, altre ancora esplorando in modo più diretto le dimensioni simboliche e culturali dell’alcol e dei distillati.

Come si affianca lo sguardo curatoriale a un marketplace?
Non considero le dinamiche del mercato dell’arte in opposizione alla pratica curatoriale. Al contrario, mettere una visione curatoriale in dialogo diretto con il mercato genera una tensione produttiva. Il mercato opera attraverso la visibilità, la diffusione e la costruzione del valore, mentre la pratica curatoriale si concentra tradizionalmente su significato, contesto e distanza critica. Quando questi sistemi si intrecciano consapevolmente attorno a un tema specifico, emergono nuove possibilità. L’opera non è più semplicemente un oggetto di scambio, ma un elemento all’interno di una più ampia ecologia esperienziale e concettuale. La fiera diventa così un luogo in cui il valore non è solo economico, ma anche cognitivo, affettivo e spaziale. Questo non neutralizza il mercato; al contrario, ne riconfigura i termini. Inserendo le opere in un contesto curato – come quello del Salon – i processi di visione, fruizione e acquisizione entrano a far parte di una più ampia struttura narrativa. In questo senso, il mercato diventa una delle condizioni operative del pensiero curatoriale.
E cosa ti aspetti dal pubblico e dai collezionisti di Art Monte-Carlo?
Ad Art Monte-Carlo, il mio interesse è quello di incontrare una forma di attenzione che vada oltre la semplice fruizione immediata. Il mio obiettivo è creare le condizioni affinché il pubblico e i collezionisti non siano soltanto spettatori o acquirenti, ma partecipanti a un’esperienza condivisa, spaziale e concettuale. Earthly Delights è realizzato proprio secondo questa logica: uno spazio in cui il tempo rallenta, la percezione si ricalibra e il dialogo – tra opere, persone e contesti – si sviluppa in profondità. Sono particolarmente interessato a coinvolgere i collezionisti non solo come mecenati, ma come interlocutori, figure in grado di sostenere ed estendere la persistenza delle idee oltre i limiti temporali della fiera. Spero che il quadro curatoriale permetta di osservare le opere da nuove prospettive e ne attivi il potenziale in modi inaspettati. Inoltre, spero che il tempo trascorso all’interno del bar – attraverso il rituale della preparazione e della degustazione di un martini – possa incoraggiare i collezionisti a vivere l’arte come un campo esteso di tensione, attenzione e, in ultima analisi, ispirazione. Ciò che cerco, in ultima analisi, è uno spostamento: dalla transazione alla relazione, dalla proprietà alla partecipazione, e dagli oggetti isolati a una costellazione di significati in continua evoluzione nel tempo.
Cristina Masturzo
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